Chi segue il mio blog avrà notato che non scrivo da oltre un anno. La mia riflessione scritta di quello che accade lungo la rotta balcanica si è fermata a un elenco di morti rimasti spesso senza nome, ma a volte, con una sepoltura (questa è una storia che è un giorno dovrò raccontare, e in un certo senso termina l’8 marzo, giorno in cui l’Italia si è fermata per pandemia e in cui io sono partita da Milano per andare prima di tutto in un posto che si chiama Lipa, in Croazia).

Dove sono adesso? Sono a Bihac, nella Bosnia occidentale. Luogo in cui già avevo vissuto e lavorato e nel quale è nato questo blog, e luogo che dal 2018 ho ricominciato a frequentare, perchè da allora la rotta balcanica ha fatto capolinea proprio qua. La mia avventura di oltre due anni in Serbia è terminata, ho salutato Valjevo e mi sono trasferita qui, dove la mia organizzazione lavora da oltre vent’anni e ho appena marcato il mio terzo anniversario da espatriata migrante coi migranti.
Vista la situazione attuale e visto uno stato di calma mentale raggiunto forse grazie all’isolamento in Bosnia tra confini chiusi non solo ai migranti, ma anche a me, provo a raccontare quello che è successo e che sta succedendo oggi da queste parti, almeno dal mio punto di vista. Dato che la storia è densa e racchiude oltre un anno di informazioni, userò alcuni link per aiutarmi a fare il riassunto.

La silenziosa rotta balcanica

In estrema sintesi: sono successe un sacco di cose ovviamente in un anno e passa, lungo la rotta balcanica, ma al tempo stesso è come se non fosse cambiato nulla. Le persone continuano ad arrivare, la rotta balcanica da oltre due anni è il principale corridoio di ingresso in EU, ma le barche in mare fanno più like di quanti non ne facciano dei poveracci coi piedi martoriati lungo il Carso e gli stati interessati dal flusso sono sempre gli stessi.

Dalla Turchia con i suoi 4 milioni di rifugiati e richiedenti asilo le persone vanno tendenzialmente verso la Grecia che accoglie più di 120.000 persone, la maggior parte delle quali in condizioni terribili sopratutto nei campi sulle isole – vedi Moria per esempio. Tra l’altro proprio quest’anno, prima della fine del mondo, la Turchia di Erdogan aveva ben pensato di riversare verso i confini greci migliaia di persone assicurando loro che i confini turchi erano aperti e che l’accordo di Marzo 2016 era saltato.

A quel punto le persone on the move prendono due direzioni possibili: una verso l’Albania e poi Montenegro e Bosnia, oppure la grande rotta classica, Macedonia, Serbia e poi o Bosnia – la maggioranza – o tentativo di attraversare a piedi o nei camion o sui treni la Croazia o l’Ungheria o la Romania. Tendenzialmente questo passaggio dalla Serbia – che al momento ospita oltre 8.000 migranti – verso i paesi EU va a finire male, motivo per cui la gente continua a preferire – o i trafficanti continuano a muovere in quella direzione – il confine verso la Bosnia Erzegovina. Arrivati in Bosnia, le persone da Tuzla o Bijeljina vanno verso Sarajevo e da lì verso i confini occidentali – cioè dove sono io – e in minima parte verso l’Erzegovina o verso Banja Luka, nel tentativo di passare i confini con la Croazia.

Cosa questa banale lezione di geografia balcanica significhi, potete trovarlo in termini di numeri sulle pagine ufficiali dell’IOM, ma in termini di persone ossia volti, occhi, carne e ossa e quel che significa in termine di rischio e di botte e di umiliazioni lo trovate ben documentato qui, per esempio.

Overview of the mixed migratory trends across the Western Balkan region in 2019

Storie fatte di violenze, deprivazioni, umiliazioni in cui le politiche degli stati balcanici non aiutano per nulla. Decisioni sbagliate prese sulla pelle di migliaia di persone tra cui un sacco di famiglie e minori non accompagnati che vengono da paesi il cui passaporto non serve a niente. Quando si dice, che il nostro destino è deciso dal lancio di una monetina io penso proprio a questo: sta tizia, che deve nascere il 4 dicembre, dove la facciamo recapitare? Ah ecco, Milano Italia (che fortunella)… E quest’altra? rullo di tamburi…. Kabul Afghanistan (ka-booom direi). Giusto per ricordare a ognuno di noi che non è un nostro merito se siamo nati da una parte o dall’altra del globo e che la dovremmo smetterla di vedere loro come “gli altri, invasori”, ma come quelli la cui monetina è atterrata dal lato sbagliato.

Tornando alla rotta, e tornando alla sintesi delle scelte sbagliate fatte da queste parti, trovate un riassunto molto valido in questo lavoro di ricerca fatto da una nostra volontaria, Elena, e pubblicato dagli amici di Balcani Caucaso.

E arriviamo all’oggi, avendo fatto un salto di un anno in poche righe.

Corona & migrazioni in salsa balcanica

Dopo la proclamazione dello stato di emergenza il 16 marzo 2020 per via del Covid-19, il Governo bosniaco ha preso via via diverse misure di prevenzione (distanziamento sociale, chiusura di scuole, negozi, bar e ristoranti, divieto di assembramenti, chiusura delle frontiere e obbligo di quarantena etc) che hanno interessato anche la popolazione migrante che vive all’interno dei centri di nel Paese. In particolare, i campi che si erano sempre connotati per essere luoghi controllati da una security privata, ma aperti per il libero ingresso e uscita per i migranti registrati con tesserino IOM durante la giornata, sono stati chiusi, senza permettere più entrata e uscita dei residenti.

I migranti rimasti chiusi nei centri hanno visto aumentare il livello di stress e incertezza, si sono sentiti intrappolati in un luogo nel quale il contagio avrebbe potuto propagarsi con effetti devastanti (nessun presidio sanitario, no mascherine, no guanti, no igienizzanti, no distanziamento sociale possibile) e si sono visti impossibilitati ad acquistar qualunque bene, da cibo e generi di conforto extra (sigarette/cioccolato/tea etc), non hanno potuto uscire per andare a ritirare i soldi da Western Union che mandano loro parenti e amici, e non hanno potuto andare al game (tentativo di attraversamento delle frontiere per raggiungere le destinazioni EU desiderate), alimentando un fiorente mercato nero all’interno dei campi stessi.

Le organizzazioni ritenute non essenziali nei centri hanno dovuto sospendere le loro attività (al campo sono rimasti IOM, DRC, Red Cross e Save the children) o ridurre la loro presenza e lavorare secondo un meccanismo di rotazione su turni per evitare al massimo le interazioni tra membri dello staff.

Esternamente ai campi almeno 2.000 persone (su quasi 6.000 presenze calcolate a Marzo nel Paese ) si sono ritrovate escluse dal sistema accoglienza, trovandosi a dover dormire in rifugi improvvisati come vecchie fabbriche, rifugi abbandonati e tende nei boschi. Nella zona di Tuzla (luogo di arrivo e registrazione dalla Serbia) e di Sarajevo, la polizia e le istituzioni locali hanno raccolto le persone fuori dai centri e  le hanno trasportate nei campi di Blazuj e Usivak, vicino a Sarajevo.

Contestualmente, vista la chiusura delle frontiere di tutti i Paesi per via del Coronavirus e i trasporti bloccati ovunque, oltre che la chiusura dei migranti nei campi anche in Serbia, Macedonia e Grecia, il numero di nuovi arrivi dagli altri paesi, così come il flusso interno dalla Bosnia orientale a quella occidentale, si è fermato per circa due mesi. Per tutto Marzo e larga parte di aprile, tra l’altro, i migranti stessi che si trovavano fuori dai centri e che avrebbero potuto provare ad andare al game non si sono in realtà mossi perché sapevano che avrebbero trovato estreme difficoltà di movimento una volta raggiunti la Croazia, la Slovenia e l’Italia.

Il problema “migranti” è però rimasto in parte non risolto nel Cantone di Una Sana e in particolare nella città di Bihac, dove più di 1.000 persone vivevano in condizioni miserabili all’interno dello Stadio, della Dom Penzionera e di una vecchia fabbrica devastata, la Krajinametal. La popolazione locale in più modi ha sollevato la questione, accusando i migranti di essere portatori di Corona virus e altre malattie e  di delinquere, entrare nelle case e rubare, mentre la popolazione doveva rimanere chiusa in casa.

Per far fronte a questo problema e così come richiesto da più di un anno dalle istituzioni locali, ad Aprile è stato ufficialmente aperto un centro di accoglienza per l’emergenza. Con il pretesto del Covid19, un campo di tende è stato allestito dopo la realizzazione di lavori di allestimento (preparazione del terreno, impianti elettrici, fognature e scoli…) in una località denominata Lipa posta a circa 30 Km da Bihac in direzione Bosanski Petrovac.

All’apertura del campo, i corpi della polizia speciale hanno cominciato a portare in autobus le persone che si trovavano nei principali squat al campo di Lipa da dove però le persone tendono a scappare nel giro di pochi giorni tornando a piedi in città. Dalla seconda settimana di Maggio assistiamo in città a  una caccia all’uomo, per cui la polizia con camionette e furgoni cattura i migranti che trova in città fuori dai centri, in alcuni casi brucia loro zaini, sacchi a pelo e viveri, li trattiene di notte in un garage e li porta la mattina dopo nuovamente al campo, da cui di nuovo le persone scappano.

La nuova struttura di accoglienza a Lipa
Garage in cui vengono tenuti i migranti prima di essere portati a Lipa. Fonte Bejza Kudic

L’apertura di Lipa è stata senz’altro un pull factor, per cui i migranti che sino a poco prima non provavano ad andare al game in attesa che si allentassero le misure restrittive legate al Corona virus in Europa, hanno cominciato a muoversi massicciamente da Bihac, tant’è che da fine Aprile, inizio Maggio, si assiste a un significativo incremento di arrivi sul Carso triestino. Contestualmente, si è assistito anche a un inversione di tendenza rispetto ai respingimenti di sloveni e croati nell’ultimo mese, per cui di fatto un largo numero di persone partite in questo periodo è effettivamente arrivato in Italia senza incappare nelle pattuglie sui confini. 

Contemporaneamente però Lipa, che “ufficialmente” è un centro di emergenza che risulta di competenza delle autorità locali, ma coperto finanziariamente da IOM/EU e che dovebbe essere stato allestito solo per la fase Covid, rischia di trasformarsi in quello che sarà il campo per single men del Cantone Una Sana. Secondo le volontà politiche locali si vogliono chiudere i campi Bira e Miral e lasciare a Bihac solamente i centri più piccoli e per famiglie, spostando il problema su campi più grandi e lontani, come Usivak e Blazuj vicino a Sarajevo o appunto quello che rischia di diventare il nuovo jungle camp, Lipa.

Con la scusa dell’emergenza sanitaria, in data 18 maggio il gruppo di coordinamento cantonale sulla crisi migratoria ha emanato alcune direttive che sono poi state portate il 20 maggio all’attenzione del ministro della sicurezza Radoncic (anti-migranti dichiarato) :

1. La Task Force cantonale, rimane coerente nel voler attuare le decisioni prese in Assemblea cantonale, il che implica che devono restare in funzione solo i campi temporanei Borici a Bihac e Sedra a Cazin, che ospitano categorie vulnerabili. Il campo Bira a Bihac, dopo che è stata creato il nuovo campo al di fuori dell’area popolata, deve essere chiuso immediatamente. L’IOM è tenuto a preparare il sito di Lipa per l’accoglienza dei rimanenti migranti ospiti nel Camp Bira.

2. Le organizzazioni competenti, principalmente l’UNICEF, sono tenute, con scadenza al 21 maggio, a ricollocare i minori, posti in condizioni inadeguate al campo di Bira a Bihac, in altri centri al di fuori del Cantone di Una-Sana. In caso contrario, questa organizzazione dovrà assumersi la piena responsabilità dei migranti minorenni, dopo la chiusura definitiva del campo Bira.

3. Al fine di preservare ulteriormente la sicurezza e la situazione epidemiologica sanitaria, è ancora necessario mantenere un rigoroso controllo del traffico interno e della circolazione della popolazione migrante con i mezzi pubblici al fine di prevenire la diffusione di malattie che potrebbero mettere in pericolo la salute di più persone e verificare le condizioni di affitto degli alloggi privati. L’esecuzione di queste misure sarà curata dal MUP USK e dall’Amministrazione cantonale per gli affari ispettivi.

4. L’amministrazione comunale di Bihac è richiamata a far terminare con urgenza i lavori relativi al campo in località Lipa, principalmente terminando l’installazione di recinzioni e cancelli e occupandosi dell’allaccio idrico.

