Questione di sopravvivenza

La sensazione finale che mi resta dopo 12 giorni lungo l’intera rotta balcanica (dalla punta meridionale della Grecia ad arrivare sin dentro i confini ungheresi) e dopo averla già percorsa 4 volte negli ultimi 8 mesi, è quella che in Europa si stia provvedendo semplicemente a mantenere delle persone, cercando di relegare il problema nelle regioni più marginali dei nostri confini.

I migranti sono un problema, ma va gestito sottovoce, in estrema sintesi. Sembra che le indicazioni condivise tra Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria siano: mantenere un profilo basso, tollerare il traffico di uomini che attraversa la spina dorsale dei Balcani, non esagerare con la violenza e fare in modo che silenziosamente la rotta balcanica continui il suo sgocciolamento quotidiano di anime, direzionate verso altri paesi dove ricostruirsi una vita.

Nel corso di un anno i numeri sono radicalmente cambiati, ma in UE stiamo tuttora affrontando la questione migratoria come un tamponamento all’emergenza, cercando di stoppare un’emorragia con un cerotto senza pensare a come fermare la causa del sanguinamento o quantomeno migliorare le condizioni generali di salute del malato.

Ci si limita a dare da mangiare (poco e male) e dormire (in tenda sui materassini) alle persone che arrivano da noi in cerca di protezione e aiuto, garantendone esclusivamente la sopravvivenza fisica, senza tenere in considerazione le problematiche psico-sociali e senza che ci sia un reale interessamento al destino individuale di questi esseri umani.

È inevitabile chiedersi che cosa raccoglieremo, come civiltà europea, se il nostro tentativo di integrazione e accoglienza verso chi è nato in un paese diverso dal nostro si limita a sbarrare le porte, rinchiudere nei campi e mantenere in vita persone in fuga, calpestandone i diritti umani.

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Dare i numeri

Nell’estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel ha di fatto sospeso l’accordo di Dublino (secondo il quale è possibile presentare una sola domanda di asilo in UE nello Stato in cui il richiedente ha fatto l’ingresso) aprendo le porte della Germania a tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria e invitando “l’Europa a dare una prova comune di solidarietà e rispetto delle regole”. Questo viene identificato come il principale dei pull-factor dell’aumento del flusso dei migranti lungo la Balkan route.

Il risultato è che quasi un milione di persone tra l’estate 2015 e il marzo 2016 sono passate dalla Turchia alla Grecia per riversarsi verso nord, quando la rotta era aperta e funzionante in modo coordinato attraverso il sistema degli hot spot di entrata e uscita. Il numero degli smugglers era nettamente inferiore e i trasporti da un paese all’altro permettevano di percorrere l’intero tragitto in 3 giorni e spendendo molti meno soldi rispetto ai 3.000 euro che oggi vengono chiesti a persona per arrivare dalla Grecia in Ungheria, senza la certezza di farcela.

Dal 20 Marzo 2016, con la chiusura della rotta a seguito del fragile e discusso trattato tra UE e Turchia, i migranti intrappolati in Grecia sono 57.115  ospitati in 55 campi (fonte UNHCR), la maggioranza dei quali dislocati nei campi ufficiali gestiti dal governo greco attraverso il controllo dei militari.

Altre tremila persone circa sono in transito o bloccate negli altri paesi della rotta: cercano di attraversare i confini e raggiungere l’Ungheria dove faranno domanda di asilo per proseguire poi verso altre destinazioni o – viste le misure restrittive sempre più forti messe in atto dal governo nazionalista magiaro guidato da Orban – da pochi giorni si muovono dalla Serbia in direzione della Croazia.

In un certo senso in questo scenario geografico è la Serbia che sta assolvendo il ruolo più delicato: sta assorbendo e gestendo il flusso di persone dal sud (si stima circa 200 migranti al giorno) che puntano al nord.

Il dato interessante è che il numero di persone intrappolate lungo la rotta sostanzialmente non cambia, da Luglio dopo il tentativo di colpo di stato in Turchia sono aumentati gli sbarchi sulle isole e circa 200 persone al giorno sui gommoni raggiungono Lesbo e Chios, generando sovraffollamento nelle strutture già piene. Lo stesso numero di persone che si calcola esca, ogni giorno, dalla Serbia.

 

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Grecia

L’accordo del 18 marzo tra UE e Turchia segue una politica sperimentale di contenimento in stati terzi degli inevitabili flussi migratori che negli anni a venire interesseranno sempre di più gli stati “ricchi”. In sintesi estrema, esso prevede che a fronte di aiuti economici pari a 6 miliardi di euro, liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e ingresso rapido in Unione, la Turchia faccia da cane da guardia del confine europeo e tenga all’interno del suo territorio 2 milioni di profughi.

È da quella data che la rotta balcanica si è ufficialmente chiusa, anche se di fatto era già da metà febbraio con l’introduzione dei limiti di ingresso in Austria (80 ingressi giornalieri per chi avrebbe fatto domanda di asilo lì e il transito sino a 3.200 persone verso la Germania) che i numeri di passaggio – che in alcuni giorni sfioravano i 10.000 – erano drasticamente calati.

Alla decisione austriaca è seguita una conferenza a cui hanno partecipato Croazia, Bulgaria, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, ma non la Grecia, che ha generato nei paesi dei Balcani la chiusura delle frontiere per evitare di rimanere con i profughi bloccati all’interno dei propri confini e ha visto inasprire i criteri di ammissione allo status di rifugiato, accogliendo sostanzialmente solamente le domande di siriani e iracheni e escludendo gli afghani intesi solo come migranti economici.

È da allora che sono rimaste intrappolate in  un limbo dal nome Grecia quasi 60mila persone, per lo più provenienti da Siria (48%), Afghanistan (25%) e Iraq (15%).

Queste persone si dividono ulteriormente in sottocategorie. Chi è arrivato prima del 20 marzo era stato registrato sulle isole e con un provvedimento speciale poteva muoversi sul territorio greco (motivo per cui si è saturato il confine con la Macedonia con 14.000 persone accampate nel campo informale di Idomeni, chiuso poi a fine Maggio).

Dal momento della prima registrazione, 3 sono le opzioni cui poter accedere: fare richiesta per ricongiungimento familiare (domanda che viene accolta principalmente per i minori non accompagnati) o richiesta di ricollocamento in un altro paese dell’UE (possibilità destinata a siriani e iracheni, si può esprimere una preferenza per una destinazione, adducendo la motivazione, ma non è detto che venga accolta perché i numeri delle richieste vengono gestiti in base alle quote di accoglienza dei singoli paesi), tornare nel proprio paese di origine (in questo caso viene garantito il rimpatrio e un supporto economico, i così detti rimpatri volontari sono mirati sopratutto alle popolazioni che molto difficilmente vedranno accolta la domanda di asilo come afghani, pakistani e altre nazionalità).

Chi è arrivato dopo il 20 marzo (e nella maggior parte dei casi ora si trova bloccato sulle isole) può fare domanda di asilo e dunque guadagnare la possibilità di non essere espulso immediatamente.

A loro volta queste persone vengono divise tra i casi vulnerabili (minori non accompagnati, disabili, anziani, madri single con figli) che hanno una sorta di canale preferenziale affinché le loro domande vengano analizzate in tempi rapidi, guadagnando, dunque, il diritto alla terraferma.

Per gli altri, là dove la domanda di asilo non dovesse essere accolta, è previsto il rimpatrio in Turchia, come da accordo di marzo. Per ogni rimpatriato, la Turchia manderà in Grecia una persona di nazionalità siriana, con precedenza per i sopra citati casi vulnerabili.

Per poter svolgere queste pratiche, in primis era stata messa in atto una pre-registrazione via skype. Telefonando all’Asylum service (dipartimento del ministero dell’interno greco che si occupa di asilo) i rifugiati avrebbero ottenuto un appuntamento per la registrazione a cui presentarsi per inoltrare la propria domanda di asilo, relocation o ricongiungimento. È facile immaginare cosa volesse dire per le persone accampate senza corrente e senza internet cercare di prendere la linea con gli uffici governativi, che osservavano inoltre orari ridotti.

Vista l’impossibilità per molti di poter ottenere un appuntamento via skype, il governo ha colto l’occasione di chiudere i campi informali e spingere le persone ad accedere ai campi ufficiali, dove è stata messa in atto la pre-registrazione in situ o organizzando trasporti via bus verso gli uffici competenti sui territori.

La procedura di pre-registrazione rappresenta però solamente il primo passo nella procedura di riconoscimento della protezione internazionale (così come della relocation o del ricongiungimento), necessario per poter ottenere via SMS un successivo appuntamento con l’Asylum service, ed evitare nel frattempo il rischio di essere rimpatriati.

A fine Luglio sono ufficialmente terminate le pre-registrazioni e sono cominciati i colloqui per la registrazione (formalizzazione della domanda, fotosegnalamento e breve intervista). In base al tipo di richiesta presentata durante la registrazione (ricongiungimento, asilo, relocation) cambiano i tempi di attesa che vengono stimati ottimisticamente dai greci in 2-3 mesi per la relocation, sino a 6 mesi per l’asilo. De facto, viste le tempistiche in essere, parlare di un minimo di 12 mesi sembra la prospettiva più rosea, per i richiedenti asilo.

Le persone che hanno fatto la pre-registration hanno libertà di movimento, possono accedere ai servizi come sanità e scuola, ma la prospettive che questi bambini (che rappresentano quasi il 40% della popolazione migrante) possano realmente inserirsi nelle scuole in autunno, come ha dichiarato il primo ministro greco Alexis Tsipras, sembra invece molto difficile.

Nel frattempo, come vivono queste 60.000 persone? La risposta è semplice: sopravvivono.

In larga parte i campi ufficiali sono stati allestiti all’interno di fabbriche abbandonate nelle periferie industriali delle città, nella maggior parte dei casi sono state montate all’interno di capannoni in alluminio tende da 8 posti, una di fianco all’altra, attrezzate solamente con brandine o materassi appoggiati sui pallets e coperte grigie militari. Le temperature estive in agosto hanno sfiorato quasi i 40 gradi, rendendo impossibile la permanenza in queste strutture. In alcuni casi, come a Nea Kavala,  le tende sono state montate direttamente sul terreno, in appezzamenti agricoli, e non c’è alcun tipo di protezione da pioggia o sole. In altri casi ancora, sono, invece, state montate casette prefabbricate, ma lontane decine di chilometri dal primo centro abitato. Nella stragrande maggioranza dei casi i servizi igienici sono costituiti da bagni chimici e poche docce senza acqua calda.

Le giornate sono scandite dal ritmo monotono della distribuzione dei pasti, cibo insapore – se non cattivo – cucinato per migliaia di persone e consegnato in vaschette di plastica. Cibo che viene buttato dai profughi, che si lamentano e che vorrebbero poter cucinare per sé stessi, ma che non possono farlo per motivi di sicurezza. In realtà nei campi ciò che è proibito avviene comunque. Le persone più intraprendenti si muovono: vanno a piedi o con i taxi anche per chilometri, per raggiungere paesi e cittadine nei dintorni, dove comprano cibo e suppellettili che, in larga parte, rivendono nei campi, dove dunque si trovano anche oggetti proibiti coltelli e fornelli a gas. I militari di guardia lasciano fare, per evitare problemi. Gestire mille e più persone nel modo sbagliato vorrebbe dire trovarsi di fronte a folle inferocite, stanche di questa situazione di incertezza e degrado.

