Inshallah, Germany

Pubblicato: giugno 1, 2016 in Idomeni, Migranti, Western Balkan Route

Terza volta sulla Western Balkan Route. 7 giorni, 3554 Km da Milano a Policastro e dintorni, e tornare indietro. Centri e Hotspot visitati:
Croazia – Centro temporaneo di transito Slavonski brod. Chiuso e smantellato completamente.
Serbia – Belgrado. Centro richiedenti asilo di Krnjaca pienamente operativo accoglie persone che si fermano qualche giorno e ripartono poi illegalmente per l’Ungheria – Miksaliste sgomberato e abbattuto – Stazione dei bus punto di ritrovo per prendere informazioni e riprendere il viaggio verso l’Ungheria.
Macedonia – Gevgelija. luogo in cui sono intrappolate 140 persone in attesa di capire cosa sarà di loro.
Grecia – Campo informale di Idomeni: sgomberato e smantellato.
Campo informale Hotel Hara: accoglie circa 3000 persone, si trova al margine dell’autostrada, senza nessun presidio fisso, solo unità mobili. Le persone aumentano di giorno in giorno. Pochi bagni, no cucine, condizioni estremamente precarie.
Campo informale pompa di benzina Eko: sino a pochi mesi fa era un punto di passaggio in cui attendere che la frontiera macedone riaprisse a orari determinati il passaggio. Oggi è un campo ben organizzato rispetto a quanto visto mesi fa, che accoglie più di mille persone. Buona presenza di volontari e organizzazioni.
Campo governativo di Nea Kavala, seppure per entrare occorra un permesso, siamo passati da un passaggio sul retro nella recinzione. Campo sovraffollato specialmente dopo il ricollocamento dei profughi sgomberati da Idomeni. Non sono ammessi volontari. Si lamenta scarsità di cibo.

La prima volta, una tappa breve a novembre 2015, all’apertura del campo di Slavonski Brod. Un monitoraggio veloce, per capire la portata della situazione e poter constatare con sollievo che in qualche modo, nonostante migliaia di persone che transitavano ogni giorno per quella stazione nello scalo della raffineria INA, le associazione locali insieme al governo croato e alla croce rossa, riuscivano a gestire un’emergenza che in quelle terre non si vedeva dagli anni ’90, quando i profughi però erano loro.

Il secondo viaggio, a febbraio, con i colleghi e amici di Caritas ambrosiana e le tante Caritas locali, colpite dallo tsunami di richiedenti asilo, migranti, profughi -che comunque li si voglia chiamare sono e restano prima di tutto persone e non volti o numeri su un giornale.
Da quel viaggio ero tornata con più chilometri sulle spalle e una sensazione meno ottimista della prima volta. Era freddo, soffiava un vento balcanico, abbiamo visto centinaia di persone marciare con calzature inadatte verso l’Europa, con l’unico desiderio di lasciare in fretta quelle stazioni di transito che rallentavano il loro cammino. Riconoscenti, sì, per l’aiuto ricevuto lungo la rotta nei tanti hotspot. Dove una zuppa calda, dove del té, dove delle coperte e dei vestiti, ma con la fretta di andarsene, quasi a presagire che da lì a poco quelle frontiere miracolosamente aperte si sarebbero chiuse come una trappola, per chi non aveva lasciato in tempo il confine di uno Stato nel quale nessuno vuole restare.

Il terzo viaggio è stato una corsa contro il tempo, a due mesi dalla chiusura della rotta. Che a ben vedere, come racconta bene Caritas Serbia, non è chiusa, è solo più lenta, più pericolosa e più costosa di prima. Chi ha i soldi per andarsene dalla Grecia o dalla Macedonia, trova ancora un modo per andarsene, il passaggio verso nord costa circa 1500 euro. Per i bambini, un po’ meno. Il transito avviene ancora dal confine serbo-ungherese, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. A proprio rischio e pericolo. Chi viene catturato e respinto, deve ricominciare da capo, avendo perso probabilmente gli ultimi risparmi rimasti.

Ma la meta principale che avevo in mente era Idomeni. La nuova Dachau d’Europa, un campo profughi fatto di tendoni e tendine, che dal 19 marzo ha visto accamparsi sotto la neve, il sole, la pioggia e il fango, tanto fango, circa 14.000 persone.

Idomeni era un così detto campo informale, cioè non in gestione al governo greco, al contrario dei campi in gestione militari che oggi ospitano in maniera inumana le quasi 50.000 persone bloccate in Grecia. Le organizzazioni prima tra tutte MSF hanno fatto il possibile in questi mesi per garantire gli standard minimi di dignità che si possano offrire a 14.000 anime intrappolate nel limbo, costituite in ampio numero da bambini, donne, e uomini senza niente, se non un documento comprovante la propria nazionalità, unica speranza che – in caso di riapertura delle frontiere o di registrazione per il ricollocamento in qualche agognata meta EU – resta a questa gente.