5. Il Consiglio municipale di Velika Kladusa è invitato a formare un organo di coordinamento che coopererà con la Task Force e le agenzie delle Nazioni Unite e ad avviare attività per determinare la posizione con prerequisiti infrastrutturali per l’urgente istituzione di un campo di transizione al di fuori dell’area popolata di Velika Kladusa e il trasferimento dei migranti dagli attuali alloggi di fortuna.

6. I proprietari di edifici residenziali e abbandonati, come ex capannoni di produzione o edifici non finiti, in cui i migranti soggiornano senza alloggiare nei campi esistenti, sono tenuti ad adottare misure per proteggere fisicamente gli edifici entro 72 ore.

7. È richiesto un rigoroso monitoraggio delle attività di tutte le organizzazioni, individui e ONG che attuano programmi volti a sostenere la popolazione migrante in collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite e il Comitato centrale del Cantone. Le attività nei campi illegali sono vietate a tutte le organizzazioni e persone non autorizzate, non approvate dalle agenzie delle Nazioni Unite e dai loro partner o dalla Croce Rossa del cantone di Una Sana. Il MUP USC (polizia ndr) è responsabile dell’implementazione di questa decisione.

Braccio di ferro con l’Europa (e nel frattempo nei campi….)

La risposta dell’Unione Europea è stata rapida e secca, il giorno stesso in cui il governo Cantonale ha richiesto supporto da parte del ministero della sicurezza, la delegazione dell’EU per la BiH ha inviato una lettera a firma del capo della delegazione Sattler. Tanto quanto il Cantone ha emanato una sorta di ultimatum dichiarando che dal 22 maggio il campo Bira verrà sgomberato (tra le righe io ci leggo, anche con eventuale uso della forza), tanto quanto l’UE sente l’impellenza di avvisare il Ministro Radoncic che tutto quanto stanno facendo è contro i diritti dell’uomo in particolare la detenzione (illegale) nei centri e le condizioni in cui vengono tenuti i minori non accompagnati (e siete dovuti arrivare fino a qui per leggere questa frase, che razza di trucco meschino dell’autrice eh?!). Per chiudere con eleganza, Sattler scrive come saluto finale: nel caso in cui non facciate i bravi (non dice proprio così) l’UE rivedrà il suo aiuto alla BiH per la gestione dei migranti (dove non ti tocco nei contenuti, ti tocco nel portafogli)

Mentre mi tornano alla mente i fatti di venticinque anni fa, quando i gruppi di contatto per la pace in ex Jugoslavia e l’UN dialogavano con Milosevic, Tudjman e Izetbegovic (da cui è nato il famoso modo di dire: dialogo tra sordi) e aspetto il 22 di maggio (cioè domani), quello che so è che:

  • da quando hanno aperto Lipa le condizioni dei migranti fuori dai campi sono diventate terribili
  • sempre più gente sta andando al game
  • chi torna dal game lacero e pesto e derubato non viene accolto nei centri ufficiali anche se è minore
  • il campo di Lipa è già oltre la sua capacità
  • dal Bira, nonostante il campo sia chiuso siamo passati da 1700 persone a fine aprile a 700 oggi
  • le persone nel Bira ci chiedono se il Bira verrà chiuso
  • a noi operatori viene detto che il Bira non verrà chiuso
  • il governo locale i i fascisti locali dicono che il Bira verrà chiuso
  • a Velika Kladusa hanno incendiato i capannoni dove stavano i migranti da questo inverno
  • domenica è la fine del Ramazan e chiudere un campo con ospiti musulmani con la violenza due giorni prima della fine del mese di digiuno in un Paese a maggioranza musulmana è un atto ancor più irrispettoso se possibile
  • di fatto non si capisce cosa voglia dire il punto 7 delle decisioni cantonale rispetto al lavoro delle associazioni e ONG, ma è molto chiaro che si voglia perseguire chi fa solidarietà fuori dai campi
  • nel frattempo aumentano gli arrivi in Serbia e dalla Serbia, con segnalazioni da parte di chi sta a Tuzla, Sarajevo o Kljuc di un flusso sempre più interessante

Proprio quando pensi che le cose non possano andare peggio, lo faranno.

(Arthur Bloch, La legge di Murphy)

La Balkan Route è un corridoio geografico che attraversa la Grecia, risale verso Macedonia e Serbia, puntando da lì verso i paesi dell’UE. In principio era l’Ungheria, poi con la creazione dei muri e il rafforzamento delle frontiere da parte del governo fascista di Orbán il flusso si è spostato verso la Croazia. Utilizzata da sempre dai trafficanti è una rotta che è stata chiusa con l’accordo turco-europeo del marzo 2016.

Corre la fine dell’anno 2017. È  il 19 Novembre. Una fredda e buia notte lungo i binari che separano la Serbia dalla Croazia. Una gruppo di persone supera la frontiera e viene catturata dalla polizia croata. Vengono rimandati indietro: seguite la ferrovia e tornate a Šid. Sono partiti dall’Afghanistan  da più di due anni. Hanno attraversato a piedi le frontiere di tanti paesi. Sono la famiglia Hosseini.

Li ho conosciuti qualche mese prima a Bogovadja, in Serbia, in uno dei centri per richiedenti asilo del paese. Tra loro, la piccola Madina.
Le immagini che non riesco a togliermi dalla mente sono quelle del corpo insanguinato di Madina, sei anni di età, occhi grandi e scuri, travolta da un treno quella fredda notte di Novembre, in Europa.

Andavano al game. Il tentativo di attraversare illegalmente le frontiere, a piedi nei boschi, lungo le montagne, in mare sui barchini, a nuoto nei torrenti e nei fiumi.

„I go game“.

„see you in Europe!“

„I walked 15 days in the jungle, police catch me, deport me“.

„police beat me, took money, no phone“.

„in the night was cold“

„I saw animals, I was scared“

„I was going to die, me no swim good“

„fuck police“

Quante storie, quante persone ho ascoltato in questi due anni lungo la Balkan Route?  Quanti di questi racconti sono uguali? Quante persone adulte ho visto piangere? Quante volte ho detto loro „be strong, you can do it, you must try again“?

Quanti bambini ho visto tornare dalle jungle infangati e infreddoliti? Quante volte li ho visti partire con gli zaini più grandi di loro?

Quante scarpe rotte ho trovato lungo i sentieri e i boschi dei Balcani? Quanti documenti stracciati? Quanti fuochi spenti? Quanti cellulari distrutti?

Chi sono queste persone che di notte attraversano i campi minati tra i confini della ex Jugoslavia, le montagne oramai innevate, i fiumi gelati, pericolosi e traditori anche d’estate?

Sono gli invisibili.

Invisibili quando si muovono tra le stazioni. Quando a Milano i minori non accompagnati vengono rapiti dai trafficanti in stazione Centrale che devono pagare per poter andarsene. Uno di loro è S. che è diventato „famoso“ perchè ha fatto parte di una delle campagne di MSF sull’infanzia e ora è di nuovo sparito, inghiottito dal sistema per i richiedenti asilo in Germania. Anche lui, con i suoi fratelli lo avevo conosciuto a Bogovadja, da dove poi erano partiti per la Bosnia, dove sono stati diversi mesi dormendo in una tendina e cercando di andare al game più volte.

Invisibili quando salgono sui treni o sugli autobus e si mischiano alla folla  nella speranza di non essere riconosciuti come corpi estranei del sistema. Non parlano sul treno che li porta in Germania o in Francia, sanno che non possono essere scoperti. Si sono vestiti bene, hanno lasciato i vestiti sporchi del viaggio da qualche parte e cercano di apparire normali cittadini in viaggio con il trolley, direzione Berlino o Parigi.

Sono già passati, da Ventimiglia, da Bardonecchia, dal Brennero e non vogliono tornare indietro.

Si fanno piccoli nei bagagliai delle macchine per attraversare i confini, per nascondersi tra gli alberi e le rocce. Di notte, tra i boschi si sentono i passi e i respiri. Gli ululati dei cani, il rumore sordo dei colpi dei manganelli, le urla quando vengono pestati dalla polizia e rimandati indietro pesti e insanguinati.

Corrono gli invisibili, con quelle scarpe rotte, giù dai sentieri della Plješevica, giù per la Val Rosandra e dappertutto in Bosnia, Croazia, Slovenia, Italia gli ambientalisti si indignano perchè lasciano rifiuti.

Rifiuti gettati a lato della strada: vestiti, bottiglie, cibo, e guanti in lattice. Sono quelli della polizia che fa svuotare gli zaini a Lohovo, a Kulen Vakuf, sulle strade dove vengono fatti i respingimenti.

„do you want that I bring something in Italy for you and I send it to Germany when you arrive?”

E’ un po’ stupita dalla mia domanda H., ha 24 anni, viene dall’Afghanistan ed è in Serbia da due anni. Ha finito i soldi. Ha cercato di andare al game innumerevoli volte.

Le dico che altri suoi compagni di viaggio mi hanno dato dei loro ricordi, dei loro oggetti e che adesso che sono in qualche paese dell’UE glieli ho mandati.

Le dico: se hai qualcosa a cui tieni e che non vuoi perdere al game, lo porto con me e poi te lo spedisco.

Sorride amaramente e mi dice: „The only valuable things we have are our bodies. We have nothing to lose, but our lives”.

Sono ancora in Serbia H. e R. non hanno più soldi, non hanno più sogni.

Vengo taggata in una fotografia su Facebook. Sono altri due amici. C’è un piccolo carillon  appoggiato alla finestra. So che musica suona, è la vie en rose. E so che quella è una finestra di Parigi.
Dopo diversi mesi in Serbia e tre mesi in Bosnia in uno dei campi informali al confine con la Croazia, O. e E. sono arrivati in Francia. Una delle ultime volte che avevano provato ad andare al game dalla Serbia, la polizia croata li ha trovati nascosti nel cassone di un camion e gli ha portato via lo zaino. Dentro lo zaino c’erano poche cose tra cui il primo regalo che O. aveva fatto a E. Un piccolo carillon.
Introvabile in Serbia, sono riuscita a trovarne uno in Italia e gliel’ho mandato. La vita non si ferma, la vita va avanti. Spero che il loro ricordo di quando stavano annegando nella Drina svanisca presto.

Quest’estate quella mattina di Luglio faceva caldo, tornavo da Belgrado con un nuovo gruppo di volontari. Mi raggiunge la notizia che la piccola Dunja Bibi è morta. Quando l’ho conosciuta un anno e mezzo fa camminava, era una bambina paffutella con gli occhiali e un occhio lo teneva bendato per correggere lo strabismo. Se n’è andata dopo un anno e mezzo in un campo profughi in Serbia senza che nessuno potesse fare niente per curarla da quella malattia neuro-degenerativa. Il suo cuore e i suoi polmoni sono stati gli ultimi a cedere. Ero riuscita a trovare su Amazon delle siringhe coniche per il sondino naso-gastrico. Ne è bastata una sola. La vado a trovare al cimitero ogni volta che posso quando sono lì.

Cosa dici a un ingegnere di sessant’anni che piange tra le tue braccia perchè deve dare i sonniferi alla sua bambina di un anno per farla dormire senza che si svegli sotto un telone di un camion? Chi sei tu, per fargli coraggio, che non riesci a capire dove queste persone trovino la forza o l’incoscienza di farsi trasportare come le foglie dal vento, verso questo sogno chiamato Europa?

Loro sono tra noi e sono l’esercito degli invisibili. Ed è giusto che gli si dia una voce, un volto e un nome.

Anche ai morti.

E questo elenco, è solo un piccolo elenco parziale dei morti che ho trovato facendo ricerche in rete, e riguarda solo il  2018 e solo Bosnia Serbia Croazia e Slovenia, alle porte d’Italia.

Non devono essere invisibili.