Quando sono state spostate le persone all’interno dei campi non sono stati rispettati criteri che tengano conto delle diverse nazionalità, pertanto si sono già verificati scontri e pestaggi tra gruppi differenti. Inoltre, si vanno verificando con sempre maggiore frequenza anche episodi di violenza nei confronti delle donne, che, di notte, non vanno in bagno se non sono accompagnate, per la paura di essere molestate. Il tutto nel silenzio delle istituzioni greche.

I volontari e le organizzazioni sono mal tollerati e perlopiù viene negato loro l’accesso ai campi, specialmente per i singoli e i gruppi non appartenenti a grandi organizzazioni, il che rende la vita dei profughi ancor più difficile e monotona, senza nemmeno la possibilità di poter fruire di attività di animazione o corsi di lingua. Di fatto, quello che vanno a perdere è la possibilità di potersi relazionare con persone diverse da quelle con le quali convivono tutti i giorni da mesi.

Non c’è dunque da stupirsi se la maggior parte dei rifugiati che ha ancora dei risparmi stia semplicemente guadagnando il tempo necessario per capire il modo migliore per lasciare la Grecia, il che equivale ad affidarsi ai trafficanti di uomini e attraversare i confini illegalmente per raggiungere l’Ungheria. Dall’altra parte è evidente che chi resterà all’interno dei campi sarà la popolazione economicamente e culturalmente più svantaggiata.

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Macedonia

Durante la storia dell’ultimo anno, la Macedonia è sempre stata attraversata di corsa dai migranti in transito e non si è mai dimostrato un paese particolarmente accogliente. L’entry point di Gevgelija e l’exit point di Tabanovce sono stati progettati come hotspot in grado di accogliere più di qualche centinaio di persone e anche durante i giorni di maggior picco, con più di 10.000 persone al giorno di passaggio, non è quasi mai capitato che i rifugiati si fermassero all’interno di questi hotspot, se non costretti da motivi di salute o per aspettare di ricongiugersi con parenti rimasti indietro sulla rotta.

Si può dire che in maniera molto ordinata ognuno abbia fatto il suo lavoro, suddiviso tra militari, responsabili dei centri e organizzazioni umanitarie.

Per far capire però il clima più generale del paese: al di fuori dei campi di transito, nei mesi invernali, i taxisti macedoni avevano dato il via al blocco dei treni che venivano usati dai migranti (pagando regolarmente la corsa) che dal sud del paese li conducevano al confine con la Serbia. Il governo ha dovuto sottostare alla richiesta della lobby dei taxisti che così hanno ottenuto il permesso di poter portare in auto, a una tariffa fissa di 25 euro a persona (equivalente al costo della corsa del treno), i profughi in transito. Tutti i taxisti della Macedonia si sono riversati a  Gevgelija, guadagnando in pochi mesi lo stipendio di un anno.

Allargando la visuale, il ruolo della Macedonia non è affatto secondario per capire cosa è successo in Grecia e perché 60.000 persone sono intrappolate lì da marzo 2016, ma anche per capire quali siano in senso più ampio le politiche migratorie europee.

Dal 18 febbraio le polizie di Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia hanno cominciato ad applicare le linee guida concordate insieme all’Austria per gestire il transito e l’ingresso dei migranti in Europa. Queste direttive non sono altro che la messa in atto delle misure di sicurezza che diversi stati dell’UE hanno cominciato ad attuare dopo le stragi di Novembre 2015 a Parigi, con la conseguente sospensione del trattato di Schengen da parte di alcuni dei paesi.

Da Febbraio dunque i numeri dell’accoglienza e transito giornalieri stabiliti dall’Austria ammettevano solamente 580 persone (provenienti da Siria e Iraq) a poter varcare i confini macedoni. Di fatto i numeri sono stati molto più bassi: la polizia ha rallentato drasticamente il passaggio delle persone applicando procedure di registrazione lentissime nei centri di transito – e chiudendo a tratti i confini. Durante il periodo di chiusura intermittente della frontiera non sono mancati gli scontri tra la polizia e i migranti che in più occasioni hanno provato a sfondare il confine, tra lacrimogeni e manganelli.

Questa situazione ha creato un blocco nel passaggio delle persone che per giorni è stata costretta, con le temperature invernali, ad aspettare al lato greco del confine, cioè a Idomeni. Da qui, a dare via al campo informale che è arrivato ad ospitare più di 10.000 persona nella speranza di poter passare di là del confine, c’è voluto poco. Sino alla chiusura totale della rotta, avvenuta il 20 marzo e la creazione di quella che è stata definita dal ministro dell’Interno greco Panagiotis Kouroublis la “Dachau dei giorni nostri”.

Oggi a Gevgelija vivono circa 150 persone, per lo più donne con bambini, intrappolati in quella che è la terra di nessuno. I macedoni non accoglierebbero mai le loro richieste di asilo, semmai i rifugiati decidessero di farle e impediscono a queste persone di uscire dal campo. Restano così profughi e operatori umanitari a condividere insieme il tempo che scorre uguale a sé stesso, in una struttura molto dignitosa visto il basso numero di ospiti presenti nel centro, ma senza alcuna prospettiva a meno che non vengano riaperte le frontiere, speranza che ancora oggi resiste nel cuore dei rinchiusi di Gevgelija.

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Serbia

In questo momento la Serbia sta vivendo un ruolo che ha già pubblicamente dichiarato di non voler sostenere: quello di stato cuscinetto di accoglienza per i profughi, pressato com’è dalla chiusura dei confini al nord e al sud del Paese.

I migranti bloccati in Grecia si affidano a trafficanti che dal confine di Idomeni per 3.000 euro a persona promettono ai rifugiati di condurli in territorio ungherese, attraversando la Macedonia e la Serbia.

Chi non viene catturato e respinto dalla Macedonia verso la Grecia viene, spesso, sorpreso nei boschi dell’Ungheria da una polizia di confine particolarmente incattivita nei confronti dei migranti e rispedito in Serbia.

Altri ancora vengono scaricati giù dalle auto dei trafficanti in qualche paese sperduto e viene detto loro di trovarsi in Austria o in Ungheria. Intere famiglie dopo aver dato fondo a tutti i loro risparmi scoprono di essere alle porte di Belgrado, nella totale disperazione.

Per chi è stato espulso da altri paesi, così come per chi sta transitando per provare a passare i confini, la prima via da percorrere è quella di registrarsi al centro per richiedenti asilo di Krnjaca, poco fuori Belgrado. Il centro è costituito da una dozzina di baracche che ospitavano gli operai al tempo del socialismo. Negli anni ’90 sono state utilizzate per alloggiare gli sfollati interni delle guerre civili jugoslave, provenienti da Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Registrarsi in Serbia permette di stare legalmente nel Paese, ma di fatto quasi nessuno chiede asilo qui. Nel 2016 sono state registrate 7.100 domande di asilo, ma oggi sono presenti circa 4.000 profughi. Questo vuol dire che almeno 3.000 persone hanno trovato un modo durante quest’anno di uscire illegalmente dalla Serbia e raggiungere verosimilmente l’agognata UE.

Oggi, nelle baracche di Krnjaca – struttura che ha una capacità di accoglienza per 500 persone – ne dormono 750. È corretto dire che lì dormono solamente, perché di fatto il centro di ritrovo per i migranti resta il parco attorno alla stazione dei bus e il centro Miksaliste, gestito da 15 associazioni di volontariato, locali e internazionali. Al centro vengono distribuiti cibo, vengono fatte attività con i bambini ed è possibile usare la rete wi-fi, attraverso la quale restare in contatto con chi deve ancora arrivare e con chi ce l’ha fatta. È così che i migranti si organizzano, per poter capire quali strade percorrere, con chi prendere contatti, a quali rischi si va incontro. Nella maggior parte dei casi le errate informazioni che circolano, generano false speranze, destinate a infrangersi contro a un muro.

I centri di accoglienza coordinati e gestiti dal Commissariato per richiedenti asilo serbo stanno aumentando la propria capacità di accoglienza in tutto il Paese, ma non possono trattenere le persone al proprio interno. Le condizioni di alcuni di questi centri sono al limite, nel campo di Subotica che potrebbe ospitare 150 persone, ce ne sono 500 in questi giorni. Non esistono strutture al chiuso, ma tende da campeggio. I bagni e le docce oltre ad essere pochi, sono in condizioni miserevoli. Nonostante questo, la gente non si lamenta, in fondo sa di essere lì solo per il tempo necessario a riorganizzarsi e riprovare, a volte anche per la terza volta, a riattraversare i confini.

La difficoltà maggiore dunque non è restare per alcuni giorni in un campo fatiscente, ma è arrivare alle porte dell’Ungheria per essere poi reindirizzati dal commissariato serbo in cittadine lontane, al confine con la Bosnia e il Kosovo. In un certo senso si tratta di un perverso gioco dell’oca in cui tocca ricominciare e partire dal via. Nonostante questo, le persone non si arrendono, tornano in qualche modo a Belgrado e ripartono dal parco per raggiungere i confini al nord, con l’Ungheria, o ultimamente con la Croazia.

La polizia di Belgrado sta attuando misure deterrenti per impedire alle persone di dormire all’aperto, hanno, dunque, cominciato a recintare con reti arancione da cantiere le aiuole e i giardini nei quali i migranti stavano alcuni giorni, con la scusa di dover sistemare l’erba e i parchi, anche se tutti sanno che si tratta di una manovra per rendere la vita dei rifugiati ancor più difficile di quanto già non sia.

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Ungheria

L’Ungheria ha completato la costruzione di un muro fatto da reti e filo spinato alto quattro metri per una lunghezza di circa 150 chilometri, sulla frontiera meridionale di Schengen, che ha incluso anche un tratto fluviale e il passaggio ferroviario di Röszke.

Nonostante la politica tutt’altro che conciliante nei confronti dei migranti da parte del governo magiaro, l’unica via d’uscita rimasta aperta è il confine serbo-ungherese. Ogni giorno 15 persone vengono autorizzate dalle autorità ungheresi a passare dal valico di Horgos e altrettante dal valico di Kelebija, in quelle che sono definite transit zone.

Per gli altri in attesa, non resta che la strada della clandestinità, ma chi viene catturato in Ungheria ad attraversare illegalmente entro una fascia di territorio di 8 km dal confine viene spesso malmenato e quindi respinto. Nonostante i rischi che si corrono le persone continuano a cercare di  passare attraverso i boschi e i fiumi. È così che il primo giugno – nel silenzio generale della stampa – è morto annegato nel fiume Tisza, in Ungheria, Farhan al-Hwaish un rifugiato siriano.

Al confine si sta ricreando in piccolo una situazione simile a quella di Idomeni. Da una parte l’Ungheria fa la parte della Macedonia, dall’altra la Serbia la parte della Grecia. I rifugiati vivono in tendopoli senza acqua corrente e senza che venga dato il permesso alle organizzazioni di costruire strutture di accoglienza o di operare, se non per la distribuzione di acqua e cibo. Ma nonostante le condizioni terribili, vista la chance di poter essere inseriti nelle liste di accesso alla transit zone ungherese, i migranti continuano ad arrivare. Sono circa mille e cinquecento le persone dal lato serbo accalcate di fianco ai reticolati o nel centro di Subotica, nella speranza di poter passare in UE.

I 30 fortunati (per lo più famiglie con donne e bambini) dovranno poi effettuare domanda di asilo in Ungheria e – se maschi soli in viaggio – devono passare sino a 28 giorni reclusi all’interno dei container blu disposti lungo la frontiera e guardati a vista dai militari, in attesa che la loro posizione venga vagliata dalla commissione ungherese, che definirà il respingimento o l’ingresso in uno dei centri di accoglienza del paese.