Lo sgombero del campo è stato improvviso, in capo a pochi giorni il governo greco ha comunicato (come altre volte in passato) che da 3 a 10 giorni la grande tendopoli sarebbe  stata evacuata, spostando le persone negli altri centri della Grecia, in particolare al Nord, nella regione di Salonicco.

Lunedì 23 è iniziata l’evacuazione. Soldati in tenuta antisommossa hanno circondato zona per zona il campo, costringendo le persone a lasciare tutto e salire in autobus, tanto avrebbero trovato tutto quello di cui avevano bisogno nelle nuove sistemazioni. Ci sono voluti 4 giorni per far evacuare i 10.000 rimasti a Idomeni, gli altri 4.000 avevano deciso di spostarsi volontariamente nei mesi precedenti. Alcune volte, per tornare indietro. Meglio vivere nel fango, senza acqua e in mezzo ai boschi piuttosto che nei centri dei militari, così hanno detto.

E così ciò che trovo io a 4 giorni dall’inizio dell’evacuazione è una Idomeni deserta e sgomberata, senza persone, dove si percepiva ancora la fretta e la confusione di lasciare il posto, con roba buttata ovunque, stampelle, pupazzi, vestiti, cibo appena cucinato rovesciato in giro. Quaderni dei corsi di lingua inglese e tedesca tenuti da chissà quale volontario, che raccolgo insieme al corano e che mi porto a casa.
Le prime frasi sul quaderno sono I feel pain. I’m hungry. Andando avanti a leggere il quaderno vengo a scoprire che chi ha scritto diligentemente queste poche frasi è un uomo di 3 anni più giovane di me, di Damasco, con una bimba e una moglie. How long have you been here? 50 days. What happened to you? I lost my money.

I più sfortunati sono stati quelli evacuati all’alba del primo giorno. Già a partire da martedì sera alcune persone, capendo la situazione, hanno preferito lasciare Idomeni e partire con le tende e i propri miseri bagagli per accamparsi in altrettanti campi informali, sempre nella zona di Policastro, al confine con la Macedonia.

La paura di rimanere bloccati ancora e chissà per quanto, è ciò che connota il clima generale che si respira tra le persone, che nei diversi posti che visitiamo non fanno altro che chiedere: quando aprono le frontiere? Non chiedono RIAPRONO, ma QUANDO. Ultima speranza rimasta, nonostante la Grecia non stia facendo nulla per offrire protezione internazionale, ma stia consegnando alle persone dei documenti in greco che altro non sono se non un ordine di deportazione sospeso della durata di 6 mesi esclusivamente per i cittadini siriani. Tutti gli altri, fondamentalmente, sono illegali e non avranno alcuna chance di fare richiesta di asilo. La protezione internazionale tanto agognata non si riesce a richiedere perchè nei campi governativi non esistono le strutture preposte e gli uffici a Salonicco sono sottodimensionati e comunque difficili da raggiungere. Altrimenti si potrebbe ricorrere a inoltrare richiesta solo a mezzo skype, in orari limitatissimi. Nessuno è mai riuscito in questi mesi a ottenere informazioni e portare avanti la propria pratica. E così una delle scuse dell’evacuazione di Idomeni è stata proprio quella di “garantire” la possibilità di fare la registrazione e la richiesta di asilo all’interno di campi meglio organizzati, in cui sarà possibile gestire meglio le domande. Tutte baggianate, in piena violazione della convenzione di Ginevra. Le persone non hanno ricevuto informazione, tantomeno in una lingua comprensibile e non hanno potuto presentare domanda di protezione, in quanto palesemente ostacolati dal governo e da una UNHCR che oltre che fare rapporti e dichiarazioni in cui prende le distanze da ciò che sta accadendo non sta facendo niente.