Data Luogo Motivo Nazionalità Sesso Identità
31/01/18 Fiume Kupa – Località Ladešići – Confine Croazia/Slovenia Annegamento N.N M N.N.
02/02/18 Fiume Kupa – Località Učakovci – Confine Slovenia/Croazia Annegamento N.N M N.N.
08/03/18 Autostrada altezza di Ruma – Serbia Investimento N.N. M 2 N.N.
09/04/18 Fiume Kupa (parte slovena) Annegamento N.N. M N.N.
23/04/18 Fiume Sava – Comune di Obrenovac – Serbia Annegamento Afghanistan M 18 anni
30/04/18 Fiume Korana – Località Pavlovac – Confine Croazia/Slovenia Annegamento N.N M N.N.
30/04/18 Fiume Kupa – Località Žakanja – Confine Croazia/Slovenia Annegamento N.N M N.N.
30/04/18 Fiume Kupa -Località Preloka – Confine Slovenia/Croazia Annegamento Algeria M N.N
21/05/18 Fiume Kupa – Comune di Metlika – Confine Slovenia/Croazia Annegamento 1 N.N. M N.N.
21/05/18 Fiume Korana – Villaggio di Sturlic – Comune di Cazin Annegamento Afghanistan M Omaru Khanu Momandu
28/05/18 Fiume Drina – Comune di Zvornik – Confine Bosnia/Serbia Annegamento N.N M N.N.
03/06/18 Fiume Kupa – Località Gornje Prilišće – Confine Slovenia/Croazia Annegamento N.N M N.N.
15/06/18 Velika Kladuša – Bosnia Accoltellamento Marocco M n.n. 24 anni
28/06/18 Località Obrov – Slovenia Ritrovato corpo decomposto senza mani e testa Iran (?) M N.N.
05/07/18 Fiume Una – Comune di Bihac – Bosnia Annegamento N.N. M N.N.
26/07/18 Bihac -Bosnia Meningite Pakistan M Hassan Muhamed 19 anni
01/08/18 Dobrinci (Ruma) – Serbia sparatoria N.N. M 2 N.N.
12/08/18 Località Tomići – Comune di Dreznica – Croazia Frana Algeria 2 M 33 e 39 anni
17/08/18 Fiume Drina – Località Tabanci – Comune di Zvornik – Bosnia/Serbia Annegamento Presunto migrante (fonte non ufficiale) M N.N.
09/09/18 Sarajevo – Bosnia Tumore al cervello Marocco M Azzedinne Chekik (25 anni)
07/11/18 Ospedale di Cazin (trasportato da Šturlić – ritornati dal game?) – Bosnia Morte naturale Siria M A.Dž,(Iom ha le sue generalità era la campo Sedra) – 54 anni
11/11/18 Fiume Drina – Località Roćević Comune di Zvornik – Bosnia/Serbia Annegamento Presunto migrante (fonte non ufficiale) M N.N.
18/11/18 Fiume Drina – Località Tabanci – Comune di Zvornik – Confine Bosnia/Serbia Annegamento Presunto migrante M N.N.
27/11/18 Fiume Reka – Località Topolc – Comune di Ilirska Bistrica – Confine Slovenia/Croazia Annegamento Algeria M Nasim (25 anni)
29/11/18 Fiume Dobra  – Località Protulip Skubinov slap – Confine Croazia/Slovenia Annegamento Siria M Ahmad Ibrahim (44 anni)
01/12/18 Campo profughi di Adaševci – Serbia Ferita alla testa N.N M N.N.

Ho smesso di scrivere con regolarità. Sono stata tanti mesi in giro, tra la Bosnia e la Serbia. Troppi viaggi, troppi pensieri, troppe storie orrende.

Ma sta finendo l’anno e questo 2018, che è il secondo anno da quando è in vigore l’accordo turco europeo che doveva chiudere la rotta balcanica è quasi finito e allora eccomi.

Noi nel frattempo in Italia abbiamo dato vita a uno stato fascista, ma per fortuna lungo il cammino sto incontrando tante belle persone, solidali, che si danno da fare e che si indignano.

Se digitate in un qualunque motore di ricerca Bihac e Migranti, o Bosnia e migranti, saprete come stanno andando le cose quest’anno. Le rotte e i flussi migratori non si interrompono: cambiano forma, cambiano confini, cambiano i fiumi e cambiano le montagne, ma ricordate: ain’t no mountain high enough.

Se volete informarvi, su quello che succede nei Balcani dopo il Marzo 2016, beh potete farlo per esempio qui, a partire dai primi due link, che sono le pagine di due amici.

https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/

https://dip.news/

https://it.euronews.com/2018/11/30/i-migranti-accampati-tra-croazia-e-bosnia

https://www.nytimes.com/2018/12/08/world/europe/migrants-bihac-bosnia-croatia.html?action=click&module=News&pgtype=Homepage&fbclid=IwAR1RF423Ho5R7TUDkb-gDkfBL5gdEGAjrceGzd-1O9knc1I6aRZ5-u-RO2s

https://www.bbc.com/news/av/world-middle-east-46503755/iran-s-migrants-trying-to-get-from-serbia-to-the-uk

 

 

 

 

 

 

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Quella rotta maledetta

Pubblicato: ottobre 24, 2018 in Uncategorized

Non sono sparita.

Sono terribilmente immersa nella rotta balcanica. Quella rotta di cui si sente parlare poco in Italia, se non quando si dice che i migranti che passano dalla Bosnia (ma come dalla Bosnia, non erano in Serbia? Eh, ho detto che sono stata impegnata…) invaderanno Trieste.

Sono stati mesi lunghi, frustranti, con episodi sgradevoli e tristi, passati tra la Serbia e la Bosnia. Sono mesi che voglio scriverne, ma faccio fatica a farlo. Come dicevo in una conferenza a Vimercate, faccio fatica a focalizzare nero su bianco le tante cose, fatte di persone e storie, passate in questi mesi.

Per di più viamo in tempi bui, in Italia ma non solo, ed essere sfacciatamente solidali è diventato un crimine e non una virtù, da quando muscolosi fascistelli hanno preso il potere portandosi dietro un popolo cieco e bue.

Ad ogni modo, mi capita di sapere ancora parlare e in questi giorni ho dato un paio di interviste.

Qui: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-proteste-dei-cittadini-e-marce-dei-migranti-190765

E qui: https://www.radiopopolare.it/podcast/esteri-di-mar-2310/

Da dicembre dell’anno scorso, la Bosnia ha visto un crescente afflusso di persone in fuga da guerra e persecuzioni. I numeri, piccoli all’inizio, non hanno destato particolare allarme. Si trattava in particolare di giovani uomini che avevano trovato ricovero nei parchi e nelle strutture abbandonate intorno a Sarajevo. Decine, una cinquantina, adesso si dice siano quasi duecento. Da un mese circa, i numeri si stanno alzando. Agli uomini si uniscono le famiglie con bambini, i paesi di provenienza stanno mutando e da Sarajevo le persone si spostano verso i confini della Bosnia occidentale, in particolare Bihać e Velika Kladuša. Qui si dice che ci siano quasi 400/500 persone.

Il relativamente facile passaggio lungo le ampie frontiere non controllate tra Bosnia e Croazia, ha dato il via a un movimento sempre più ampio di persone che da due anni si trovano bloccate alle porte d’Europa, lungo la Balkan Route.
La presenza di siriani tra le persone che cercano di uscire dalla Bosnia – per chi conosce la geografia e la demografia dei campi profughi allestiti nei balcani –  fa capire che c’è una rotta meridionale (Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia) mentre la presenza di Afghani e Pakistani indica l’apertura di una rotta nord-orientale (Serbia).

La Polizia croata ha repentinamente messo in campo nuove misure di sicurezza lungo le nuove zone di passaggio, dando il via a respingimenti con uso eccessivo di violenza, come testimoniano le parole dei migranti che incontro a Bihać, che non sono diverse da quelle che mi raccontano i migranti che tentano da anni di attraversare tra le Serbia e la Croazia, al confine settentrionale di Šid.

Persone ferite, cellulari spaccati, passaporti requisiti, soldi rubati. I migranti vengono riportati al confine con le camionette e ributtati in Bosnia, dove, con il permesso temporaneo di richiesta di asilo (durata tre mesi), possono soggiornare regolarmente.

Chi ha i soldi, dorme negli ostelli e negli alberghi e per le categorie vulnerabili (donne con bambini) è l’UNHCR che paga le strutture di accoglienza (ma in particolare a Sarajevo e Bihać cominciano a lamentare il fatto che tra poco inizia la stagione turistica). Chi non ha i soldi dorme nel parchetto di fronte alla biblioteca di Sarajevo o nella zona termale di Ilidža (dove nel frattempo il mondo arabo costruisce resort e alberghi a 8 stelle) o nelle strutture abbandonate distrutte dalla guerra. Esiste un centro per richiedenti asilo a Delijaš, lontano da tutto, tra le montagne poco lontano da Sarajevo. Può ospitare meno di duecento persone, non prende la rete cellulare, non ci sono negozi e tanto meno Internet. I migranti, piuttosto che andare lì, preferiscono dormire sotto le stelle.

A Bihać le persone hanno scelto come loro sede un ex dormitorio per studenti, vicino al campo da calcio e alla facoltà islamica e un ospizio devastato lungo il fiume Una. E’ qui che ogni giorno un team di operatori e volontari della Croce Rossa di Bihać distribuisce pasti caldi, vestiti, scarpe. Anche qui come a Sarajevo all’inizio i profughi stavano nel parco cittadino dove due piccole organizzazioni locali cercavano di aiutare come potevano. Con l’arrivo di numeri diversi e sempre più importanti e con l’attenzione dei media locali in crescita, il sindaco di Bihać ha dato incarico di coordinamento alla Croce Rossa che si sta veramente facendo in quattro per gestire questa nuova emergenza. Parlando con il coordinatore locale, dice che  “si parla di almeno mille persone che arriveranno e resteranno qui prima dell’estate”. E che “attraversare le frontiere con la Croazia sarà sempre più difficile”.

Quello che molti migranti inoltre non sanno è che i confini che vogliono attraversare, lungo la dorsale che da Kladuša scende sotto Bihać, tra i boschi della Petrova Gora, la montagna della Plješevica e le piste abbandonate dell’aeroporto di Željava, sono tra i più minati della regione.

Parlavo di questo con una famiglia ospite al  campo di Bogovadja, dove lavoro in Serbia, che si apprestava ad andare lungo la nuova rotta.

“Hanno aperto un confine, Zilbia!”
“No, i confini sono chiusi, forse alcune persone sono riuscite a passare da una nuova strada”.
“Il nostro smuggler ci ha detto che adesso passeremo dalla Bosnia, basta camion con la Croazia…”
“Se passate dalla Bosnia, vi faranno andare da Bihać, è la cosa più probabile. Ma dovete stare attenti, se vi mandano a piedi nei boschi o in montagna, guardate questo cartello”. Mostro loro le foto che ho scattato alcuni anni fa in tutta quella zona.

La donna si spaventa, conosce il segno col teschio su sfondo rosso. Mi chiede quante ce ne siano. Cerco di tranquillizzarla, ha una bambina piccola piccola, le dico che deve camminare sui sentieri e sdrammatizzo: “se devi fare la pipì, falla sulla strada, non importa se ti vedono”. Ridono. Mi consegnano delle spezie, un quaderno con delle lezioni di inglese e spagnolo, un mini pimer e altre cose personali. Mi dicono: ce le dai quando siamo in Europa.

Loro, come molti altri dei migranti bloccati in Serbia, stanno cercando da anni di attraversare le maledette frontiere. Hanno sentito di qualcuno che ce la fa dalla Bosnia e come molti altri, si stanno rimettendo in cammino. Destinazione finale? Norvegia, Svizzera, forse Germania. Confusi sul sistema d’asilo, sulle leggi e i diritti, sulla geografia. Non hanno niente da perdere, se non la vita. Migrano, come le foglie che si staccano d’autunno e si fanno trasportare dal vento.

Mi arriva un loro messaggio, il 26 aprile: “the smugler cheet to us. There were no car. We stay 2 days in jungel. Last night with a smal boat cross the river and all night walking. There were no guid man. Just show the map to one pasenger and in grups 8 person we came. baby has sick, now we are in tuzla and go sarajevo”.

Stanno aspettando un passaggio giusto, sono in contatto con un trafficante locale “he speak english and arabic”. Ogni giorno cambia piano. “Tomorrow no go, is this holiday in slovenia and croazia,  driver say that is to much police and control”. Mi fa sorridere pensare che né lo smuggler né i migranti sappiano cosa sia il primo maggio “this holiday” che fa aumentare i controlli della polizia…

Sono arrivata a Bihać da pochi giorni e faccio qualche giro alla stazione dei bus, per vedere cosa succede. Vedo dei ragazzi che ho incontrato il giorno prima alla distribuzione dei pasti che salgono sui bus per Velika Kladuša. Io loro li riconosco a distanza, dal modo in cui camminano, dalle loro scarpe, dal taglio di capelli, e dagli zaini che si portano sulle spalle. Uno di loro invece non mi riconosce, e chiede dei soldi al collega di fianco a me, “I need to go to … vka..slladss..”. Migranti alle prese con questa dura lingua slava e l’impossibilità di pronunciare bene i nomi dei paesi.