I racconti di chi non ce la fa a passare sono tutti simili: utilizzo dei manganelli, pestaggi, cani poliziotto lasciati liberi. Nessuno si cura di quello che accade, nonostante le ripetute denunce da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

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Quali prospettive?

Allargare lo sguardo sulla storia e sulla geografia della Balkan route, a un anno dalla sua apertura e (parziale) chiusura ci racconta molto di più di una crisi contingentata di popolazioni in fuga da guerra e miseria. Ci dà un quadro chiaro di una politica europea che non si muove uniformemente e in cui gli Stati (sia membro, che non) utilizzano a proprio piacimento norme e cavilli non condivisi delle leggi di accoglienza e integrazione.

Ripercorrere le decisioni prese in questi mesi dai diversi Paesi ci fa capire l’equilibrio tra le forze in campo, i “dispetti” messi in atto gli uni contro gli altri: in questo momento storico nel vecchio continente non stiamo combattendo una guerra con le armi, ma con le persone.

Esserne consapevoli, informarsi e non sottostare muti al volere dei nostri governi, trincerandoci dietro filo spinato e paura del diverso, è il minimo passo che ogni cittadino con uno spirito democratico e pluralista dovrebbe compiere oggi.

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Inshallah, Germany

Pubblicato: giugno 1, 2016 in Idomeni, Migranti, Western Balkan Route

Terza volta sulla Western Balkan Route. 7 giorni, 3554 Km da Milano a Policastro e dintorni, e tornare indietro. Centri e Hotspot visitati:
Croazia – Centro temporaneo di transito Slavonski brod. Chiuso e smantellato completamente.
Serbia – Belgrado. Centro richiedenti asilo di Krnjaca pienamente operativo accoglie persone che si fermano qualche giorno e ripartono poi illegalmente per l’Ungheria – Miksaliste sgomberato e abbattuto – Stazione dei bus punto di ritrovo per prendere informazioni e riprendere il viaggio verso l’Ungheria.
Macedonia – Gevgelija. luogo in cui sono intrappolate 140 persone in attesa di capire cosa sarà di loro.
Grecia – Campo informale di Idomeni: sgomberato e smantellato.
Campo informale Hotel Hara: accoglie circa 3000 persone, si trova al margine dell’autostrada, senza nessun presidio fisso, solo unità mobili. Le persone aumentano di giorno in giorno. Pochi bagni, no cucine, condizioni estremamente precarie.
Campo informale pompa di benzina Eko: sino a pochi mesi fa era un punto di passaggio in cui attendere che la frontiera macedone riaprisse a orari determinati il passaggio. Oggi è un campo ben organizzato rispetto a quanto visto mesi fa, che accoglie più di mille persone. Buona presenza di volontari e organizzazioni.
Campo governativo di Nea Kavala, seppure per entrare occorra un permesso, siamo passati da un passaggio sul retro nella recinzione. Campo sovraffollato specialmente dopo il ricollocamento dei profughi sgomberati da Idomeni. Non sono ammessi volontari. Si lamenta scarsità di cibo.

La prima volta, una tappa breve a novembre 2015, all’apertura del campo di Slavonski Brod. Un monitoraggio veloce, per capire la portata della situazione e poter constatare con sollievo che in qualche modo, nonostante migliaia di persone che transitavano ogni giorno per quella stazione nello scalo della raffineria INA, le associazione locali insieme al governo croato e alla croce rossa, riuscivano a gestire un’emergenza che in quelle terre non si vedeva dagli anni ’90, quando i profughi però erano loro.

Il secondo viaggio, a febbraio, con i colleghi e amici di Caritas ambrosiana e le tante Caritas locali, colpite dallo tsunami di richiedenti asilo, migranti, profughi -che comunque li si voglia chiamare sono e restano prima di tutto persone e non volti o numeri su un giornale.
Da quel viaggio ero tornata con più chilometri sulle spalle e una sensazione meno ottimista della prima volta. Era freddo, soffiava un vento balcanico, abbiamo visto centinaia di persone marciare con calzature inadatte verso l’Europa, con l’unico desiderio di lasciare in fretta quelle stazioni di transito che rallentavano il loro cammino. Riconoscenti, sì, per l’aiuto ricevuto lungo la rotta nei tanti hotspot. Dove una zuppa calda, dove del té, dove delle coperte e dei vestiti, ma con la fretta di andarsene, quasi a presagire che da lì a poco quelle frontiere miracolosamente aperte si sarebbero chiuse come una trappola, per chi non aveva lasciato in tempo il confine di uno Stato nel quale nessuno vuole restare.

Il terzo viaggio è stato una corsa contro il tempo, a due mesi dalla chiusura della rotta. Che a ben vedere, come racconta bene Caritas Serbia, non è chiusa, è solo più lenta, più pericolosa e più costosa di prima. Chi ha i soldi per andarsene dalla Grecia o dalla Macedonia, trova ancora un modo per andarsene, il passaggio verso nord costa circa 1500 euro. Per i bambini, un po’ meno. Il transito avviene ancora dal confine serbo-ungherese, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. A proprio rischio e pericolo. Chi viene catturato e respinto, deve ricominciare da capo, avendo perso probabilmente gli ultimi risparmi rimasti.

Ma la meta principale che avevo in mente era Idomeni. La nuova Dachau d’Europa, un campo profughi fatto di tendoni e tendine, che dal 19 marzo ha visto accamparsi sotto la neve, il sole, la pioggia e il fango, tanto fango, circa 14.000 persone.

Idomeni era un così detto campo informale, cioè non in gestione al governo greco, al contrario dei campi in gestione militari che oggi ospitano in maniera inumana le quasi 50.000 persone bloccate in Grecia. Le organizzazioni prima tra tutte MSF hanno fatto il possibile in questi mesi per garantire gli standard minimi di dignità che si possano offrire a 14.000 anime intrappolate nel limbo, costituite in ampio numero da bambini, donne, e uomini senza niente, se non un documento comprovante la propria nazionalità, unica speranza che – in caso di riapertura delle frontiere o di registrazione per il ricollocamento in qualche agognata meta EU – resta a questa gente.

Lo sgombero del campo è stato improvviso, in capo a pochi giorni il governo greco ha comunicato (come altre volte in passato) che da 3 a 10 giorni la grande tendopoli sarebbe  stata evacuata, spostando le persone negli altri centri della Grecia, in particolare al Nord, nella regione di Salonicco.

Lunedì 23 è iniziata l’evacuazione. Soldati in tenuta antisommossa hanno circondato zona per zona il campo, costringendo le persone a lasciare tutto e salire in autobus, tanto avrebbero trovato tutto quello di cui avevano bisogno nelle nuove sistemazioni. Ci sono voluti 4 giorni per far evacuare i 10.000 rimasti a Idomeni, gli altri 4.000 avevano deciso di spostarsi volontariamente nei mesi precedenti. Alcune volte, per tornare indietro. Meglio vivere nel fango, senza acqua e in mezzo ai boschi piuttosto che nei centri dei militari, così hanno detto.

E così ciò che trovo io a 4 giorni dall’inizio dell’evacuazione è una Idomeni deserta e sgomberata, senza persone, dove si percepiva ancora la fretta e la confusione di lasciare il posto, con roba buttata ovunque, stampelle, pupazzi, vestiti, cibo appena cucinato rovesciato in giro. Quaderni dei corsi di lingua inglese e tedesca tenuti da chissà quale volontario, che raccolgo insieme al corano e che mi porto a casa.
Le prime frasi sul quaderno sono I feel pain. I’m hungry. Andando avanti a leggere il quaderno vengo a scoprire che chi ha scritto diligentemente queste poche frasi è un uomo di 3 anni più giovane di me, di Damasco, con una bimba e una moglie. How long have you been here? 50 days. What happened to you? I lost my money.

I più sfortunati sono stati quelli evacuati all’alba del primo giorno. Già a partire da martedì sera alcune persone, capendo la situazione, hanno preferito lasciare Idomeni e partire con le tende e i propri miseri bagagli per accamparsi in altrettanti campi informali, sempre nella zona di Policastro, al confine con la Macedonia.

La paura di rimanere bloccati ancora e chissà per quanto, è ciò che connota il clima generale che si respira tra le persone, che nei diversi posti che visitiamo non fanno altro che chiedere: quando aprono le frontiere? Non chiedono RIAPRONO, ma QUANDO. Ultima speranza rimasta, nonostante la Grecia non stia facendo nulla per offrire protezione internazionale, ma stia consegnando alle persone dei documenti in greco che altro non sono se non un ordine di deportazione sospeso della durata di 6 mesi esclusivamente per i cittadini siriani. Tutti gli altri, fondamentalmente, sono illegali e non avranno alcuna chance di fare richiesta di asilo. La protezione internazionale tanto agognata non si riesce a richiedere perchè nei campi governativi non esistono le strutture preposte e gli uffici a Salonicco sono sottodimensionati e comunque difficili da raggiungere. Altrimenti si potrebbe ricorrere a inoltrare richiesta solo a mezzo skype, in orari limitatissimi. Nessuno è mai riuscito in questi mesi a ottenere informazioni e portare avanti la propria pratica. E così una delle scuse dell’evacuazione di Idomeni è stata proprio quella di “garantire” la possibilità di fare la registrazione e la richiesta di asilo all’interno di campi meglio organizzati, in cui sarà possibile gestire meglio le domande. Tutte baggianate, in piena violazione della convenzione di Ginevra. Le persone non hanno ricevuto informazione, tantomeno in una lingua comprensibile e non hanno potuto presentare domanda di protezione, in quanto palesemente ostacolati dal governo e da una UNHCR che oltre che fare rapporti e dichiarazioni in cui prende le distanze da ciò che sta accadendo non sta facendo niente.

E dunque, quando riaprono le frontiere? Questa domanda me l’hanno fatta in inglese e in arabo, lingua che non parlo, ma che per uno strano destino fatto di empatia e di esperienze con altre persone in condizioni simili negli ultimi vent’anni, mi sono ritrovata a capire in questi pochi giorni passati tra la Grecia e il nulla. Arabic? No, non ti capisco, e ti rispondo in inglese e in italiano e anche in serbo. Non la parlo io la tua lingua, ma capisco quello che vuoi dirmi. Capisco che vuoi sapere quando andrai in Alemania, capisco che mi chiedi quando aprono le borders, capisco che Inshallah Germany è tutto quello che ti è rimasto. So che sei una donna da sola con tanti figli, senza maschi che ti proteggano da qualunque cosa ti possa capitare in questa giungla che si chiama Grecia. So che sei un padre disperato disposto a tutto per mettere in salvo l’unica cosa che ti è rimasta, i tuoi figli e che non sai più da che parte sbattere la testa, perchè ti hanno portato via tutto e la prima cosa che hai perso qua, in Europa da noi e con noi è la dignità.
Lo vedo nei tuoi occhi di bambina afghana che avrai sì e no 4 anni che ti stupisci a vedere che io e te quegli occhi li abbiamo dello stesso colore e mi chiami “sista sista”. Sì sono tua sorella in questo posto di merda, dove c’è solo rovina, tende attaccate una all’altra, vestiti che puzzano, cibo cotto sulle immondizie che bruciano, e sono contenta che non hai dimenticato come si fa a giocare, perchè l’unica cosa che posso fare io per te e con te adesso è farti vivere quello che ti meriti, cioè un’infanzia fatta di sorrisi e giochi e corse, sino a quando non mi riporti alla realtà urlando divertita “smuggler smuggler”. Ma come, non erano guardie e ladri? La tua realtà mi riporta in questo posto terribile, in cui il nemico da cui scappare è un trafficante e qualcuno ti ha insegnato a starne lontana.