Al tempo stesso mi rendo conto che sono arrivate delle persone scese dal bus di Sarajevo. Qua dicono che ogni giorno scendono 50/60 persone dalla capitale. Alcune di loro tenteranno di attraversare il confine a Željava o sulla Plješevica, altri più a nord, verso la Petrova Gora. In un piccolo gruppo seduto sul marcapiede vedo una donna col velo con 3 bambini, è la seconda dopo quella che ho visto il giorno prima all’ex studentato. Sono poche, rispetto al numero dei single men che si vedono sinora, ma ieri pomeriggio un messaggio dalla Croce Rossa mi dice che adesso ci sono 160 persone e nuove famiglie sono arrivate, non sanno dove farle dormire.

I volontari sul campo sono affaticati e un po’ disorganizzati, fanno turni in magazzino, per la distribuzione di colazione, pranzo e cena, e non capiscono la mancanza di risposta e l’abbandono da parte del governo e delle grandi organizzazioni internazionali, che possono far solo deteriorare la situazione. Le persone nel Cantone di Una Sana cominciano a raccontare di furti e violenze. Più amici mi raccontano di aver sentito la storia da un amico che ha visto con i suoi occhi come dei migranti chiedessero informazioni e mentre la persona rispondeva venisse rapinata da altri migranti. Questa tecnica pare sia stata messa in atto: alla porta di una casa (e il migrante è entrato dalla finestra) – dal finestrino di un auto (il migrante rubava la borsa dal sedile del passeggero) – per strada (scippo di borsa). In tre posti diversi (Kladuša, Bihać, Otoka). Non credo sia vero, ma il segnale non mi piace per niente. Sono le stesse storie che sentivo quando andavo al confine a Šid. E’ certo vero che il minore controllo delle persone che vivono all’aperto e non nei campi, fa alzare la percezione di insicurezza da parte delle persone del posto. Ed è statisticamente vero che nella popolazione migrante ci siano individui propensi alla violenza o al crimine, così come in un qualunque campione demografico nel mondo. Peccato che la manipolazione di queste persone sia esercizio oramai comune, come tutti sappiamo. Le destre europee e i movimenti xenofobici cavalcano da anni la tigre dello straniero invasore e violento per accaparrare consensi tra la popolazione più ignorante, nascondendo i reali problemi.

Nel frattempo, il governo bosniaco tiene un profilo basso sulla questione, così come l’UNHCR che ha cominciato a indire riunioni settimanali di coordinamento. Al momento sembra che non si vogliano aprire nuove strutture, tant’è che un gruppo di volontari di Sarajevo ha portato e montato le tende davanti alla biblioteca. E’ evidente che non si vuole creare un nuovo imbuto e aumentare il pull-factor per chi dai campi di Grecia e Serbia si vuole spostare. Tra l’altro la Serbia, che da 7.000 profughi dello scorso anno è arrivata ad accoglierne ad oggi meno di 4.000, ha appena ricevuto dall’Unione Europea 10 milioni di euro per gestire i 18 campi governativi per migranti e richiedenti asilo.

Di fatto, per ora, ricade tutto sulle spalle di associazioni, cittadini, volontari piccole organizzazioni. Summer is coming…

“I am ashamed to say that smugler change his speak. Every day he said tomorrow you go but he canceled. To night he swear to God tomorrow he send us”.

Gli rispondo: “smugglers are really bad persons, but tomorrow is a new day, maybe is the good one. Keep safe”.

“Ok, thank you. Inshallah it is”.

 

I più bravi sanno quasi urlare il mio nome giusto, uno strano Slvia con poche vocali tra la Esse e la Elle. Sliviaaaaaa, quasi a chiamarmi col nome di una delle grappacce tipiche della jugo.
La maggior parte di loro però, mi chiama Serbiaaaaaaaaaa. Non ho mai capito se è perchè confondono Silvia con Serbia, o se perchè urlano a caso il nome delle persone che lavorano nel campo e che per logica provengono dalla Serbia. Ovviamente senza aver capito che io sono italiana.
Alcuni mi chiamano (e con me i miei colleghi) Caritaaaaaas.
A quest’urlo beduino di solito segue una richiesta a scelta tra: give me balon (palloncino) – give me ball (qua sono i più grandicelli) – give me shoes (adulti).
Per arrivare dalla portiera dell’auto all’entrata del campo, salire mezzo piano di scale e chiudermi a chiave nella Caritas room dove la mattina facciamo attività coi bambini under 3 (che poi alla fine vengono anche i più grandi) mi ci vuole un tempo medio di 10 minuti quando sono fortunata, venti minuti in media. Ogni passo è un saluto: dobar dan, good morning, selam, halo, ciao! E ogni saluto è una persona. Se sono bambini cerco di liquidarli in fretta, di solito basta un: after 11, l’ora in cui si comincia a giocare. Con gli adulti dipende dalla richiesta che hanno o dal loro umore, glielo leggi in faccia se stanno bene, se sono tristi, assonnati, preoccupati. In base a questo, mi intrattengo più o meno tempo, stringendo mani e facendo sorrisi. Se le richieste sono particolari, la mattina tendo sempre a dire: after. Ne parliamo dopo che metto giù lo zaino e la giacca e tendenzialmente mi libero di qualche scatolone o sacchetto che inevitabilmente trasportiamo su e giù da Valjevo.

Il campo è quella cosa lì, in una parola è rumore costante, come una cascata, come in un alveare: non c’è mai silenzio, sono voci e suoni, palline da ping-pong, palle da basket (proibitissimo giocare in corridoio), sciacquoni del gabinetto, la macchina da cucire, i videogiochi dei bambini e le macchine telecomandate (Caritaaaas I need 6 botteri – cosa hai detto Sael? I need 6 botteri. Botteri? ahhhh batteries!), liti e tirate di capelli tra le donne, ma a volte (ultimamente spesso) anche risse tra gli uomini, raramente risate. Rimbomba il vociare dei bambini e i loro schiamazzi. Risuonano gli ordini secchi della security: room control!!! Il fruscio che fanno le donne delle pulizie che passano la scopa e trascinano i sacchi neri. Sono i volontari di Terre e Libertà con i loro ban e le canzoni cantate nel corridoio. E’ la musica del mondo tutta insieme: afghana, cubana, italiana,  africana… Da una parte all’altra delle scale ci chiamiamo tra noi: Andrea riportami la chiave! Nevena, ascolta cosa vuole Tizio! Milica prendi quel bambino prima che voli dalle scale! Silvia hai tu le chiavi del Social cafè?

E ogni tanto il richiamo: Sliviaaaa Serbiaaaa Caritaaaaaas!!! E io che urlo: what do you want Nazir? What’s up Shaker!? Hi Roman, how do you do? Hei Farid sta ima?

Quando finiamo le attività, verso le 5, ci mettiamo la rituale ventina di minuti a rifare il percorso al contrario. E così, ogni giorno, tutti i giorni.

Sono rientrata a Milano la mattina presto dell’11 gennaio, con il solito volo di Air Serbia da Belgrado. Da adesso in poi starò venti giorni in Italia e dieci in Serbia.
Non mi ero mai accorta di quanto fosse silenziosa questa città.

Numeri.

L’altra sera mi trovavo a Milano e leggevo i numeri delle migrazioni negli ultimi quattro anni. Oltre ai diversi ingressi registrati, c’è un’altra statistica che viene citata poco. Il numero delle persone morte nel tentativo di arrivare da noi, in Europa. Sono stime, perchè di tante persone non conosceremo mai veramente il destino. Chi annega in mare e viene sommerso dai flutti. Chi muore di sete e di caldo nel deserto e sparisce ingoiato dalla sabbia rovente. Chi congela nei fiumi e tra le montagne dei Balcani e viene divorato dagli animali selvatici. Sono in media quattromila all’anno le persone che spariscono così. Seppellite in fosse comuni, lontane dalle proprie famiglie e dalle proprie case. Noi li vediamo come una massa indistinta, fatta di numeri. E non ci sconvolge.

Viviamo tra i morti, nuotiamo tra i cadaveri nel Mediterraneo. E non ci pensiamo, se non quando magari una foto più di un’altra non ci colpisce. Ci fu il caso di Aylan nel 2015, con la sua maglietta rossa, riverso a faccia in giù sulla riva del mare, che ci fece trattenere per un attimo il fiato e che spalancò di colpo le porte del sogno EU a quasi un milione di persone. Dopodichè, quel quasi milione di persone divenne troppo da gestire e firmammo un accordo a Marzo 2016, per chiudere la rotta balcanica, lasciando quasi 80.000 persone ferme tra la Grecia, la Macedonia e la Serbia.

Di loro, dei quasi settemila bloccati in Serbia, la maggioranza Afghani, ci siamo dimenticati in fretta. Sono stati sistemati tutti quanti nei 18 campi profughi aperti dal governo con il finanziamento dell’UE. I siriani sono rimasti in Grecia, prima o poi verranno ricollocati. E quasi quattro milioni sono in Turchia, bloccati dopo l’accordo di cui sopra.

In questi mesi, da Maggio, quando sono arrivata in Serbia, ho conosciuto diverse centinaia di persone. Famiglie sopratutto, ragazzi, uomini. Sono in viaggio da due anni, per lo più. Hanno già conosciuto la durezza del cammino, la paura dell’acqua, il dolore dei colpi dati dal manganello. Uomini, donne, bambini.

Quando ho cominciato a fare volontariato vent’anni fa nei campi profughi in Slovenia, erano sopratutto loro, i bambini, l’energia in più che faceva sembrare meno brutta la vita in quel limbo. Con loro era facile dimenticare dove ti trovavi, la durezza e la noia della vita nel campo, l’incertezza del futuro. Quei pensieri consumavano e consumano sopratutto gli adulti, coloro che sanno quanti soldi hanno già speso e quanto ancora devono indebitarsi per andare avanti nel game. Quanto costerà provare ad attraversare la Croazia o l’Ungheria con i trafficanti.

Negli ultimi mesi molti hanno cominciato a tentare di attraversare i boschi tra la Serbia e la Croazia da soli, con le mappe di Google. L’Ungheria è più difficile da attraversare, lì il confine è più sorvegliato, ci sono fili spinati doppi con lame di rasoio in cima, ci sono i cani, ci sono i sensori di rilevamento termico e le telecamere a infrarossi. E poi ci sono i manganelli, gli ungheresi prima di cacciarti ti pestano, così forse non proverai più la prossima volta. E’ così che rimandano in Serbia brandelli di umanità, feriti nello spirito e nel corpo. La Croazia invece da quest’estate sembrava più porosa, sembrava quasi si riuscisse a passare e poi se proprio non si riusciva ad andare più in là, verso Austria o Ungheria, si poteva chiedere l’asilo. Non sarà Shengen, ma è pur sempre EU.

Da novembre, osserviamo impotenti i tentativi che le persone fanno di andare di là, a Nord dalle parti di Šid. Dal nostro campo decine di persone sono partite e le abbiamo viste ritornare.

Una di queste famiglie non è tornata intera. Avevano lasciato il nostro campo ad Agosto e passato un paio di mesi tra Tutin e Belgrado, fino a quando non hanno provato ad attraversare il confine.

Di Madina ricordo che aveva gli occhi grandi, i capelli neri e folti, uno sguardo vispo e un sorriso furbo. Era piccolina e si confondeva in mezzo ai suoi fratelli e sorelle. Una mattina di Maggio, ero da poco arrivata in Serbia, arrivo al campo e sento i bambini che urlano e corrono verso di me: “cats, cats”! Madina mi prende per mano e mi porta a un grande vaso in cemento, dentro il quale ci sono due gattini neri di meno di un mese, terrorizzati. I bambini sono eccitati e contenti, giocano coi gatti, senza pensare a quanto siano spaventati. Prendo i gatti, li metto in una scatola e li porto in auto. I gatti, avranno molta più fortuna dei profughi bloccati da anni nel limbo migratorio, loro sono a Milano e vivono pasciuti e felici in una bella famiglia, con documento di identità e regolarmente registrati in Comune.

Madina era così, curiosa, sorridente, chiacchierona. Anche se non parlava così bene inglese riusciva a farsi capire e ti saltellava intorno.

Mi immagino come sia stato faticoso per lei, con le sue gambette corte, attraversare la “jungle” tra la Serbia e la Croazia, di notte, tra i fili spinati e le pattuglie della polizia, senza probabilmente capire cosa stava succedendo. Così come non avrà capito cosa è successo, quanto un treno l’ha travolta, uccidendola e lasciando il suo corpo insanguinato al buio, vicino ai binari, mentre gli altri della sua famiglia cercavano di capire al buio dove fosse finita la piccola. L’ha trovata Rashid, suo fratello. Un ragazzo alto e gentile, taciturno, sempre disponibile e attento ai piccoli della famiglia. Mi immagino le urla di Nilab, la sorella maggiore con cui giocavo a pallavolo e con cui parlavamo dei sogni di arrivare in Europa e poter vivere liberamente, in Germania.

La versione ufficiale della polizia croata è che abbiano assistito con i visori infrarossi ai movimenti di un gruppo di persone lungo la ferrovia, dal lato serbo del confine e di come sia passato il treno, a seguito di questo parte del gruppo è andata di corsa verso le pattuglie portando in braccio il corpo di una bambina. La polizia afferma che stavano compiendo i loro compiti routinari di difesa delle frontiere, così come previsto dalle leggi del’UE, applicando i respingimenti forzati.

La versione della famiglia, supportata da organizzazioni umanitarie (tra cui MSF) e gruppi di attivisti e volontari è che la famiglia avesse invece già raggiunto la Croazia e che sia stata respinta verso la Serbia, ricevendo come indicazioni di seguire la ferrovia, senza essere avvisati del potenziale pericolo del passaggio dei treni anche di notte e rifiutando la richiesta della madre stremata che chiedeva solo di poter riposare un po’ con i figli, stanchi, affamati e infreddoliti. Oltre a questo, in nessun modo la famiglia ha avuto alcun aiuto da parte né dei croati, né tantomeno dei serbi, che per alcuni giorni non hanno nemmeno dato il corpo alla famiglia e hanno loro imposto un funerale senza rispettare le usanze musulmane. E’ così che la piccola Madina ora si trova sepolta a pochi chilometri dal luogo in cui è stata uccisa, lontana dalla sua casa, dalla sua famiglia. Era la notte tra il 20 e il 21 Novembre.

Questa notizia all’inizio era passata in silenzio, diffusa tra i social, twittata da alcuni organizzazioni, sino a quando Al Jazeera non l’ha ripresa, seguita dal Guardian e anche dal nostro Corsera. Le parole di Nilab, che Madina non venga dimenticata, sono state ascoltate.

E noi, cosa possiamo fare? Come si può restare indifferenti alla morte di Madina e delle migliaia di innocenti che cercano solamente un futuro migliore, mettendo in gioco tutto ciò che hanno, cioè la loro vita?

Io li vedo questi confini insaguinati e queste vite miserabili. Ero in Croazia il giorno dopo che Madina era morta, lungo la strada che passa dietro il confine. Ho visto le pattuglie, i cani, la caccia all’uomo. Ho visto la polizia croata. E ho visto la polizia ungherese e la caccia all’uomo da quella parte del confine. Ho visto il filo spinato, ho respirato la paura, il buio e il freddo. Ho visto i fuocherelli accesi nella notte da chi parte per il game, le immondizie abbandonate dietro di sé, le scarpe spaiate, le coperte grigie dell’UNHCR. Ho sentito i racconti di bambini di sei-sette anni, di come dopo aver camminato per tanti chilometri non riuscivano più a fare un passo e si addormentavano ogni volta che si dovevano abbassare per sfuggire alle vedette. Mi hanno parlato del freddo, della sete, della fame. Della paura.

E no, bambini, non è questo il game. Non è giusto che il gioco sia questo. Io ho avuto fortuna, sono stata una bambina amata e cresciuta in una grande città, dove andavo a scuola, giocavo coi compagni, ho fatto gli scout, sport e volontariato. Dopo la Slovenia, sono stata in Bosnia e in Kosovo e ora qua in Serbia, e provo a portare sorrisi e giocare, a dimenticare, a ricordare che siete solo bambini e che avete diritto alla felicità e alla spensieratezza, ad andare a scuola, avere vestiti caldi e puliti, pupazzi e giocattoli, dei nonni che vi coccolino e vi vizino, dei genitori che si preoccupino per voi.

E no, non posso dimenticare Madina, non posso dimenticare il suo entusiasmo per i gattini, il modo in cui ballava “tutte le scimmiette in fila per sette”. Non posso dimenticare lei, la sua famiglia e tutte le persone incontrate in questi anni di Balkan route, accampate a Idomeni, a Hotel Hara, a Eko station, al campo profughi di Sounio, a Helliniko, a Horgos e Kelebija, nelle barracks di Belgrado, nell’Afghan park e il modo in cui nonostante tutto, i bambini riescano a giocare. Non posso.

E se vi chiedete come si fa, non lo so nemmeno io come si fa, so solo che quando vedo mia nipote Anna che ha 4 anni e dei ricci bellissimi e le ho appena regalato un pigiama con Elsa di Frozen, penso solo che lei è fortunata e le auguro che la vita non le dia mai quello che sta dando a queste migliaia di Madina in giro per il mondo alla ricerca di fortuna.

Tra poco è Natale, spenderemo un sacco di soldi per cibo, regali, luminarie e decorazioni.
Qualcosa lo potete fare anche voi.  Ricordatevi di Madina e di quelli che stanno ancora facendo il game.

Potete fare un regalo ai bambini di Bogovadja. Non sono giocattoli, non sono dolci e caramelle, sono scarpe e vestiti per l’inverno, dignitosi e caldi, che forse gli serviranno quando dovranno attraversare i boschi al confine.
http://www.caritasambrosiana.it/emergenze-caritas/emergenze-in-corso/emergenza-freddo-bogavadja

Ciao, Madina.

Madina

https://www.theguardian.com/world/2017/dec/08/they-treated-her-like-a-dog-tragedy-of-the-six-year-old-killed-at-croatian-border

http://www.aljazeera.com/news/2017/12/tragic-death-year-refugee-serbia-171206120406637.html

http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_08/bambina-respinta-croazia-travolta-treno-confine-5a17075e-dbfa-11e7-96bf-2722fd237ccc.shtml

Quante facce non saprei riconoscere tra la folla, tra le persone che sono passate in questi mesi nel piccolo campo profughi di Bogovadja, dimenticato da qualche parte nella Serbia occidentale? Con quanto persone non mi sono nemmeno scambiata un saluto, con quanti mi sono invece stretta la mano dicendo good morning, selam?
Quanti sono quelli che sono stati qui, per pochi giorni, per poi tentare il “game”, l’attraversamento illegale dei confini? Chi di loro è riuscito a evitare i manganelli, i cani, i fili spinati ungheresi? Chi ha raggiunto la sua famiglia nella tanto agognata Germania, chi invece ha già cercato per la terza, quarta, quinta volta di attraversare i boschi ed è stato catturato e rimandato indietro?

La vita nel campo profughi è un’infinita ripetizione di giornate tutte identiche, all’interno della quale ognuno di noi recita una sua parte, cercando di tenere sotto controllo stress, tensione, follia che inevitabilmente ti bussano alla porta nel momento in cui siamo tutti prigionieri dello stesso spettacolo, un truman show senza soluzione di continuità. Operatori delle organizzazioni, responsabili del campo, migranti, cuochi, profughi, donne delle pulizie, ci troviamo insieme, tutti i giorni, inventandoci ogni giorno storie nuove, racconti nuovi, scherzi nuovi. Se non sei dotato di fantasia, questo lavoro, o questa vita, non la puoi proprio fare.

Quando non sono al campo profughi, mi mancano le persone del campo e i rumori che sono diventati il mio sottofondo quotidiano. Li sogno praticamente tutte le notti, quando non crollo per la stanchezza. A volte sono persone reali che ho conosciuto, a volte sono folle indistinte, colonne di persone in movimento.
Quando sono al campo, sono talmente stanca di tutto questo che mi irritano le continue richieste, i piccoli furtarelli di materiale dei bambini e delle loro madri, i litigi e le gelosie che serpeggiano tra i corridoi.
Così come loro, anch’io mi trascino in giornate apatiche in cui sento che non ho le energie mentali e fisiche per fare le attività in maniera continuativa. Iniziamo a giocare a pallavolo o calcio, ma ci annoiamo in fretta. Cominciamo un laboratorio e speriamo che arrivi presto l’ora della fine. Vaghiamo tra il cortile, il campo giochi, le stanze del campo. E così passano i giorni, uguali a sé stessi, dopodichè si raccolgono tutte le energie rimaste, cerco di ricordarmi perchè sono qui, quale sia la scelta (o l’incoscienza che mi ha spinta qui?) che ho fatto e rilancio con maggiore energie, sino al prossimo momento di crollo.
Mi appiglio al significato che ho trovato, in una semplice parola, della quale ho capito il peso solo adesso, quaggiù.
Condivisione.
Non l’avevo mai veramente sperimentata in maniera così totalizzante e intensa, non so nemmeno quanto sia sano.
E non lo sto facendo per sentirmi buona, giusta. Non mi sento necessaria, non mi sento speciale, non sto facendo niente che non sia semplicemente stare con delle persone in cammino e fare un pezzo di strada con loro. E’ come quando si va in montagna, nonostante la fatica della salita, ci si saluta sempre, tra estranei. Condividiamo la strada, conosciamo la fatica del sentiero, aspiriamo alla vetta, chi in condizioni fisiche migliori, chi peggiori, rotoliamo sulle stesse pietre, ostinati a sudare e salire.
Io sono a loro straniera, loro sono a me stranieri. Ma nonostante questo ci conosciamo e ci riconosciamo. Abbiamo scalato la montagna insieme.

A Malpensa alcuni mesi fa stavo per tornare a Belgrado, mi sento toccare su una spalla. Un uomo mi saluta in un cattivo inglese. Non lo riconosco, non lo capisco. Mi dice: Caritas, Bogovadja! E io, pur senza riconoscerlo e senza avergli mai detto niente se non “Good morning” mi sono ritrovata sua amica a così tanti chilometri dalla Serbia, dall’Afghanistan.

In questo strano limbo, collezioniamo storie.
E mi fa schifo leggere i giornali e le notizie in Italia, mi fa schifo leggere la violenza che emana dal web e dai social media, mi fa schifo pensare all’egoismo che domina le nostre società. Mi fa schifo sapere che non riusciamo mai a pensare all’altro come se fossimo noi stessi. E non ci rendiamo conto che siamo stati fottutamente fortunati a nascere in un certo posto e in un certo momento della storia. Questa, è l’unica differenza tra Noi e Loro. Non è il colore della pelle, la lingua che parliamo, il cibo che mangiamo, il Dio che preghiamo a renderci diversi.
Ed è questo, un altro pensiero che mi spinge ogni maledetta mattina ad alzarmi, a prendere il furgone per andare al campo: se io fossi nei loro panni, come sarei, come starei. Che tipo di profuga sarei all’interno della galassia dei campi? Non lo so con sicurezza se saprei trovare la forza, le competenze, gli strumenti per vivere questa esistenza così terribile, ma penso che mi piacerebbe avere a che fare con persone che fanno di tutto per cercare di rendere meno orribili le mie giornate monotone e alienanti, che mi piacerebbe che i volontari venissero a far giocare i miei bambini e mi aiutassero non tanto dandomi delle scarpe o dei vestiti, di cui comunque avrei bisogno, ma donandomi l’umanità necessaria a sopravvivere in questa strana catastrofe.  Essere riconosciuti.
E così, ci sono, ci siamo, non siete soli.
Mi ricordo oramai più di vent’anni fa durante la guerra in ex Jugoslavia, questa “sindrome dell’abbandono” che colpiva le persone di quei paesi, condannate a morire in mondovisione. Avevo diciott’anni e andavo in Slovenia nei campi profughi. Oggi, sono tornata nei campi profughi e ritrovo la stessa cosa di allora.
Gli stessi strani equilibri tra le stanze del campo, tra la popolazione di questo micro-cosmo. E’ un ambiente nel quale mi sono ritrovata immediatamente, non a mio agio, ma con la consapevolezza e la capacità di riconoscere certi tipi di bisogni e certe dinamiche che si creano nella cattività e nella coesistenza forzata. Alla fine nei nostri condomini possiamo anche evitare i vicini che ci stanno sulle palle, siamo fortunati, usciamo di casa, andiamo a scuola, andiamo al lavoro, vediamo gli amici, possiamo andare in vacanza.
Qui, così, non hai scelta.
E che differenza ci sia tra un campo profughi, una prigione o un istituto psichiatrico faccio fatica a capirlo. Dipendere dagli altri per tutto: cibo, vestiti, attività. Deprivazione della libertà. E’ già tanto che le persone non abbiano cominciato ad ammazzarsi. E’ assolutamente importante che esista uno spirito di comunità che tiene insieme i pezzi quando gli inevitabili incidenti accadono.
L’unità tra le persone che alcuni stoici tra i migranti stanno mantenendo all’interno di queste quattro pareti sta salvando questo luogo (questi luoghi) da un’esplosione che è sempre lì, prossima, palpabile.