L’unica cosa che posso fare io in questi giorni in Grecia è tornare ancora e ancora e ancora una volta al tuo accampamento in mezzo a una piazzola di un albergo e farti giocare con i palloncini, farti un braccialetto con le cannucce e provare a mettere te e i tuoi amici che non so da dove spuntano in fila, un po’ arrabbiandomi perchè fate un casino incredibile, un po’ giocando.
E ridendo coinvolgo le donne e i ragazzi più grandi per aiutarmi a distribuire quei 5000 palloncini che abbiamo comprato per voi in un supermercato macedone la sera prima.

Faccio quello che ho imparato a fare in Slovenia, vent’anni fa nei campi profughi, prima di imparare la lingua di altre persone in fuga. Gioco, faccio la buffona, ascolto una lingua che non conosco ma riesco sempre a metterci un intercalare che in qualche modo ho capito come vada usato, Mashallah, Inshallah, Bismillah, Shukran. 4 parole per raccontarci una vita.

Mi dispiace, non parlo arabo e le frontiere non riapriranno, ma non voglio dirtelo perchè lo sai già, tu e le persone con te. L’unica cosa che posso fare è portarvi un po’ dei catini e dei pupazzi che ho portato via da Idomeni abbandonata, prima che li buttassero via per sempre, spazzati via dalle ruspe. Li lavo a casa di Susanna che è lì da mesi con MSF e che vi conosceva, a voi anime di Idomeni, e ancora oggi non si dà pace, perchè non sa dove siete andati a finire.

Il mio viaggio finisce in un hotel abbandonato, l’ennesima struttura che è stata occupata da un gruppo di rifugiati che da Idomeni si è spostata senza andare in un campo.

Tutto comincia con una partita di pallone, con 4 bambinetti mezzi scalzi, esaltati dal giocare con una persona adulta, straniera e pure femmina a quel gran gioco che è il pallone. Non parlo arabo, nanetti, ma stai attento a quando tiro di sinistro. E così, non posso non pensare al film “Mediterraneo” e a un certo punto mi invitano a salire dove ci sono le tende. Lì faccio la conoscenza con il resto delle famiglie che hanno occupato un piano della palazzina, montando le tende all’interno. Sono donne, con bambini e ragazzini, tutte senza marito (chi morto, chi disperso). La sorpresa me la fa il mio nuovo amico, che ho soprannominato visti i meriti calcistici Messi, dicendomi: cat, cat! E vedo, in una delle tende, mamma gatta con 3 gattini di 15 giorni, nati a Idomeni. Scappata anche lei, all’interno di una gabbietta, che ancora oggi si portano dietro. In salvo dalla Siria, ha ben pensato di viaggiare incinta come hanno fatto le persone, per dar luce ai suoi piccoli in questa miserabile Europa.

Questa storia finisce davanti a un fornello a gas, bevendo un caffè istantaneo. Prima di offrircelo, le donne hanno dovuto parlottare per un bel po’, non so se si vergognavano perchè eravamo seduti per terra a bere una brodaglia in un bicchiere di plastica, o se semplicemente non volevano un’invasione di spazio così forte, ma alla fine siamo rimasti a bere caffè tutti intorno al fornelletto, grandi e piccoli, parlando uno strano arabo inglese, facendo battute, abbracciando i bambinetti e immaginandoci un futuro migliore in Europa, Inshallah.

C’è stato un momento in cui, con quella che ho riconosciuto essere una giovane donna straordinaria e della quale ahimé non ho imparato il nome, eravamo quasi arrivate a fare la pazzia di “trafugare” il suo figlio più piccolo in Italia. E’ stato un attimo, una battuta. Ma ci siamo guardate e per un attimo era reale.

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40 anni

Pubblicato: marzo 24, 2016 in Uncategorized
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Resterà una data storica, quella di oggi, per la giustizia internazionale, per la Bosnia Erzegovina, per noi tutti?

Il Tribunale Penale internazionale per i crimini in ex Jugoslavia si è pronunciato nel pomeriggio contro uno dei principali responsabili della guerra del 92-95 in Bosnia, l’allora Presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadzic.

Personaggio folkloristico, dal ciuffo ribelle, l’occhio spiritato, quando è stato catturato nel Luglio 2008 Il dottor Dragan Dabicdopo 12 anni di clandestinità e fughe, lo hanno ritrovato travestito da guru, una specie di santone barbuto e dai capelli lunghissimi, che si professava esperto di cure naturali e rimedi per la sterilità.

Nel suo cv: psichiatra, poeta, politico… e pianificatore di sterminio di massa.

Infatti già nell’ottobre 1991, quando ancora Vukovar in Croazia non era stata del tutto rasa al suolo e quando ancora le fosse comuni in Europa erano un ricordo del ’45, pronunciava in parlamento a Sarajevo la seguente frase: Ovo nije dobro što vi radite. Ovo je put na koji vi želite da izvedete Bosnu i Hercegovinu ista ona autostrada pakla i stradanja kojom su pošle Slovenija i Hrvatska. Nemojte da mislite da nećete odvesti Bosnu i Hercegovinu u pakao a muslimanski narod možda u nestanak jer muslimanski narod ne može da se odbrani ako bude rat ovde.

Cioè: “Non è una cosa buona quella che state facendo (rivolto ai bosgnacchi, che stavano pensando al referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia, messo in atto nel 1992). La strada sulla quale volete condurre la BiH è la stessa autostrada d’inferno e violenza in cui sono finite Slovenia e Croazia. Non pensate che non condurrete la BiH all’inferno e il popolo musulmano all’estinzione, perchè il popolo musulmano non potrà difendersi, se qui scoppierà la guerra”.

Un pacifista nell’animo, sin dall’inizio. Del resto  frequentare gentaglia in galera negli anni ’80 per piccole truffe, avrà avuto qualche influenza. I suoi intrallazzi con gli amici della Energoinvest e la casetta di montagna costruita a Pale con la sottrazione di fondi per progetti agricoli, gli avevano permesso in quella fase di transizione conseguente la morte di Tito (e pianificazione della dissoluzione della Jugo) di entrare nell’entourage dei serbi di Belgrado. In particolare il gran burattinaio Dobrica Cosic, uno dei maestri della propaganda filo-serba, lo sceglie come uomo chiave del nuovo Partito Democratico Serbo fondato a Sarajevo nel 1989.

Dalla primavera del 1992, con l’indipendenza della BiH, Karadzic insieme al suo capo Slobodan Milosevic (da Belgrado) e il suo macellaio Ratko Mladic, diventano nomi ricorrenti nei fatti di cronaca. Villaggi bruciati, stupri di guerra, campi di concentramento, riportano tutti le loro firme, fino all’epilogo dell’orrore che si raggiunge nel 1995, a Luglio, nella piccola cittadina di Srebrenica, Bosnia orientale. Quasi 8.000 ragazzi, uomini, anziani deportati, uccisi e seppelliti in fosse comuni nel giro di tre giorni.
Il genocidio avviene su ordine della direzione della Repubblica Serba di Bosnia. Mladic e i suoi fanatici assassini sono gli l’esecutori. Il mandante è lo psichiatra poeta.

Karadzic e Mladic

Finita la guerra, da fine conoscitore della mente umana il nostro capisce che non tutti gli vogliono così tanto bene, e si defila quatto quatto…puff.
Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia lo accusa di crimini di guerra, di aver tenuto le forze internazionali delle UN in ostaggio facendo far loro da scudi umani, di aver organizzato e ordinato il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. L’Interpol emette dal 1996 un mandato di ricerca per crimini contro l’umanità, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra commessi contro non-serbi nel suo ruolo di Comandante Supremo delle forze armate serbo-bosniache e Presidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Repubblica Srpska.

Per dodici anni – ad ogni modo – di Karadzic si continua a parlare, ogni tanto viene anche avvistato in giro nonostante la latitanza (anche allo stadio in Italia, o a Venezia, così bella), si cerca anche (forse) di catturarlo – ma ahimè la Nato così come Napoleone, non riesce ad affrontare la neve e l’inverno balcanico, quindi il nostro riesce sempre a farla franca. La sua famiglia gli chiede di arrendersi, ma lui niente, testone come solo un montenegrino sa essere, preferisce studiare la modalità di velocizzare gli spermatozoi piuttosto che finire al gabbio.

Le sue protezioni politiche però a un certo punto scemano e il nostro – volente o nolente – viene arrestato a Belgrado in una casa di periferia. I vicini del Dottor Dabic dicono tutti: era una persona così educata, salutava sempre.

Viene trasferito all’Aja e comincia il processo. 11 i capi d’accusa su cui sentenziare.

Alle 16 e 20 di oggi, il giudice O-Gon Kwon (che ha letto per due ore e venti di seguito le accuse, bevendo ettolitri di thè) chiede all’imputato presente in aula che si alzi per snocciolargli il rosario.

Accusa 1: Genocidio. In particolare si fa riferimento al progetto di pulizia etnica di 7 municipalità: Bratunac, Foča, Ključ, Kotor Varoš, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Ritenuto non processabile su questo capo nel 2012 per mancanza di prove, l’accusa viene reintrodotta in Appello nel Luglio 2013, proprio l’11 del mese. Oggi, 24 marzo 2016 viene riconfermata l’insufficienza di prove e il collegio dei giudici si “limita” a riconoscere i reati di crimini contro l’umanità, omicidio e persecuzione.

Accusa 2: Genocidio, legato all’eccidio di Srebrenica. Sentenza: Colpevole

Accusa 3: Persecuzione per motivi razziali, religiosi ed etnici (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 4: Sterminio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 5: Omicidio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 6: Omicidio (violazione delle leggi e costumi di guerra). Colpevole

Accusa 7: Deportazione (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 8: Atti inumani e trasferimento forzato (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 9: Atti di violenza con lo scopo di diffondere il terrore nei confronti della popolazione civile, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 10: Attacco illegittimo verso i civili, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 11: Presa di ostaggi, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Qui dentro, in questi 11 capi d’accusa, ci sono le 11.541 vittime di Sarajevo e i suoi assediati, i 284 caschi blu dell’Onu presi come ostaggi, le 8.372 vittime di Srebrenica, le almeno 10.000 donne stuprate che ancora stanno in silenzio, le case incendiate, le persone arse vive, le fosse comuni, le torture, le deportazioni, i luoghi religiosi e culturali rasi al suolo, le umiliazioni, i furti, le dita tagliate, le teste mozzate, i corpi smembrati.

La pena da scontare, in termini di anni di detenzione, è un numero rotondo, poco impressionante. Mr Karadzic lei ha vinto una gita premio in una galera nemmeno troppo terribile per una durata di 40 anni per aver solamente cercato di sterminare un popolo, ma visto che 8 li ha già fatti, gliene mancano pochi, si consoli. Poi tra buona condotta, età e motivi di salute vedrà che tornerà presto a godersi la buona aria di Pale e delle montagne della Jahorina.

Il processo, iniziato il 26 ottobre 2009 è durato 498 giorni, durante i quali sono state esibiti 11,500 tra reperti e prove d’accusa. 586 testimoni, di cui  337 sono stati chiamati dalla Procura, 248 dalla difesa e 1 dalla Camera di primo grado.

E? E niente, finisce qui, anzi no, perchè ovviamente ci sarà l’appello.

Io resto con il solito sapore amaro in bocca, quando si ha a che fare coi fatti di giustizia. La stessa sensazione, mista a incazzatura e delusione che provano i miei amici in giro per i Balcani. Un po’ di incredulità, un po’ di indignazione, un po’ di sensazione di alleggerimento, in ogni caso,  perchè al di là di tutto, (anche) questo processo è finito e un criminale è stato riconosciuto colpevole.

Sul conteggio degli anni vengono fatti calcoli che esulano dalla mia capacità di comprensione, non sono un giudice, e mi faccio forza sperando che si vada avanti con il processo di giustizia, l’unico vero modo per avere riconciliazione così necessaria ancora, in questi luoghi.

Del resto, ma come lo misuri un Genocidio? Cioè, cosa c’è di più terribile e quale pena va comminata a uno sterminatore di massa? Ergastolo? Condanna a morte? Gli han dato di galera più degli anni che in linea teorica potrebbe vivere. E’ una pena sufficiente? E’ una pena giusta? Di certo vi è che è una pena. In tutti i sensi. Per lui a cui è stata comminata, e per chi l’ha vissuta, la pena, l’ansia, la sofferenza in tutti questi anni.

Può essere una ripartenza? Questa è la domanda. Questa la speranza.

161 processi (149 quelli conclusi) sono un niente, comparati all’enormità dei fatti criminosi accaduti alle porte di casa nostra, ed è evidente che il mondo ancora una volta ha fallito o quantomeno ha perso un’occasione.

Speriamo non ce ne debbano essere altre, nella storia dell’umanità.

Qui la pagina del Tribunale penale: http://www.icty.org/en/press/tribunal-convicts-radovan-karadzic-for-crimes-in-bosnia-and-herzegovina

 

 

Al rientro dalla mia long experience in Bosnia, ho cominciato a trattare questo blog non più come un aggiornamento costante dal campo, ma come lo svuotatoio dei pensieri di Albus Silente. Quando mi capita di andare nei Balcani per motivi non ordinari e vivere e vedere determinate situazioni, la terra dei cevapi è sempre pronta a farmi mettere ordine in testa.

E così la scorsa settimana insieme agli amici e colleghi di Caritas abbiamo percorso al contrario una parte della Western Balkan Route. Quasi 3800 Km in 6 giorni, per cercare di capire e documentare quello che sta accadendo nel nostro continente da quest’estate ad oggi e poter raccogliere i bisogni di chi opera lungo questa rotta, cercando ogni giorno di aiutare decine di migliaia di persone in fuga da guerra, disperazione, fame.

Un viaggio fatto per tornare sapendo cosa chiedere. Ma sopratutto cosa chiedersi.

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– Diamo i numeri –

In estrema sintesi – e non per banalizzare – succede che ci sono delle guerre e delle crisi nel mondo che spingono milioni di persone a cercare di vivere una vita normale mollando TUTTO e cercando di salvarsi, rischiando la vita attraversando montagne, affidandosi a criminali, pagando per attraversare sui gommoni il mare e di nuovo attraversare a piedi altre strade. Il sogno si chiama Europa. Spesso, si chiama Germany.

Where do you want to go? Germany.
A volte, Sweden.

Nel 2015 (dati Eurostat) 476.620 persone hanno fatto domanda di asilo in Germania. 162.550 in Svezia. Da noi 84.085 persone.
Ma chi sono, perché fuggono queste persone? Da dove sono arrivati nel 2015 – (dati IOM) – più di un milione di persone? Da dove venivano quei 3.771 morti nel Mediterraneo durante il viaggio? Da dove arrivavano quei 10mila minori non accompagnati SCOMPARSI lungo la balkan route?

Negli ultimi sei anni sono scoppiati o si sono riattivati almeno 16 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); quattro in Medio Oriente (Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Là dove non ci sono i conflitti, ci sono le crisi economiche, la povertà, le malattie. Il nulla.

Tutto questo sta generando uno spostamento di popolazione che vede coinvolte circa 42.000 persone al giorno costrette a lasciare la propria casa, con numeri che hanno superato i 60 milioni di persone nello scorso anno (dati UNHCR). Sempre meno persone riescono a tornare a casa, la maggior parte trova accoglienza  nei paesi dell’Africa subsahariana (4,1 milioni di persone), in Asia e Pacifico (3,8 milioni), in Europa (3,5 milioni), in Medio Oriente e Nordafrica (3 milioni) e nelle Americhe (753mila).

E così sino allo scorso anno eravamo abituati a vedere le scene dei migranti che sbarcavano sulle nostre coste a bordo delle “carrette del mare”. Barconi che dalla Libia puntavano la vicina Lampedusa. Naufragi e disperazione, in mano ai trafficanti di uomini. Ci indignavamo, ma non abbiamo mai fatto molto per capirne di più.

Si trattava, ahinoi, solo della punta dell’iceberg.

Infatti, nel 2015 sono arrivate in Europa 1.000.573 di persone. Di queste l’80% è arrivato dalla Grecia, in particolare attraccando sull’isola di Lesbo, partendo dalla Turchia.
Gli altri, circa 150,000, hanno attraversato il Mediterraneo sui più noti barconi per Lampedusa, partendo dalla Libia.

E’ così che nell’estate 2015 si è aperta la Western Balkan Route. In particolare alimentata dal flusso di milioni di Siriani in fuga dal loro paese che spingono alla frontiera turca, per raggiungere il mare e l’Europa.

Di chi si avventura lungo questa rotta il gruppo più numeroso è quello dei siriani (49%) seguito da Afgani e Iracheni (le uniche 3 provenienze che dall’autunno 2015 hanno diritto di proseguire lungo la Balkan route, gli altri invece vengono respinti e fermati in particolare tra Serbia e Macedonia dove possono o fare domanda di asilo, o venire espulsi. Spesso queste persone cercano altre vie pericolose e illegali per andare avanti nel viaggio).

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– La loro Western Balkan Route –

Il percorso parte dalle isole Greche (in particolare Lesbo e Kos) situate a pochissimi chilometri dalla Turchia da dove trafficanti della peggior specie vendono giubbotti salvagente (sui quali è nato il business della falsificazione, per cui molte persone in caso di ribaltamento del gommone annegano perché i giubbetti non sono omologati) e passaggi su imbarcazioni più o meno sicure. Il viaggio dalla Turchia costa a partire dai 1.000 euro a persona sui gommoni gonfiabili e sale di prezzo per gli scafi rigidi con motore. E’ qui a Bodrum, sulla costa turca, che a settembre 2015 è stato trovato il corpo del piccole Aylan, il bimbo siriano di 3 anni annegato con suo fratello e sua madre, la cui foto ha fatto il giro del mondo.

Col passare dei mesi e l’ingrandirsi dell’esodo si è via via consolidata una rete sempre più strutturata che, da una parte offre sostegno e accoglienza, dall’altra permette ai diversi Stati di registrare e identificare le persone. Sono i così detti Hot Spot, che funzionano secondo la logica dei vasi comunicanti. Quando un entry point è pieno, i migranti restano bloccati negli exit point e via giù a cascata. In base ai numeri e alla velocità delle registrazioni e dei transiti, ma soprattutto in base ai numeri di accoglienza nei diversi Stati o fattori imprevedibili come lo sciopero dei taxisti macedoni, la catena può essere molto veloce, oppure incepparsi.

A capo dei diversi centri sta normalmente l’UNHCR con i governi locali e i relativi ministeri (interni, immigrazione etc) che coordinano e a volte subappaltano ad altre organizzazioni le diverse mansioni, in primis occupandosi di progettare e montare le strutture (tende, bagni, container abitativi) e poi nel colorato mondo degli interventisti umanitari c’è chi si occupa di distribuzione di cibo (normalmente lunch packet e pochissimo cibo caldo), chi distribuisce coperte e mantelle antipioggia, chi vestiti e scarpe (di solito frutto di donazioni), chi  si occupa di fornire informazioni multilingue, chi allestisce le zone wifi e carica cellulari, chi offre assistenza medica, chi si occupa di animazione per i bambini e gestire spazi protetti mamma-bambini etc, etc, etc

Ci sono tutti negli hot spot, dalle grandi organizzazioni, ai semplici gruppi di volontari. Per poter entrare e fare attività o anche solo fare delle visite, è necessario ottenere dalla polizia un permesso che può richiedere una delle organizzazioni accreditata a operare nei campi.

Paralleli ai servizi umanitari ci sono le funzioni di registrazione in entrata e (non sempre) in uscita gestiti dalle polizie dei singoli Stati, che le comunicano all’UE.

Ogni paese ha dunque un entry point e un exit point che, in forma meglio o peggio organizzata, arriva a registrare anche 5-6 mila persone al giorno. Terminata la registrazione in un entry point, le persone possono stare alcune ore al campo per scaldarsi, rifocillarsi, aspettare parenti rimasti indietro e ricaricare i cellulari e tenere i contatti tramite wifi, dopodichè ripartire. Più le persone sono lontane dal loro sogno, quindi in Grecia e Macedonia, meno tempo tendono a stare nei centri di transito, per la paura di restare bloccate.

Il modo per spostarsi da uno spot all’altro cambia in base al paese e avviene via traghetto, autobus, taxi e treno. I prezzi sono uniformati e, in caso di compagnie private, sono stati fatti appalti o accordi tra gli Stati e le compagnie stesse che offrono il sevizio. Naturalmente, ci sono anche trafficanti e passeur che non offrono garanzie e il cui costo è sempre elevato, che approfittano della situazione e della disperazione delle persone, in particolare dei non SIA (Siracheni, Iracheni, Afgani) che sono gli unici che hanno diritto a percorrere la rotta “ufficiale” e richiedere asilo in altri paesi EU. Gli altri (in particolare maghrebini, eritrei, pakistani) arrivano normalmente lungo la rotta fino alla Macedonia o alla Serbia e da qui – una volta respinti – portati nel campo per richiedenti asilo in Serbia, situato a Belgrado. Il numero dei richiedenti asilo in Serbia ovviamente è irrisorio, i migranti si spostano dalla periferia sino al Miksalište (un centro aiuti ai migranti nato dietro la stazione dei bus e gestito in toto dalle organizzazioni di volontariato in cui polizia e altri operatori non entrano) e raccolte le informazioni necessarie e trovati i contatti giusti ripartono, a questo punto scomparendo dai flussi registrati.

Dalle isole Greche i migranti raggiungono Atene via traghetto, ognuno pagando il proprio biglietto. Il costo varia in base al servizio che si sceglie (passaggio ponte, cabina) e alla compagnia che offre il servizio e parte da un minimo di 44 a un massimo di 72 euro a persona.

Ad Atene terminata la registrazione si parte via autobus per Idomeni (exit point). In questo caso il costo del tragitto è di circa 30, 35 euro. Può capitare che Idomeni sia chiuso perché il campo è sovraffollato. In questo caso i malcapitati dovranno aspettare presso l’autogrill Eko sull’autostrada, all’altezza di Polikastro. Qui non esiste un campo organizzato, i bus stanno fermi per giorni fino a che Idomeni non si svuota. Le persone (negli ultimi giorni 3 – 4.000) aspettano di partire, dormendo in tendine da campeggio, senza cibo caldo e senza bagni a sufficienza. Nell’area non sono state montate tende riscaldate, container e si conta una bassissima percentuale di organizzazioni, proprio vista l’imprevedibilità della situazione.

Dal campo di Idomeni i migranti a piedi superano il confine – che sia giorno, che sia notte, che sia freddo, che sia caldo e arrivano a Gevgelija (Macedonia). Qui ripartono praticamente subito o con il treno o con i taxi. Il prezzo per arrivare a Tabanovce è di 25 euro a persona. E’ qui che gli autisti macedoni hanno protestato fortemente bloccando i passaggi dei treni, che a loro dire toglievano loro lavoro. Il governo ha dovuto trattare per far passare almeno un treno al giorno, mentre per il resto del tempo sono i taxi ad accompagnare le persone.