Lo so.
Questo blog probabilmente ha sempre avuto un’altro taglio. L’ho sempre usato come luogo in cui raccontare la storia attraverso le storie, analizzando, citando fonti, indignandomi anche e polemizzando, ma pur comunque mantenendo una distanza da me stessa.
Ma un blog è anche un diario. Io tra me e me lo definisco il pensatoio di Albus Silente. E sono mesi. Mesi che non scrivo, non ne ho avuto la forza, non è tanto una questione di tempo (il non avere tempo è un alibi), ma una questione che se mi metto a raccontare tutte le storie del campo, devo ri-raccontarmele e invece è più che sufficiente una volta.
Stupri, morte, bastonate, disagio mentale, sofferenza fisica, solitudine, paura, angoscia, ansia, tristezza, rabbia… Ecco cosa sono le storie che raccogliamo ogni giorno, nella normalità delle chiacchiere che facciamo.
Ma forse la vera storia non è quella del Male che emerge. La storia qui, tra questi stati d’animo così cupi, è la capacità del’essere umano di andare avanti lo stesso, cercando la Speranza.
Siamo maledettamente capaci di cadere e rialzarci.

H., donna afghana con due figlie piccole. L’ho ospitata a casa mia per un week end fuori dal campo. Ha voluto pulire casa mia (!) e ha preso in mano l’aspirapolvere. A un certo punto si è fermata e ha detto: erano tre anni che non usavo un aspirapolvere.
A. ragazzo iraniano di 15 anni. L’ho ospitato a casa mia, sempre per un week end fuori dal campo. Di notte piange e urla e cerca sua madre.
F. ragazza afghana di 19 anni con due figlie, comprata a 14 anni da un uomo che ha già moglie e nove figli. Pensando che il mio numero fosse quello del ragazzo di cui si è innamorata mi cantava via whatsapp le canzoni in lingua pashtu.
F. ragazzo iraniano, 21 anni. Non capiva perchè i poliziotti bulgari di sera entrassero nella sua camera per picchiarlo, nonostante lui sia cristiano.


Saluti da Bogovadja.

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La gabbia

Pubblicato: maggio 25, 2017 in Campi profughi, Migranti, Western Balkan Route

Deal done

Che nel marzo 2016 l’UE avesse fatto un accordo con la Turchia per gestire il flusso di migranti in arrivo attraverso la rotta balcanica è cosa nota. Meno noti forse i risultati sul lungo periodo che la chiusura ha creato, da una parte il ritorno a pieno regime della rotta del sud mediterraneo, con il suo carico di morte quotidiano e il suo carico di polemiche sulle ONG che l’italico e ignorante popolo italiano diffonde via social (del resto informarsi è troppo faticoso). Dall’altra parte c’è l’esistenza bloccata in terra balcanica di circa 60.000 persone. Detto così sembra un numero enorme, ed è vero, se pensiamo che ognuno di questi numeri è una persona, con una storia probabilmente di grande sofferenza alle spalle, una famiglia, un’identità e un passato. Ma sarebbe anche un numero facilmente gestibile, se solo i paesi “ricchi” decidessero che la questione migratoria è la questione del futuro ed è inevitabile. L’essere umano, così come gli altri esseri viventi da sempre nella storia del mondo, si sposta in cerca di condizioni di vita migliori e per garantire alla sua specie la possibilità di sopravvivere e non estinguersi. Per questo motivo è inutile barricarsi dietro a muri (ideologici o fisici che siano) e fare i conti con ciò che è puramente istintivo: la voglia di vivere. Per questo motivo MAI le migrazioni cesseranno ed è giusto imparare a riconoscere il diritto alla libertà, senza dividere il mondo in popoli e paesi di serie A e popoli e paesi di serie B o C, anche perchè storicamente ed economicamente parlando, i paesi di serie B o C restano lì perchè sono i paesi di serie A che hanno gli interessi a tenerceli.

Dove eravamo rimasti?

Tra queste 60.000 persone bloccate lungo la rotta balcanica, la maggioranza (circa 50.000) si trova in Grecia, paese che nonostante la rotta sia chiusa ha visto dall’inizio del 2017 l’approdo di 6.421 persone (40% bambini, 21% donne, 42% uomini di cui il 42% dalla Siria, e a seguire Iraq e Afghanistan).

In Serbia ci sono ufficialmente 7.364 persone suddivise in 18 campi gestiti dal Commissariato per le migrazioni.  43% sono minori, 42% uomini, 15% donne. Vengono sopratutto dall’Afghanistan 57% , Iraq 19% , Pakistan 13%, Siria 6% . Il grosso dei siriani che ha viaggiato sulla rotta si è fermato in Grecia, perchè le procedure per il ricollocamento negli altri paesi EU sono più veloci che non dalla Serbia, altrimenti la percentuale sarebbe molto più alta.

La gabbia

Da quel 18 marzo 2016 sono passati 433 giorni (data di oggi). Quattrocentotrentatre.
In molto meno tempo si viene al mondo, ci si sposa, si festeggia il compleanno, si brinda alla casa nuova e al nuovo lavoro, si va alle feste, ci si commuove al cinema o a un concerto, ci si laurea… si vive, in poche parole, con un discreto margine di libertà, fisica ed emotiva.

In questo anno e qualche mese le persone hanno vissuto dapprima nella vana speranza che le frontiere riaprissero, accalcandosi ai confini dell’Ungheria e vivendo in condizioni disumane nei boschi, senza cibo e senza acqua. Quindi hanno provato più volte, illegalmente e spendendo migliaia di euro a testa a superare i confini, da tutte le parti: Ungheria, Croazia, Romania, Bulgaria. E infine, si sono arresi.

Se negli scorsi mesi visitando la rotta avevo visto persone con un barlume di speranza negli occhi e la voglia di farcela, oggi, dopo 433 giorni nei campi profughi in Europa, io vedo solo adulti sconsolati che cercano di capire cosa fare di sé e della propria esistenza senza darsi una valida risposta. Per molti di loro non esiste nemmeno la possibilità di tornare indietro, le bombe restano comunque un deterrente valido.

I giorni sono tutti uguali in un campo profughi, specialmente se situati in posti un po’ isolati e senza avere particolari risorse economiche. Ci si sveglia, e qualcuno decide cosa mangerete e quando. Il secondo momento fisso  della giornata è il pranzo. Anche qui, qualcuno cucina qualcosa per voi, decidendo sapore, gusto, quantità e orario. Il terzo momento fisso della giornata è la cena. Vedi sopra.

Tutte le mattine vi sveglierete e vedrete le stesse persone, con le quali vivete da 433 giorni. Dopo 433 giorni non sapete più che cosa raccontare. I ricordi del vostro paese e della vostra famiglia vi fanno male. Parlate di quello che non avete, di quello che facevate, di quello che vorreste fare, di quello che vorreste mangiare, ma oramai lo avete già detto e ridetto chissà quante volte e chissà quante volte avete sentito la stessa storia degli altri.

Naturalmente non potete scegliere come vestirvi, dipendete dagli aiuti che sono stati mandati da qualche sconosciuto in giro per il mondo che ha pensato bene che una maglietta bucata e unta un profugo se la metterebbe lo stesso, perchè tanto non ha altro. Quindi non va bene per te, che la vuoi buttare, ma pensi che vada bene per un altro essere umano che non ha scelta.
Le scarpe sono preziose! Vengono distribuite raramente e spesso non sono mai in buone condizioni, ma quelle e i vestiti sono un bene da preservare nonostante le macchie e i rattoppi, anche perchè non avete altro e quello che vi siete portati nello zaino quando siete partiti probabilmente lo avete abbandonato durante il viaggio.
Non potete muovervi, o meglio, potete farlo e andare nei villaggi attorno. Per farlo dovete chiedere un permesso e rientrare prima delle 21, dovete camminare per qualche chilometro (e consumare le vostre già malridotte scarpe) oppure prendere un taxi (e spendere i pochi soldi che avete) e poi spendere altri soldi nel solito e unico villaggio che c’è nelle vicinanze per mangiare cibo che non vi piace perchè il gusto è totalmente diverso dal vostro e vi manca il sapore del cibo di casa o per comprare qualche vestito o qualche cosa che potrebbe vagamente piacervi.

Non avete libri, e se ne avete li avete già letti e riletti. La connessione internet c’è, ma è lenta e la dovete dividere con altre centinaia di persone. Nonostante questo, come dei lobotomizzati, vi attaccate a internet, a facebook, a youtube per passare il tempo.
Non avete un vostro bagno e tantomeno non avete la vostra privacy, ma avete lo stesso imparato a fare l’amore in una camerata o in una stanza da 8 persone (se siete fortunati) senza farvi sentire troppo. Alcune donne restano incinte e nasce una nuova vita in questo limbo, una novità nella monotonia di tutti i giorni. Nascono coppie nuove anche di diverse nazionalità, del resto la scelta è limitata alle solite persone che vivono con voi. E del resto l’amore non fa differenze.

Infine, quando finalmente si spengono le luci, non riuscirete ad addormentarvi. Avrete pochi ricordi della solita giornata che è appena trascorsa e dei soliti discorsi che avete fatto e delle persone che avete visto, perchè sono sempre le stesse cose. Forse avrete dei ricordi delle bombe che cadevano, della traversata nel mare sul gommone con l’acqua che entra dal fondo e le urla dei bambini nelle orecchie. Vi chiederete dove siano i vostri figli, i vostri fratelli e sorelle, madri e padri, mariti e mogli. Qualcuno attorno a voi sta russando, qualcuno piangendo. Non c’è silenzio e non c’è nemmeno buio perchè ci sono le luci di sicurezza accese.

Non riuscirete a dormire sino a quando la stanchezza non vi sopraffarà o sino a che le gocce che avete preso non vi faranno crollare, sino alla solita sveglia, nel solito posto, con le solite persone.

Rompere

Ecco, a chi mi chiede cosa faccio io oggi in Serbia (ma potrei essere in Grecia, come in Libano o chissà dove altro nel mondo) con la mia ONG, rispondo che giochiamo a pallavolo, a calcio e anche a rugby, che facciamo disegnare i bambini, che chiacchieriamo con le persone del più e del meno, che facciamo corsi di inglese e serbo, balliamo, cantiamo …

Noi, semplicemente, rompiamo.

La monotonia, la solitudine, la noia. Rompiamo le sbarre invisibili delle gabbie.

O almeno, ci proviamo.

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Welcome to hell

Pubblicato: gennaio 31, 2017 in Uncategorized

Belgrado. La temperatura oggi si è alzata rispetto ai -15° delle scorse settimane. La maggior parte dei migranti che da ottobre 2016 affollavano i magazzini abbandonati del terminal doganale dietro la stazione centrale non ha resistito al freddo e alle condizioni inumane nelle quali per mesi ha vissuto e ha accettato la proposta che il governo locale da mesi ha fatto: andate nei campi governativi.

I più di loro in tutti questi mesi di stallo hanno evitato di andare nei centri gestiti dal commissariato per i rifugiati serbi. Alcuni campi sono molto lontani dai confini del nord, il che significa vedere allontanarsi la speranza un giorno di poter passare la soglia dell’UE. Altri ascoltano i trafficanti che dicono loro che registrarsi nei campi serbi significa non poter poi fare richiesta nei paesi Schengen.

La maggior parte di queste persone accampate sul pavimento dei capannoni, senza nulla, nemmeno delle tende, è proveniente dai paesi che hanno meno chance di vedersi riconosciuti come rifugiati. Si tratta perlopiù di uomini soli, pakistani, bengalesi. Anche afgani e iracheni. Pochi i siriani, per loro la più grande possibilità è stata quella di rimanere in Grecia e fare domanda d’asilo da lì.

Dei quasi mille che sino all’inizio dell’inverno preferivano stare nei parchi e nei magazzini abbandonati del centro, in questi ultimi gelidi giorni sono rimasti poco più di 200 persone, gli ultimi irriducibili. Ricevono un solo pasto caldo al giorno da un’organizzazione che distribuiva zuppe calde a Idomeni, in Grecia e vengono visitati da Medici Senza Frontiere che denunciano le terribili condizioni di vita di queste persone. Tra loro anche persone pestate dalla polizia ungherese durante le pratiche non proprio ortodosse di respingimento dai propri confini.

Le ONG locali da Novembre non possono più dare sostegno a coloro i quali non stanno nei campi ufficiali. Una lettera aperta a tutte le organizzazioni operative nella zona della stazione e del parco ha fatto capire che chi avrebbe continuato a distribuire aiuti non avrebbe avuto alcuna possibilità di collaborare ulteriormente col governo e nei centri gestiti formalmente dove di fatto oggi sono ospitate più di 6000 persone, il numero ufficiale di migranti che il Paese gestisce in accordo con l’Unione Europea.

Il capannone si trova dietro la stazione centrale, nel cuore di una capitale europea, in una zona interessata da un progetto di riqualificazione chiamato Waterfront, finanziato dai paesi arabi.