Problema: considerato lo stipendio medio macedone di circa 250 euro al mese, quanti soldi in più guadagna al mese un tassista che in un giorno fa in media due viaggi con a bordo 4 persone, visto il costo del carburante che non supera l’euro al litro?

Raggiunta Gevgelija i migranti superano il confine e percorrono 4 Km a piedi lungo un sentiero parallelo alla ferrovia per raggiungere prima Miratovac (dove si trova il RAP – Refugee Assistance Point) e quindi Preševo, in Serbia. Al pari del centro d’entrata, anche il centro di uscita macedone è caotico e la gente recupera in fretta qualche vestito, qualche panino e si incammina in fretta verso la Serbia. Di là della frontiera, percorsi i sentieri a piedi nel fango, la situazione si fa più tranquilla. Il centro a Preševo è veramente ben attrezzato, salvo le lunghe attese per il security check (che avvengono sotto una pensilina all’aperto), si accede a larghi tendoni riscaldati e servizi igienici decenti. Inoltre ci sono moltissime organizzazioni presenti. Terminata la registrazione i migranti hanno 72 ore per lasciare la Serbia o chiedere asilo e si incamminano con i bus verso il nord del Paese, prima fermandosi nell’autogrill lungo l’autostrada ad Adaševci dove hanno allestito un centro del commissariato serbo per i rifugiati e un centro di accoglienza (nulla a che vedere con l’autogrill greco di Policastro) e quindi proseguendo per la stazione dei treni di Šid. Il costo del percorso dal sud al nord della Serbia in autobus è di 35 € a persona.

Da Šid si parte via treno per Slavonski Brod. Qui nuovamente vengono fatte le procedure di controllo, l’identificazione e la registrazione (che permette di stare in Croazia sino a 7 giorni) e dopo un’attesa che normalmente durava circa 5 ore (ma che si sta via via prolungando fino a 24, 48 ore in questi giorni) il treno parte per Dobova in Slovenia. Le spese di trasporto sono – per la prima volta – gratuite per i migranti. E’ l’Unione Europea che infatti sta coprendo le spese di accoglienza e trasporto all’interno di questi paesi.

Partiti da Brod si raggiunge in circa 4 ore il centro di transito di Dobova, in Slovenia. Da qui nuovamente senza pagare, si parte per l’Austria, verso due punti di confine: Šentilj-Spielfeld o Jesenice-Rosenbach.

Ed è qui che finisce la Balkan Route e si apre la possibilità di ricominciare una nuova vita per i migranti. Sempre che i governi europei trovino degli accordi per la distribuzione dei richiedenti asilo e rifugiati, sempre che le espulsioni e i respingimenti non si facciano ancor più frequenti, sempre che la Turchia faccia la sua parte nell’accogliere all’interno delle sue frontiere le decine di migliaia di persone che cercano riparo…
Sempre che l’Europa faccia la sua parte, sempre che noi facciamo la nostra parte.

Ma come diceva proprio oggi Papa Francesco in Piazza: si deve trovare una soluzione politica per questo povero paese (rif. Siria).

– La mia Western Balkan Route –

Ero stata a novembre 2015 presso il campo di transito di Slavonski Brod, in Croazia orientale, aperto a inizio mese. Ero rimasta positivamente colpita dal grado di efficienza di questo posto, dagli operatori che ci lavorano e dal buon clima tra polizia, volontari, operatori umanitari. In questo viaggio che si è spinto più in là ho capito che Slavonski Brod è probabilmente vissuta come la fine del viaggio, il posto in cui anche i rifugiati e migranti tirano un sospiro dopo giornate se non mesi ad affrontare l’ignoto.

Le folle di persone che spingono e urlano e non si fermano che ho incontrato a Gevgelija, al confine macedone-greco, che ho rivisto a Preševo, al confine serbo-macedone, avevano lo sguardo allucinato, la paura e il caos negli occhi. Paura di rimanere nella terra di nessuno, forse. Paura di essere respinti, forse. Paura di non arrivare in tempo in Europa, prima che l’Europa chiuda tutti i suoi confini. E quindi spingevano, camminavano, volevano andarsene da quei campi, in mezzo al nulla, vicino alle ferrovie. E poi, a Brod gli stessi visi, gli stessi abiti donati dalle organizzazioni e dai cittadini, ma la faccia distesa. Persone sedute su un treno in attesa del fischio che li porterà in Austria, finalmente. La fine del viaggio.

Il nostro percorso in auto durato solo 6 giorni ha fatto tappe a Dobova, Slavonski Brod, Šid e Adaševci, Belgrado, Preševo, Tabanovce, Gevgelija e Idomeni, Policastro. Saremmo andati giù giù giù fino ad Atene e poi Lesbo e la Turchia e Aleppo alla fine, se non fosse che a un certo punto uno si deve fermare. Lo stesso percorso che noi abbiamo fatto in pochi giorni dura a volte venti, trenta giorni, a volte mesi.

Dipende.

Da cosa? Dai soldi che si hanno, dai contatti con i trafficanti, dalla possibilità di avere notizie di chi è già oltre e ha superato le tappe e comunica con whatsapp e nei gruppi facebook per raccontare difficoltà e trucchi da seguire, dal clima, dalle frontiere aperte o chiuse, dagli scioperi di chi cerca di trarre profitto dalla situazione bloccando le strade, dal riuscire a rimanere uniti ai propri parenti o doverli aspettare di tappa in tappa, dall’essere ricacciati e poi riprovarci.

Insomma, dipende.

Così come dipende il grado di efficienza e l’organizzazione nei diversi „centri di transito“ come vengono chiamati. Infatti ufficialmente nessuno ha definito i numerosi e sempre più attrezzati spazi che si vanno costruendo sulla Balkan Route come „centri di accoglienza“. Bisogna anzi stare attenti a come si parla coi diversi interlocutori. Centri di transito. Il problema non sarà permanente, ufficialmente. Ufficialmente queste persone non si fermeranno in questi paesi.

Ossia: nessun governo dei paesi balcanici sta dicendo al suo popolo che c’è un (probabile?) accordo con l’UE (moneta di scambio?) per tenere i profughi  sul proprio suolo.

Ma in verità i posti letti aumentano. Come mai a Slavonski Brod che è solo luogo di registrazione e partenza ci sono 10.000 letti e si sta pensando a farli diventare 15.000? Perché la stessa cosa accade a Preševo? Che progetto c’è nel risanare un vecchio stabilimento a Šid per metterci migliaia di brandine?

Ad ogni modo, finchè non si gioca a carte scoperte, il viaggio è stato una discesa agli inferi, via via che cambiavamo Stato e andavamo verso sud, ovvero verso l’origine della rotta, via via la situazione diventava più caotica, confusa e spaventosa. Nessuna scena orrenda, ma una tensione percepibile nelle persone, la paura di non arrivare (arrivare poi dove, mi chiedo io).

A Brod file ordinate e poche centinaia di persone sedute sul treno, scendendo più giù, fino a Policastro, gente a piedi nel fango, centinaia di bambini, fantasmi avvolti nelle coperte grigie degli aiuti umanitari. Persone costrette ad aspettare 3 o 4 giorni lungo l’autostrada, senza bagni, senza cibo, dormendo nei bus o nelle tendine da campeggio della Decatlon, con il vento che ti butta addosso aria gelata. L’unica cosa positiva per ora è che quest’inverno a differenza dei soliti inverni balcanici, è più mite del normale.

Migliaia di persone lungo la spina dorsale dei Balcani, il tutto sapendo che in Grecia ci sono già altre decine di migliaia sbarcate e altre decine di migliaia pronte al confine turco.

Numeri che fanno impressione, ma che non significano nulla per chi li legge e per chi ne fa statistiche.

– Le persone, non i numeri –

Noi abbiamo parlato con alcuni di loro, abbiamo sorriso ad alcuni bambini, bevuto il té con loro, semplicemente ci siamo scambiati uno sguardo, con un malcelato ottimismo abbiamo augurato loro buona fortuna, buona strada verso la Germania Inshallah!

Abbiamo incontrato persone determinate, spaventate, pronte a tutto, pur di andare via dal loro Paese, con la sofferenza di lasciarsi tutto e tutti alle spalle, ma senza nessuna alternativa. Centinaia di padri e madri che tenevano stretti i loro bimbi più piccoli, mentre quelli che sanno camminare corrono per non perdersi.

Ecco chi sono questi terroristi e criminali pronti a venire in Europa e sterminarci. Orde di bambini vestiti in modo buffo, con giacche di 3 taglie più grandi, uomini con la barba lunga sfatta da giorni e donne non truccate e non pettinate, che chiedono educatamente ai poliziotti di poter andare in bagno lasciando la fila.

Colpevoli solo di essere nati dalla parte sbagliata del mondo.

 

 

Sarajevo a Immagimondo Lecco

Pubblicato: settembre 8, 2015 in Uncategorized

Insomma, domenica 20 settembre finirò a Lecco a raccontare di Sarajevo (e non solo), attraverso le immagini di Lara Ciarabellini, che ha “sonnambulato” per i Balcani scattando queste foto scandite in diversi archi temporali (http://www.laraciarabellini.com/somnambulism/)

Un bel progetto artistico che ha vinto anche alcuni premi e che presenteremo insieme a Immagimondo, un festival di culture, più che culturale, organizzato da Les Cultures.

Oltre a me e Lara, ci sono un sacco di belle altre persone e momenti, per cui, senza troppe scuse, fatevi un giro nel lecchese, alla 18° edizione del festival, ne val la pena!

Qui maggiori info e il programma🙂

http://www.immagimondo.it/

immagimondo

 

PUBBLICATO SU: nellaterradeicevapi.wordpress.com www.lenius.it www.cafebabel.it www.ipsia-acli.it

Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole (Qo 3,1)

Che la tensione in occasione della commemorazione del ventennale dell’eccidio di Srebrenica fosse alta lo si era capito quando, tre giorni prima dell’11 Luglio, la Russia ha posto il veto alla bozza di risoluzione proposta dai britannici al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si afferma “acceptance of the tragic events at Srebrenica as genocide is a prerequisite for reconciliation”. In particolare l’ambasciatore russo Vitaly ha dichiarato a motivo del veto che la bozza “non era costruttiva, ma provocatoria e motivata politicamente”.

Questo avveniva 3 giorni dopo che il domenicale britannico Observer pubblicava un reportage basato su ricerche e documenti segreti declassificati in cui emerge una responsabilità documentata dei governi occidentali (in particolare Francia, USA, Gran Bretagna) consapevoli che per metter fine alla guerra in Bosnia Erzegovina l’unica era sacrificare le zone protette create nel 1993 dall’Onu stessa (risoluzione 819), supportando in un certo senso la “direttiva 7” firmata dal presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić. Questa direttiva in sintesi ordinava la “rimozione permanente” dei musulmani bosniaci dalle aree sicure protette dall’Onu.

Le tensioni non erano mancate nemmeno nel periodo precedente, quandoTomislav Nikolić, il Presidente della Serbia, aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione se il Presidente bosniaco-musulmano Bakir Izetbegović (figlio di Alija, primo presidente dell’indipendente Bosnia Erzegovina nel 1992) non avesse a sua volta commemorato i caduti serbi della regione.

La presenza della Serbia verrà però garantita dal Primo Ministro, Aleksandar Vučić, che – solo dopo che la Russia pone il veto alla risoluzione – si dichiara pronto a recarsi alla commemorazione per rendere omaggio alle vittime della violenza (la parola genocidio, però no, non si usa). Quel Vučić che chiede la “benedizione” per la sua presenza al Sindaco di Srebrenica e alle madri di Srebrenica. La stessa persona che in un suo discorso al parlamento serbo il 20 luglio del 1995 disse: “Voi uccidete un serbo e noi uccideremo cento musulmani”.