Entrando si viene assalito da un odore fortissimo di plastica bruciata. Un fumo acre colpisce occhi e gola. Si sentono persone tossire. Sotto le coperte grigie militari buttate sul pavimento, dormono delle persone. Attorno a dei piccoli fuochi in cui si bruciano immondizia, bottiglie, copertoni si radunano le persone che fanno bollire l’acqua nelle lattine di birra, per prepararsi il the. Un uomo raccoglie acqua da una canalina di scolo, è neve che si scioglie. Esce e si lava mani, faccia, piedi di fianco a un mucchio di immondizie. Mi chiedo se stia facendo le abluzioni rituali per la preghiera. Un altro uomo cerca di usare un rudimentale pannello solare per usare il telefono, ma non funziona. Un uomo ha una vistosa fasciatura al piede è una stampella, ci dice che è stato picchiato e respinto dalla polizia ungherese. Alcuni pakistani mi offrono un the, mi chiedono da dove vengo e poi commentano Italy good.

Le scritte sui muri chiedono al mondo di non essere abbandonati, che non sono terroristi, ma persone e di aprire le frontiere.

Non credo che il mondo sappia leggere.

 

 

 

Questione di sopravvivenza

La sensazione finale che mi resta dopo 12 giorni lungo l’intera rotta balcanica (dalla punta meridionale della Grecia ad arrivare sin dentro i confini ungheresi) e dopo averla già percorsa 4 volte negli ultimi 8 mesi, è quella che in Europa si stia provvedendo semplicemente a mantenere delle persone, cercando di relegare il problema nelle regioni più marginali dei nostri confini.

I migranti sono un problema, ma va gestito sottovoce, in estrema sintesi. Sembra che le indicazioni condivise tra Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria siano: mantenere un profilo basso, tollerare il traffico di uomini che attraversa la spina dorsale dei Balcani, non esagerare con la violenza e fare in modo che silenziosamente la rotta balcanica continui il suo sgocciolamento quotidiano di anime, direzionate verso altri paesi dove ricostruirsi una vita.

Nel corso di un anno i numeri sono radicalmente cambiati, ma in UE stiamo tuttora affrontando la questione migratoria come un tamponamento all’emergenza, cercando di stoppare un’emorragia con un cerotto senza pensare a come fermare la causa del sanguinamento o quantomeno migliorare le condizioni generali di salute del malato.

Ci si limita a dare da mangiare (poco e male) e dormire (in tenda sui materassini) alle persone che arrivano da noi in cerca di protezione e aiuto, garantendone esclusivamente la sopravvivenza fisica, senza tenere in considerazione le problematiche psico-sociali e senza che ci sia un reale interessamento al destino individuale di questi esseri umani.

È inevitabile chiedersi che cosa raccoglieremo, come civiltà europea, se il nostro tentativo di integrazione e accoglienza verso chi è nato in un paese diverso dal nostro si limita a sbarrare le porte, rinchiudere nei campi e mantenere in vita persone in fuga, calpestandone i diritti umani.

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Dare i numeri

Nell’estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel ha di fatto sospeso l’accordo di Dublino (secondo il quale è possibile presentare una sola domanda di asilo in UE nello Stato in cui il richiedente ha fatto l’ingresso) aprendo le porte della Germania a tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria e invitando “l’Europa a dare una prova comune di solidarietà e rispetto delle regole”. Questo viene identificato come il principale dei pull-factor dell’aumento del flusso dei migranti lungo la Balkan route.

Il risultato è che quasi un milione di persone tra l’estate 2015 e il marzo 2016 sono passate dalla Turchia alla Grecia per riversarsi verso nord, quando la rotta era aperta e funzionante in modo coordinato attraverso il sistema degli hot spot di entrata e uscita. Il numero degli smugglers era nettamente inferiore e i trasporti da un paese all’altro permettevano di percorrere l’intero tragitto in 3 giorni e spendendo molti meno soldi rispetto ai 3.000 euro che oggi vengono chiesti a persona per arrivare dalla Grecia in Ungheria, senza la certezza di farcela.

Dal 20 Marzo 2016, con la chiusura della rotta a seguito del fragile e discusso trattato tra UE e Turchia, i migranti intrappolati in Grecia sono 57.115  ospitati in 55 campi (fonte UNHCR), la maggioranza dei quali dislocati nei campi ufficiali gestiti dal governo greco attraverso il controllo dei militari.

Altre tremila persone circa sono in transito o bloccate negli altri paesi della rotta: cercano di attraversare i confini e raggiungere l’Ungheria dove faranno domanda di asilo per proseguire poi verso altre destinazioni o – viste le misure restrittive sempre più forti messe in atto dal governo nazionalista magiaro guidato da Orban – da pochi giorni si muovono dalla Serbia in direzione della Croazia.

In un certo senso in questo scenario geografico è la Serbia che sta assolvendo il ruolo più delicato: sta assorbendo e gestendo il flusso di persone dal sud (si stima circa 200 migranti al giorno) che puntano al nord.

Il dato interessante è che il numero di persone intrappolate lungo la rotta sostanzialmente non cambia, da Luglio dopo il tentativo di colpo di stato in Turchia sono aumentati gli sbarchi sulle isole e circa 200 persone al giorno sui gommoni raggiungono Lesbo e Chios, generando sovraffollamento nelle strutture già piene. Lo stesso numero di persone che si calcola esca, ogni giorno, dalla Serbia.

 

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Grecia

L’accordo del 18 marzo tra UE e Turchia segue una politica sperimentale di contenimento in stati terzi degli inevitabili flussi migratori che negli anni a venire interesseranno sempre di più gli stati “ricchi”. In sintesi estrema, esso prevede che a fronte di aiuti economici pari a 6 miliardi di euro, liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e ingresso rapido in Unione, la Turchia faccia da cane da guardia del confine europeo e tenga all’interno del suo territorio 2 milioni di profughi.

È da quella data che la rotta balcanica si è ufficialmente chiusa, anche se di fatto era già da metà febbraio con l’introduzione dei limiti di ingresso in Austria (80 ingressi giornalieri per chi avrebbe fatto domanda di asilo lì e il transito sino a 3.200 persone verso la Germania) che i numeri di passaggio – che in alcuni giorni sfioravano i 10.000 – erano drasticamente calati.

Alla decisione austriaca è seguita una conferenza a cui hanno partecipato Croazia, Bulgaria, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, ma non la Grecia, che ha generato nei paesi dei Balcani la chiusura delle frontiere per evitare di rimanere con i profughi bloccati all’interno dei propri confini e ha visto inasprire i criteri di ammissione allo status di rifugiato, accogliendo sostanzialmente solamente le domande di siriani e iracheni e escludendo gli afghani intesi solo come migranti economici.

È da allora che sono rimaste intrappolate in  un limbo dal nome Grecia quasi 60mila persone, per lo più provenienti da Siria (48%), Afghanistan (25%) e Iraq (15%).

Queste persone si dividono ulteriormente in sottocategorie. Chi è arrivato prima del 20 marzo era stato registrato sulle isole e con un provvedimento speciale poteva muoversi sul territorio greco (motivo per cui si è saturato il confine con la Macedonia con 14.000 persone accampate nel campo informale di Idomeni, chiuso poi a fine Maggio).

Dal momento della prima registrazione, 3 sono le opzioni cui poter accedere: fare richiesta per ricongiungimento familiare (domanda che viene accolta principalmente per i minori non accompagnati) o richiesta di ricollocamento in un altro paese dell’UE (possibilità destinata a siriani e iracheni, si può esprimere una preferenza per una destinazione, adducendo la motivazione, ma non è detto che venga accolta perché i numeri delle richieste vengono gestiti in base alle quote di accoglienza dei singoli paesi), tornare nel proprio paese di origine (in questo caso viene garantito il rimpatrio e un supporto economico, i così detti rimpatri volontari sono mirati sopratutto alle popolazioni che molto difficilmente vedranno accolta la domanda di asilo come afghani, pakistani e altre nazionalità).

Chi è arrivato dopo il 20 marzo (e nella maggior parte dei casi ora si trova bloccato sulle isole) può fare domanda di asilo e dunque guadagnare la possibilità di non essere espulso immediatamente.

A loro volta queste persone vengono divise tra i casi vulnerabili (minori non accompagnati, disabili, anziani, madri single con figli) che hanno una sorta di canale preferenziale affinché le loro domande vengano analizzate in tempi rapidi, guadagnando, dunque, il diritto alla terraferma.

Per gli altri, là dove la domanda di asilo non dovesse essere accolta, è previsto il rimpatrio in Turchia, come da accordo di marzo. Per ogni rimpatriato, la Turchia manderà in Grecia una persona di nazionalità siriana, con precedenza per i sopra citati casi vulnerabili.

Per poter svolgere queste pratiche, in primis era stata messa in atto una pre-registrazione via skype. Telefonando all’Asylum service (dipartimento del ministero dell’interno greco che si occupa di asilo) i rifugiati avrebbero ottenuto un appuntamento per la registrazione a cui presentarsi per inoltrare la propria domanda di asilo, relocation o ricongiungimento. È facile immaginare cosa volesse dire per le persone accampate senza corrente e senza internet cercare di prendere la linea con gli uffici governativi, che osservavano inoltre orari ridotti.

Vista l’impossibilità per molti di poter ottenere un appuntamento via skype, il governo ha colto l’occasione di chiudere i campi informali e spingere le persone ad accedere ai campi ufficiali, dove è stata messa in atto la pre-registrazione in situ o organizzando trasporti via bus verso gli uffici competenti sui territori.

La procedura di pre-registrazione rappresenta però solamente il primo passo nella procedura di riconoscimento della protezione internazionale (così come della relocation o del ricongiungimento), necessario per poter ottenere via SMS un successivo appuntamento con l’Asylum service, ed evitare nel frattempo il rischio di essere rimpatriati.

A fine Luglio sono ufficialmente terminate le pre-registrazioni e sono cominciati i colloqui per la registrazione (formalizzazione della domanda, fotosegnalamento e breve intervista). In base al tipo di richiesta presentata durante la registrazione (ricongiungimento, asilo, relocation) cambiano i tempi di attesa che vengono stimati ottimisticamente dai greci in 2-3 mesi per la relocation, sino a 6 mesi per l’asilo. De facto, viste le tempistiche in essere, parlare di un minimo di 12 mesi sembra la prospettiva più rosea, per i richiedenti asilo.

Le persone che hanno fatto la pre-registration hanno libertà di movimento, possono accedere ai servizi come sanità e scuola, ma la prospettive che questi bambini (che rappresentano quasi il 40% della popolazione migrante) possano realmente inserirsi nelle scuole in autunno, come ha dichiarato il primo ministro greco Alexis Tsipras, sembra invece molto difficile.

Nel frattempo, come vivono queste 60.000 persone? La risposta è semplice: sopravvivono.

In larga parte i campi ufficiali sono stati allestiti all’interno di fabbriche abbandonate nelle periferie industriali delle città, nella maggior parte dei casi sono state montate all’interno di capannoni in alluminio tende da 8 posti, una di fianco all’altra, attrezzate solamente con brandine o materassi appoggiati sui pallets e coperte grigie militari. Le temperature estive in agosto hanno sfiorato quasi i 40 gradi, rendendo impossibile la permanenza in queste strutture. In alcuni casi, come a Nea Kavala,  le tende sono state montate direttamente sul terreno, in appezzamenti agricoli, e non c’è alcun tipo di protezione da pioggia o sole. In altri casi ancora, sono, invece, state montate casette prefabbricate, ma lontane decine di chilometri dal primo centro abitato. Nella stragrande maggioranza dei casi i servizi igienici sono costituiti da bagni chimici e poche docce senza acqua calda.

Le giornate sono scandite dal ritmo monotono della distribuzione dei pasti, cibo insapore – se non cattivo – cucinato per migliaia di persone e consegnato in vaschette di plastica. Cibo che viene buttato dai profughi, che si lamentano e che vorrebbero poter cucinare per sé stessi, ma che non possono farlo per motivi di sicurezza. In realtà nei campi ciò che è proibito avviene comunque. Le persone più intraprendenti si muovono: vanno a piedi o con i taxi anche per chilometri, per raggiungere paesi e cittadine nei dintorni, dove comprano cibo e suppellettili che, in larga parte, rivendono nei campi, dove dunque si trovano anche oggetti proibiti coltelli e fornelli a gas. I militari di guardia lasciano fare, per evitare problemi. Gestire mille e più persone nel modo sbagliato vorrebbe dire trovarsi di fronte a folle inferocite, stanche di questa situazione di incertezza e degrado.