A far capire che di Srebrenica e delle vittime si sarebbe parlato molto poco in questi giorni, e che invece largo spazio si sarebbe dato alle polemiche e alle accuse, era stato ancora prima l’arresto a Berna di Naser Orić, ex comandante della difesa di Srebrenica durante la guerra 1992–95.

Orić, eroe nazionale per i bosgnacchi e criminale di guerra per i serbi, era stato fermato per via di un mandato di cattura internazionale richiesto nel febbraio 2014 da Belgrado ed eseguito a Berna durante una visita ufficiale dell’ex comandante. La Svizzera ha estradato Orić in Bosnia Erzegovina il 26 giugno, ma la richiesta ancora in vigore della Serbia è quella di sottoporlo a processo per i crimini commessi nei confronti di civili serbi nel villaggio di Zalazje.

La leggerezza di una costola

In questo clima politicamente teso, l’organizzazione della commemorazione è andata comunque avanti secondo lo schema classico che si segue dal 2003, anno in cui è stato inaugurato ufficialmente da Bill Clinton il complesso Memoriale di Srebrenica-Potočari.

Ogni anno da allora, mano a mano che vengono aperte le fosse comuni, riesumati i resti (parziali), identificate le vittime attraverso gli esami del DNA, le famiglie si riuniscono al cimitero l’11 luglio, per seppellire ciò che resta dei loro cari.

La leggerezza con cui passano sopra le teste dei partecipanti i tabut, le bare in cui sono seppelliti i caduti del genocidio di Srebrenica, rende evidente che all’interno di queste casse di legno ricoperte da un telo verde, non ci siano altro che poche ossa asciugate dal tempo. Mi raccontava Ado che di suo zio avrebbero sepolto solamente una costola quest’anno, ma che almeno avrebbero avuto finalmente un luogo su cui pregare e un nome scolpito su una lapide individuale, non più solo l’iscrizione nella lista dei caduti e dispersi del Genocidio.

Dare dignità ai propri morti, dovrebbe essere la parola che contraddistingue queste giornate. Dostojanstvo. Ripetuta per tutta la giornata dell’11. Dignità. Quella dignità violata nell’omicidio brutale di 8372 maschi. Adulti, giovani, anziani. Torturati, malmenati, giustiziati e sepolti, dissepolti con i bulldozer, di nuovo sepolti a pezzi in massa e infine, ma ancora non tutti, dissepolti e inumati insieme ad altre centinaia nel cimitero di Potočari.

Sono poche le persone che decidono di dare sepoltura ai propri caduti in altri luoghi, è come se questo processo sia di massa in tutto il suo svolgimento. Assedio di una massa di persone, 30.000, che vivono nella zona protetta cittadina bombardata e affamata per quasi 3 anni. Una massa di persone che sotto le bombe e i colpi dei fucili scappa per cercare protezione nella base delle Nazioni Unite o che tenta la via della salvezza attraverso i boschi. Una massa di uomini che viene separata dalle proprie madri, mogli, sorelle, figlie e portata sotto gli occhi dei loro protettori nei camion, da cui scenderanno per essere fucilati in massa. Per finire in una fossa comune. E infine, ottenere un funerale di massa. Collettivo.

Il rito dell’11 Luglio prevede una parte iniziale di discorsi dei politici che ogni anno prendono parte alla commemorazione. Sono anni che si ascoltano le stesse parole. Alcuni parlano in inglese, altri in bosniaco, ma alle decine di migliaia di persone che partecipano queste cose non interessano. La massa che è arrivata da tutta la Bosnia e da tutto il mondo si muove, dal centro di Potočari – dove lungo la strada aprono baracchini provvisori che vendono bibite, ćevapčići e janjetina – al Dutchbat compound, avanti e indietro.

Quando finiscono le dichiarazioni dei politici, quando questi depongono i fiori e prendono posto in tribuna, allora il fiume di persone rientra nel cimitero e guidato dalle voci del Reis-ul-Ulema, il leader spirituale della comunità islamica in Bosnia Erzegovina, si inchina e si rialza secondo i ritmi dettati dalla preghiera, invocando la pace per i propri morti e la pietà di Allah.

Gli unici che restano in piedi sono i fotografi e gli stranieri presenti.

Terminata l’orazione (dženaza-namaz) a cui in via del tutto eccezionalepartecipano le donne (per la religione islamica la loro presenza durante il rito funebre è vietata) vengono letti i nomi delle vittime che verranno seppellite (quest’anno saranno 136: il più giovane aveva 15 anni, il più anziano 75) per trovare posto insieme alla altre 6.241 che già riposano nel cimitero.

tabut passano velocemente sopra le teste dei partecipanti e soltanto allora i parenti possono avere un momento (relativamente) privato con i loro cari, occupandosi della copertura con la terra delle bare nelle fosse già scavate, pronte da giorni ad accogliere questi miseri resti.

Le vanghe stanno ancora colpendo il terreno che il fiume di persone che si era fermato è già in movimento, finita la preghiera alcuni tornano a mangiare e a bere, ma molti si dirigono ai parcheggi, verso i bus, le auto e cercano di far ritorno a casa, bloccandosi per ore in una colonna che nemmeno sull’Autosole il primo week end di agosto potrebbe essere più soffocante. Due ore di media per fare meno di 12 chilometri, fino al semaforo di Bratunac. Con la polizia serba che non muove un dito per facilitare le manovre degli autisti.

La spettacolarizzazione del dolore

Quello che mi chiedo è se non avrebbe più senso per queste persone e per le loro vittime avere una cerimonia privata, una funzione religiosa e un momento in cui da soli possano stare con i loro morti senza i flash dei fotografi o la presenza di politici pronti a rubare la scena.

Ma già dal giorno prima (e da quanto seguito nei giornali locali in precedenza) capisco che il gioco della parti prevede tutto questo.

La Marš Mira, marcia della pace, è il contraltare della Marć Smrti del 1995, la marcia della morte che oltre 10.000 uomini in fuga da Srebrenica fecero sotto i colpi dell’esercito serbo-bosniaco che dava loro la caccia attraverso cento chilometri tra boschi e campi minati, nel tentativo di raggiungere il territorio di Tuzla, in mano dell’Armija BiH.

Una manifestazione iniziata nel 2005, con 300 partecipanti, che quest’anno ha visto la presenza di quasi diecimila persone.

I partecipanti sono arrivati in silenzio a Potočari il 10 luglio alle 17, dando il via alla due giorni di commemorazioni. Ad aprire la colonna i sopravvissuti all’eccidio. Dietro di loro, un fiume di persone stravolte dal caldo e dalla fatica, chi con le bandiere delle Bosnia, chi con le magliette del proprio luogo di provenienza, quasi tutti con appuntata la spilla del fiore di Srebrenica, simbolo del genocidio, ricamato in bianco e verde.

Ad aspettare l’arrivo dei marciatori sono sopratutto giornalisti, fotografi, televisioni.  Il silenzio dei marciatori veniva rotto dagli scatti in serie dei reporter.

Pochi minuti dopo l’arrivo della marcia, una delegazione internazionale si è recata in uno degli hangar dell’ex fabbrica di batterie, sede dell’Unprofor durante la guerra, dove si trovavano le bare delle 136 persone in attesa della sepoltura.

È qui che i fotografi e i giornalisti hanno consumato il loro primo pasto di sangue, non appena un partecipante alla commemorazione si fermava a pregare sulla bara di qualcuno o a deporre un fiore, partivano le raffiche delle macchine fotografiche, piazzate a pochi centimetri dalle facce lacrimanti di chi salutava le sue vittime. Al tempo stesso non riesco però a scacciare la sensazione che ci fossero persone, tra i partecipanti, che erano lì solo per finire sui giornali.

Non sazi delle loro prime fotografie i reporter seguono le bare che vengono accompagnate al cimitero e attendono l’11 Luglio, quando dopo la preghiera, i parenti seppelliranno le vittime. Sin dalla mattina si possono vedere stranieri che armati di zainetto e macchine professionali prendono posizione presso le fosse vuote, in attesa della fine della preghiera.

È allora che partono nuovamente le raffiche. Un amico slovacco che è venuto a Srebrenica per portare rispetto, ma anche per documentare le giornate con un reportage, litiga con uno di questi reporter, chiedendo che abbiano rispetto per i parenti e che la smettano di fotografare a scatto in faccia alle persone. “Fuck off I’m here to work” è la risposta che si sente dare.

E mi chiedo: il mondo ha ancora bisogno di queste immagini per capire cosa è successo?

Il veto alla parola “genocidio” della Russia ci rende così ciechi da non vedere il mare di tombe che costella queste colline?

I video delle uccisioni dei prigionieri che chiedono “Cosa ne farete di noi?”, per sentirsi rispondere “Quattro li ammazziamo e i due più bravi li liberiamo” efinire tutti fucilati non è sufficiente, insieme alle fosse comuni, alle decine di pagine di testimonianze, alle fotografie, per avere ancora bisogno di vedere anno dopo anno tutto questo?

Dobbiamo ancora, venti anni dopo, sentire parlare svogliati governi occidentali (ma anche Iran, Turchia e Arabia Saudita, nuovi amici del governo musulmano bosniaco) di giustizia, verità e riconciliazione, quando in questo Paese nulla è mai stato fatto per consegnare i colpevoli alla giustizia e superare i traumi psicologici del conflitto?

Dobbiamo tutti gli anni stare a sentire la risposta dei serbi che dicono: anche noi abbiamo avuto più di 3.000 morti per mano musulmana in quelle zone, facendo a gara a quali morti “valgano” di più?

Dobbiamo ancora, nel 2015, prestarci al negazionismo nazionalista di chi cerca di sollevarsi dalle colpe dei suoi governanti?

Di chi è la colpa?

Nel film girato dal regista bosniaco Denis Tanović “No man’s land”, vincitore di un premio Oscar, c’è uno scambio tra i due protagonisti in cui l’uno chiede all’altro: “Chi ha cominciato la guerra?“. La risposta è sempre condizionata da chi dei due tiene in mano un fucile e minaccia l’altro. Quando è il bosniaco a tenere l’arma, il serbo si autoaccusa dicendo: “Noi abbiamo cominciato la guerra”. Ma quando in un gioco di inversione dei ruoli il fucile ce l’ha il serbo, è il musulmano che deve dichiarare: “Noi abbiamo cominciato la guerra”.

Ma perché la risposta è così importante? Perché purtroppo, in questo contesto storico-geografico, ma soprattutto culturale, sono secoli che si va avanti a cercare di addossare le colpe gli uni agli altri.

Fenomeno senza un inizio e senza una fine, ma che vede compiersi nel mezzo i peggiori massacri, nel nome della giustizia, che in questo luogo significavendetta.

Il generale delle truppe serbo-bosniache, Ratko Mladić, si fa riprendere a Srebrenica e dichiara: “Eccoci qui, 11 luglio 1995 nella serba Srebrenica, per regalare al popolo serbo questa città ed è finalmente venuto il momento in cui, dopo le rivolte contro i turchi, ci possiamo vendicare dei musulmani”, riferendosi chiaramente al dominio dell’Impero ottomano in queste regioni nei secoli passati.