Quando sono state spostate le persone all’interno dei campi non sono stati rispettati criteri che tengano conto delle diverse nazionalità, pertanto si sono già verificati scontri e pestaggi tra gruppi differenti. Inoltre, si vanno verificando con sempre maggiore frequenza anche episodi di violenza nei confronti delle donne, che, di notte, non vanno in bagno se non sono accompagnate, per la paura di essere molestate. Il tutto nel silenzio delle istituzioni greche.

I volontari e le organizzazioni sono mal tollerati e perlopiù viene negato loro l’accesso ai campi, specialmente per i singoli e i gruppi non appartenenti a grandi organizzazioni, il che rende la vita dei profughi ancor più difficile e monotona, senza nemmeno la possibilità di poter fruire di attività di animazione o corsi di lingua. Di fatto, quello che vanno a perdere è la possibilità di potersi relazionare con persone diverse da quelle con le quali convivono tutti i giorni da mesi.

Non c’è dunque da stupirsi se la maggior parte dei rifugiati che ha ancora dei risparmi stia semplicemente guadagnando il tempo necessario per capire il modo migliore per lasciare la Grecia, il che equivale ad affidarsi ai trafficanti di uomini e attraversare i confini illegalmente per raggiungere l’Ungheria. Dall’altra parte è evidente che chi resterà all’interno dei campi sarà la popolazione economicamente e culturalmente più svantaggiata.

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Macedonia

Durante la storia dell’ultimo anno, la Macedonia è sempre stata attraversata di corsa dai migranti in transito e non si è mai dimostrato un paese particolarmente accogliente. L’entry point di Gevgelija e l’exit point di Tabanovce sono stati progettati come hotspot in grado di accogliere più di qualche centinaio di persone e anche durante i giorni di maggior picco, con più di 10.000 persone al giorno di passaggio, non è quasi mai capitato che i rifugiati si fermassero all’interno di questi hotspot, se non costretti da motivi di salute o per aspettare di ricongiugersi con parenti rimasti indietro sulla rotta.

Si può dire che in maniera molto ordinata ognuno abbia fatto il suo lavoro, suddiviso tra militari, responsabili dei centri e organizzazioni umanitarie.

Per far capire però il clima più generale del paese: al di fuori dei campi di transito, nei mesi invernali, i taxisti macedoni avevano dato il via al blocco dei treni che venivano usati dai migranti (pagando regolarmente la corsa) che dal sud del paese li conducevano al confine con la Serbia. Il governo ha dovuto sottostare alla richiesta della lobby dei taxisti che così hanno ottenuto il permesso di poter portare in auto, a una tariffa fissa di 25 euro a persona (equivalente al costo della corsa del treno), i profughi in transito. Tutti i taxisti della Macedonia si sono riversati a  Gevgelija, guadagnando in pochi mesi lo stipendio di un anno.

Allargando la visuale, il ruolo della Macedonia non è affatto secondario per capire cosa è successo in Grecia e perché 60.000 persone sono intrappolate lì da marzo 2016, ma anche per capire quali siano in senso più ampio le politiche migratorie europee.

Dal 18 febbraio le polizie di Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia hanno cominciato ad applicare le linee guida concordate insieme all’Austria per gestire il transito e l’ingresso dei migranti in Europa. Queste direttive non sono altro che la messa in atto delle misure di sicurezza che diversi stati dell’UE hanno cominciato ad attuare dopo le stragi di Novembre 2015 a Parigi, con la conseguente sospensione del trattato di Schengen da parte di alcuni dei paesi.

Da Febbraio dunque i numeri dell’accoglienza e transito giornalieri stabiliti dall’Austria ammettevano solamente 580 persone (provenienti da Siria e Iraq) a poter varcare i confini macedoni. Di fatto i numeri sono stati molto più bassi: la polizia ha rallentato drasticamente il passaggio delle persone applicando procedure di registrazione lentissime nei centri di transito – e chiudendo a tratti i confini. Durante il periodo di chiusura intermittente della frontiera non sono mancati gli scontri tra la polizia e i migranti che in più occasioni hanno provato a sfondare il confine, tra lacrimogeni e manganelli.

Questa situazione ha creato un blocco nel passaggio delle persone che per giorni è stata costretta, con le temperature invernali, ad aspettare al lato greco del confine, cioè a Idomeni. Da qui, a dare via al campo informale che è arrivato ad ospitare più di 10.000 persona nella speranza di poter passare di là del confine, c’è voluto poco. Sino alla chiusura totale della rotta, avvenuta il 20 marzo e la creazione di quella che è stata definita dal ministro dell’Interno greco Panagiotis Kouroublis la “Dachau dei giorni nostri”.

Oggi a Gevgelija vivono circa 150 persone, per lo più donne con bambini, intrappolati in quella che è la terra di nessuno. I macedoni non accoglierebbero mai le loro richieste di asilo, semmai i rifugiati decidessero di farle e impediscono a queste persone di uscire dal campo. Restano così profughi e operatori umanitari a condividere insieme il tempo che scorre uguale a sé stesso, in una struttura molto dignitosa visto il basso numero di ospiti presenti nel centro, ma senza alcuna prospettiva a meno che non vengano riaperte le frontiere, speranza che ancora oggi resiste nel cuore dei rinchiusi di Gevgelija.

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Serbia

In questo momento la Serbia sta vivendo un ruolo che ha già pubblicamente dichiarato di non voler sostenere: quello di stato cuscinetto di accoglienza per i profughi, pressato com’è dalla chiusura dei confini al nord e al sud del Paese.

I migranti bloccati in Grecia si affidano a trafficanti che dal confine di Idomeni per 3.000 euro a persona promettono ai rifugiati di condurli in territorio ungherese, attraversando la Macedonia e la Serbia.

Chi non viene catturato e respinto dalla Macedonia verso la Grecia viene, spesso, sorpreso nei boschi dell’Ungheria da una polizia di confine particolarmente incattivita nei confronti dei migranti e rispedito in Serbia.

Altri ancora vengono scaricati giù dalle auto dei trafficanti in qualche paese sperduto e viene detto loro di trovarsi in Austria o in Ungheria. Intere famiglie dopo aver dato fondo a tutti i loro risparmi scoprono di essere alle porte di Belgrado, nella totale disperazione.

Per chi è stato espulso da altri paesi, così come per chi sta transitando per provare a passare i confini, la prima via da percorrere è quella di registrarsi al centro per richiedenti asilo di Krnjaca, poco fuori Belgrado. Il centro è costituito da una dozzina di baracche che ospitavano gli operai al tempo del socialismo. Negli anni ’90 sono state utilizzate per alloggiare gli sfollati interni delle guerre civili jugoslave, provenienti da Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Registrarsi in Serbia permette di stare legalmente nel Paese, ma di fatto quasi nessuno chiede asilo qui. Nel 2016 sono state registrate 7.100 domande di asilo, ma oggi sono presenti circa 4.000 profughi. Questo vuol dire che almeno 3.000 persone hanno trovato un modo durante quest’anno di uscire illegalmente dalla Serbia e raggiungere verosimilmente l’agognata UE.

Oggi, nelle baracche di Krnjaca – struttura che ha una capacità di accoglienza per 500 persone – ne dormono 750. È corretto dire che lì dormono solamente, perché di fatto il centro di ritrovo per i migranti resta il parco attorno alla stazione dei bus e il centro Miksaliste, gestito da 15 associazioni di volontariato, locali e internazionali. Al centro vengono distribuiti cibo, vengono fatte attività con i bambini ed è possibile usare la rete wi-fi, attraverso la quale restare in contatto con chi deve ancora arrivare e con chi ce l’ha fatta. È così che i migranti si organizzano, per poter capire quali strade percorrere, con chi prendere contatti, a quali rischi si va incontro. Nella maggior parte dei casi le errate informazioni che circolano, generano false speranze, destinate a infrangersi contro a un muro.

I centri di accoglienza coordinati e gestiti dal Commissariato per richiedenti asilo serbo stanno aumentando la propria capacità di accoglienza in tutto il Paese, ma non possono trattenere le persone al proprio interno. Le condizioni di alcuni di questi centri sono al limite, nel campo di Subotica che potrebbe ospitare 150 persone, ce ne sono 500 in questi giorni. Non esistono strutture al chiuso, ma tende da campeggio. I bagni e le docce oltre ad essere pochi, sono in condizioni miserevoli. Nonostante questo, la gente non si lamenta, in fondo sa di essere lì solo per il tempo necessario a riorganizzarsi e riprovare, a volte anche per la terza volta, a riattraversare i confini.

La difficoltà maggiore dunque non è restare per alcuni giorni in un campo fatiscente, ma è arrivare alle porte dell’Ungheria per essere poi reindirizzati dal commissariato serbo in cittadine lontane, al confine con la Bosnia e il Kosovo. In un certo senso si tratta di un perverso gioco dell’oca in cui tocca ricominciare e partire dal via. Nonostante questo, le persone non si arrendono, tornano in qualche modo a Belgrado e ripartono dal parco per raggiungere i confini al nord, con l’Ungheria, o ultimamente con la Croazia.

La polizia di Belgrado sta attuando misure deterrenti per impedire alle persone di dormire all’aperto, hanno, dunque, cominciato a recintare con reti arancione da cantiere le aiuole e i giardini nei quali i migranti stavano alcuni giorni, con la scusa di dover sistemare l’erba e i parchi, anche se tutti sanno che si tratta di una manovra per rendere la vita dei rifugiati ancor più difficile di quanto già non sia.

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Ungheria

L’Ungheria ha completato la costruzione di un muro fatto da reti e filo spinato alto quattro metri per una lunghezza di circa 150 chilometri, sulla frontiera meridionale di Schengen, che ha incluso anche un tratto fluviale e il passaggio ferroviario di Röszke.

Nonostante la politica tutt’altro che conciliante nei confronti dei migranti da parte del governo magiaro, l’unica via d’uscita rimasta aperta è il confine serbo-ungherese. Ogni giorno 15 persone vengono autorizzate dalle autorità ungheresi a passare dal valico di Horgos e altrettante dal valico di Kelebija, in quelle che sono definite transit zone.

Per gli altri in attesa, non resta che la strada della clandestinità, ma chi viene catturato in Ungheria ad attraversare illegalmente entro una fascia di territorio di 8 km dal confine viene spesso malmenato e quindi respinto. Nonostante i rischi che si corrono le persone continuano a cercare di  passare attraverso i boschi e i fiumi. È così che il primo giugno – nel silenzio generale della stampa – è morto annegato nel fiume Tisza, in Ungheria, Farhan al-Hwaish un rifugiato siriano.

Al confine si sta ricreando in piccolo una situazione simile a quella di Idomeni. Da una parte l’Ungheria fa la parte della Macedonia, dall’altra la Serbia la parte della Grecia. I rifugiati vivono in tendopoli senza acqua corrente e senza che venga dato il permesso alle organizzazioni di costruire strutture di accoglienza o di operare, se non per la distribuzione di acqua e cibo. Ma nonostante le condizioni terribili, vista la chance di poter essere inseriti nelle liste di accesso alla transit zone ungherese, i migranti continuano ad arrivare. Sono circa mille e cinquecento le persone dal lato serbo accalcate di fianco ai reticolati o nel centro di Subotica, nella speranza di poter passare in UE.

I 30 fortunati (per lo più famiglie con donne e bambini) dovranno poi effettuare domanda di asilo in Ungheria e – se maschi soli in viaggio – devono passare sino a 28 giorni reclusi all’interno dei container blu disposti lungo la frontiera e guardati a vista dai militari, in attesa che la loro posizione venga vagliata dalla commissione ungherese, che definirà il respingimento o l’ingresso in uno dei centri di accoglienza del paese.

I racconti di chi non ce la fa a passare sono tutti simili: utilizzo dei manganelli, pestaggi, cani poliziotto lasciati liberi. Nessuno si cura di quello che accade, nonostante le ripetute denunce da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

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Quali prospettive?

Allargare lo sguardo sulla storia e sulla geografia della Balkan route, a un anno dalla sua apertura e (parziale) chiusura ci racconta molto di più di una crisi contingentata di popolazioni in fuga da guerra e miseria. Ci dà un quadro chiaro di una politica europea che non si muove uniformemente e in cui gli Stati (sia membro, che non) utilizzano a proprio piacimento norme e cavilli non condivisi delle leggi di accoglienza e integrazione.

Ripercorrere le decisioni prese in questi mesi dai diversi Paesi ci fa capire l’equilibrio tra le forze in campo, i “dispetti” messi in atto gli uni contro gli altri: in questo momento storico nel vecchio continente non stiamo combattendo una guerra con le armi, ma con le persone.

Esserne consapevoli, informarsi e non sottostare muti al volere dei nostri governi, trincerandoci dietro filo spinato e paura del diverso, è il minimo passo che ogni cittadino con uno spirito democratico e pluralista dovrebbe compiere oggi.

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