E in questo gioco di addossare le colpe entrano nella centrifuga di questa storia violentata anche i governi occidentali e le truppe olandesi di stanza a Potočari. Nello specifico si trattava di circa 400 soldati, di giovane età, stanziati in questa stretta valle che finisce tra le montagne, a far da “protezione” a una cittadina abitata da circa 30.000 persone e assediata dalle truppe dell’esercito serbo. La missione dell’UNPROFOR era quella di garantire, solo con pochi mezzi blindati e armi leggere, la protezione della popolazione civile della “zona sicura”. Le regole di ingaggio permettevano ai soldati di usare la forza solo per l’autodifesa, contando sul supporto aereo della NATO da chiamare in caso di bisogno. E così fecero.

Il comandante Karremans richiese l’appoggio dei bombardieri quando era evidente che Srebrenica stava per cadere. Le forze dell’esercito serbo avevano già preso diversi OP (Observation Post) a partire dal 6 luglio 1995 e catturato 30 soldati Onu, rubando loro divise e armi che avrebbero poi usato per ingannare i bosniaci. Ma l’aiuto aereo non arrivò mai. Per problemi di trasmissione nella richiesta, ufficialmente. Per motivi politici ben evidenziati anche dall’Observer, non ufficialmente. Era l’estate del 1995 e la guerra in Bosnia doveva finire. Srebrenica avrebbe pagato il prezzo, era la vittima sacrificale designata dai governi occidentali, in cambio di una pace fragile.

Ma la domanda è: fino a che punto possiamo dare la colpa agli olandesi? Queste 400 persone avrebbero potuto impedire l’eccidio di più di 8.000 persone? Una sentenza del 2014 del tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia ha riconosciuto civilmente colpevole il governo olandese per aver consegnato all’esercito serbo bosniaco 300 uomini e ragazzi rifugiatisi nel compound di Potočari. Sarebbero stati tutti uccisi poco dopo.

È sufficiente questo risultato a poter dire che giustizia è fatta?

A mio parere la colpa non è delle Nazioni Unite, ma di chi ha perpetrato il genocidio. Di chi ha pianificato e organizzato questo crimine, in primis, pensandolo a tavolino. E dunque i leader dei paesi in guerra, in particolare il presidente della Serbia Slobodan Milošević e il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić.

A scendere la responsabilità ce l’hanno gli esecutori materiali del genocidio, i soldati, i paramilitari che hanno premuto i grilletti, sgozzato, stuprato, decapitato. E in primis il loro comandante, il generale dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić.

Sono colpevoli quelli che hanno guidato i camion e i bus e hanno portato le persone sul luogo della morte.

Sono colpevoli quelli che hanno dato i loro campi e la loro terra per scavare le fosse comuni, testimoni di quello che accadeva.

Sono colpevoli quelli che sapevano e non hanno fatto nulla. E quindi, sono colpevoli anche i soldati olandesi che vedevano, ma non denunciarono.

E non si tratta solo di quei 400 olandesi su cui si cerca di scaricare il grosso delle colpe. Ma anche qui a cascata in ordine inverso di gerarchia.

Colpevoli i comandi Nato che non hanno accettato la richiesta di inviare i caccia quando sono stati richiesti.

Colpevole il generale Morillon che creò le aree protette per poi non mettere in condizione di sicurezza queste zone.

Colpevoli i governi che si sono giocati il destino di queste persone e di tutte le altre vittime di questa (e di tutte le guerre) senza fare altri conti che non i proprio interessi, pur sapendo quel che accadeva.

Una strage in diretta

A Potočari in quei giorni non c’erano solo le vittime e i loro parenti che sarebbero poi stati i testimoni ai processi.

Non c’erano solo i criminali.

Non c’erano solo le Nazioni Unite.

C’erano anche altri osservatori che però non denunciarono subito i fatti drammatici e il caos di quei giorni e il panico. Da una parte non si riusciva comprendere la portata del massacro, dall’altra parte si rischiava la propria vita con la presenza in questi luoghi

E sì: pare un quesito più etico, che altro. Testimoni o conniventi? È questo il dilemma che ancora non è stato sciolto e su cui ancora ci si interroga.

Gli operatori dell’Organizzazione Medici Senza Frontiere, presente a Srebrenica dal 1993 si trovavano anche a loro a Potočari e nel rapporto di allora, che hanno pubblicato in questi giorni insieme a un’ampia raccolta di documenti e materiale legato a quel periodo e al successivo, dichiarano di aver assistito il 12 luglio alla separazione degli uomini, di come questi vengano portati in un capannone e di sentire colpi di fucile provenire da lì. O ancora, di come un uomo bosniaco in lacrime porti a un’operatrice un bambino di un anno, e che “si allontani poi con un soldato serbo bosniaco perché è stato selezionato per…?”. O ancora di come gli operatori vengano chiamati a vedere i corpi delle persone uccise. MSF per la posizione neutrale in conflitto che ha sempre mantenuto in ogni conflitto non può opporsi a quello che sta capitando in quel momento, ma gli operatori man mano che passano le ore sono sempre più consapevoli di quel che succede. Il responsabile della missione si rivolge a Mladic che risponde bruscamente: “Voi fate il vostro lavoro, io faccio il mio”. L’unica cosa che, al contrario degli olandesi, riusciranno a fare sarà quella di far evacuare i feriti del loro ospedale da campo, senza che finiscano nelle mani delle forze armate serbe.

Testimoni o conniventi?

Potevano quei 400 caschi blu olandesi opporsi a quello che stava capitando?

4 operatori di MSF potevano cambiare il destino di quelle 8372 persone?

Tutti sapevano cosa stava succedendo, in tempo reale. I satelliti riprendevano le immagini di quel che accadeva, dal vivo. Spostamenti di popolazione, la colonna nei boschi che si arrendeva ai soldati, le evacuazioni ai bordi dei campi di calcio, le ruspe in azione, gli scavi e sepolture.

Ma al momento la giustizia internazionale è ferma alla sentenza 2014 del TPI (Tribunale Penale Internazionale) che ha confermato le sentenza di ergastolo per Vojadin Popović e Ljubiša Beara, tenente colonnello e colonnello dei Drina Corps, un corpo speciale delle milizie serbo-bosniache, coinvolto nel massacro. La sentenza riconosce in toto le responsabilità dei due alti ufficiali nell’aver deliberatamente individuato e annientato gruppi di persone scelte sulla base della loro appartenenza religiosa, decretando nero su bianco che si trattò di genocidio.

E tutti gli altri? Venti persone sono state processate all’Aia per i crimini commessi a Srebrenica nel luglio del 1995. I processi di Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Zdravko Tolimir, Jovica Stanišić e Franko Simatović sono ancora in corso.

Dalla sua istituzione, il Tribunale ha imputato 161 persone per violazioni dei diritti umani, nei territori dell’ex-Jugoslavia tra il 1991 e il 2001. I processi di 146 persone sono stati conclusi, mentre 15 imputati stanno ancora aspettando la sentenza definitiva.

Tutti gli altri camminano come uomini liberi, nella cittadina di Srebrenica come nel resto dei Balcani.

Vittime e carnefici di nuovo insieme, in un gioco delle parti più grande di loro.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Questo 11 Luglio, terminata la lettura dei propri discorsi, la delegazione internazionale (tra cui Clinton, la Boldrini, Valentin Inzko, alto rappresentante in BiH, il rappresentante del tribunale internazionale dell’Aja, rappresentanti di diversi governi tra cui quello olandese) si è incamminata verso la tribuna, passando in mezzo alla folla.

È stato allora, verso le 13, che si sono alzati fischi, a cui si sono aggiunte urla e grida come “Allah è grande”. Mentre il serpentone della delegazione passava tra le transenne, hanno cominciato a volare bottiglie, scarpe e pietre. Tutte rivolte ad Aleksandar Vučić, il primo ministro serbo. In cima alla collina uno striscione si è aperto ed era scritta la frase che Vučić proclamò in parlamento nel 1995: per ogni serbo ucciso, 100 musulmani. La folla ha cominciato ad agitarsi, la tensione si è alzata, dal mezzo delle tombe dove ci si trovava, alcuni hanno cominciato a correre in direzione della delegazione. È stato tutto veloce. Sino a che il Reis-ul-Ulema al microfono ha invitato i suoi fratelli e sorelle a girarsi e a pregare: “Non lasciate che chi ha causato il nostro dolore prenda la nostra dignità. Si tratta di un obbligo verso i nostri martiri e la nostra fede. Per favore, fratelli e sorelle, è tempo per la preghiera”.

Poche ore dopo, i giornali e le tv serbe parlavano di un attentato e un tentativo di uccisione del premier. Vučić ha rilasciato delle dichiarazioni da una parte cercando di smorzare le tensioni accumulate e dichiarando che sa che non sono state le donne e le vittime di Srebrenica a compiere questo gesto, dall’altra chiedendo fermamente che si trovino in fretta i responsabili. L’associazione delle madri di Srebrenica insieme al Sindaco di Srebrenica, hanno chiesto pubblicamente scusa, condannando questo gesto. In queste ore, grazie alle immagini, si stanno cercando i volti e i nomi dei responsabili, soltanto dopo si potrà capire se siano state delle azioni organizzate o se si sia trattato del gesto di alcune persone che ha infiammato gli animi già surriscaldati della folla presente, nel contesto di tensione crescente che ha preceduto le giornate della commemorazione.

L’unico dato certo è che invece di prestare attenzione al dolore dei sopravvissuti, in lutto per i loro morti, si è dato spazio nuovamente alla politica e alla propaganda, che da oltre vent’anni tengono in scacco questa parte del mondo.

Riconciliazione?

Ci sarà mai pace in questo luogo? Oltre al silenzio che regna tra le tombe di Potočari e nella piccola cittadina di Srebrenica, abitata da fantasmi e da poche centinaia di persone, ci sarà mai un reale tentativo di dialogo, di assunzione delle colpe, di vittoria della giustizia e infine di perdono?

Cosa è stato mai fatto in questi vent’anni qui, e nei Balcani in generale, per tentare di spegnere le braci ancora calde alimentate da violenza e nazionalismo?

Di certo non sono i rappresentanti politici al potere a supportare un processo di giustizia e verità in questi luoghi, così come non sono i media locali, foraggiati e foraggiatori dei suddetti politici a smorzare i toni.

Non è l’assetto politico disegnato nel 1995 in Bosnia dalle forze di pace riunite a tavolino a concedere respiro, la tripartizione non fa che aumentare le distanze.

Non ci sono ONG e non ci sono organizzazioni internazionali che siano mai state in grado di lavorare sui traumi e sul superamento delle violenze.

Non è la giustizia che sta dando ragione.

Abbiamo ragazzi nati pochi anni dopo il 1995 che indossano magliette con scritto “8372 motivi per odiarvi”, riferendosi alle vittime di Srebrenica e ai loro uccisori.

La stessa cosa dall’altra parte: i poster con la faccia di Putin, colui che ha messo il veto alla parola genocidio, che il 10 luglio vengono appesi su case e pali nella strada che va verso Bratunac e verso Potočari.

Testi scolastici che raccontano versioni diverse degli stessi orrori.

Eroi nazionali che sono criminali di guerra.

Se vent’anni vi sembran tanti, ricordate, nei Balcani ci si sta ora vendicando di ciò che è accaduto nel 1389.

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emergenza alluvioni in bosnia

Pubblicato: maggio 19, 2014 in Uncategorized

Dopo le piogge delle ultime settimane la bosnia é sott’acqua.

La situazione é caotica.

Strade e confini chiusi. Case distrutte. Campi allagati.

Bestiame annegato. Mine che si spostano col fango.

Emergenza senza stime complessive e convulsi aggiornamenti di ora in ora.

Sono a sarajevo e senza computer quindi non riesco a scrivere altro.

La bosnia e la serbia hanno bisogno di noi.

Al prossimo aggiornamento.