E dunque, quando riaprono le frontiere? Questa domanda me l’hanno fatta in inglese e in arabo, lingua che non parlo, ma che per uno strano destino fatto di empatia e di esperienze con altre persone in condizioni simili negli ultimi vent’anni, mi sono ritrovata a capire in questi pochi giorni passati tra la Grecia e il nulla. Arabic? No, non ti capisco, e ti rispondo in inglese e in italiano e anche in serbo. Non la parlo io la tua lingua, ma capisco quello che vuoi dirmi. Capisco che vuoi sapere quando andrai in Alemania, capisco che mi chiedi quando aprono le borders, capisco che Inshallah Germany è tutto quello che ti è rimasto. So che sei una donna da sola con tanti figli, senza maschi che ti proteggano da qualunque cosa ti possa capitare in questa giungla che si chiama Grecia. So che sei un padre disperato disposto a tutto per mettere in salvo l’unica cosa che ti è rimasta, i tuoi figli e che non sai più da che parte sbattere la testa, perchè ti hanno portato via tutto e la prima cosa che hai perso qua, in Europa da noi e con noi è la dignità.
Lo vedo nei tuoi occhi di bambina afghana che avrai sì e no 4 anni che ti stupisci a vedere che io e te quegli occhi li abbiamo dello stesso colore e mi chiami “sista sista”. Sì sono tua sorella in questo posto di merda, dove c’è solo rovina, tende attaccate una all’altra, vestiti che puzzano, cibo cotto sulle immondizie che bruciano, e sono contenta che non hai dimenticato come si fa a giocare, perchè l’unica cosa che posso fare io per te e con te adesso è farti vivere quello che ti meriti, cioè un’infanzia fatta di sorrisi e giochi e corse, sino a quando non mi riporti alla realtà urlando divertita “smuggler smuggler”. Ma come, non erano guardie e ladri? La tua realtà mi riporta in questo posto terribile, in cui il nemico da cui scappare è un trafficante e qualcuno ti ha insegnato a starne lontana.

L’unica cosa che posso fare io in questi giorni in Grecia è tornare ancora e ancora e ancora una volta al tuo accampamento in mezzo a una piazzola di un albergo e farti giocare con i palloncini, farti un braccialetto con le cannucce e provare a mettere te e i tuoi amici che non so da dove spuntano in fila, un po’ arrabbiandomi perchè fate un casino incredibile, un po’ giocando.
E ridendo coinvolgo le donne e i ragazzi più grandi per aiutarmi a distribuire quei 5000 palloncini che abbiamo comprato per voi in un supermercato macedone la sera prima.

Faccio quello che ho imparato a fare in Slovenia, vent’anni fa nei campi profughi, prima di imparare la lingua di altre persone in fuga. Gioco, faccio la buffona, ascolto una lingua che non conosco ma riesco sempre a metterci un intercalare che in qualche modo ho capito come vada usato, Mashallah, Inshallah, Bismillah, Shukran. 4 parole per raccontarci una vita.

Mi dispiace, non parlo arabo e le frontiere non riapriranno, ma non voglio dirtelo perchè lo sai già, tu e le persone con te. L’unica cosa che posso fare è portarvi un po’ dei catini e dei pupazzi che ho portato via da Idomeni abbandonata, prima che li buttassero via per sempre, spazzati via dalle ruspe. Li lavo a casa di Susanna che è lì da mesi con MSF e che vi conosceva, a voi anime di Idomeni, e ancora oggi non si dà pace, perchè non sa dove siete andati a finire.

Il mio viaggio finisce in un hotel abbandonato, l’ennesima struttura che è stata occupata da un gruppo di rifugiati che da Idomeni si è spostata senza andare in un campo.

Tutto comincia con una partita di pallone, con 4 bambinetti mezzi scalzi, esaltati dal giocare con una persona adulta, straniera e pure femmina a quel gran gioco che è il pallone. Non parlo arabo, nanetti, ma stai attento a quando tiro di sinistro. E così, non posso non pensare al film “Mediterraneo” e a un certo punto mi invitano a salire dove ci sono le tende. Lì faccio la conoscenza con il resto delle famiglie che hanno occupato un piano della palazzina, montando le tende all’interno. Sono donne, con bambini e ragazzini, tutte senza marito (chi morto, chi disperso). La sorpresa me la fa il mio nuovo amico, che ho soprannominato visti i meriti calcistici Messi, dicendomi: cat, cat! E vedo, in una delle tende, mamma gatta con 3 gattini di 15 giorni, nati a Idomeni. Scappata anche lei, all’interno di una gabbietta, che ancora oggi si portano dietro. In salvo dalla Siria, ha ben pensato di viaggiare incinta come hanno fatto le persone, per dar luce ai suoi piccoli in questa miserabile Europa.

Questa storia finisce davanti a un fornello a gas, bevendo un caffè istantaneo. Prima di offrircelo, le donne hanno dovuto parlottare per un bel po’, non so se si vergognavano perchè eravamo seduti per terra a bere una brodaglia in un bicchiere di plastica, o se semplicemente non volevano un’invasione di spazio così forte, ma alla fine siamo rimasti a bere caffè tutti intorno al fornelletto, grandi e piccoli, parlando uno strano arabo inglese, facendo battute, abbracciando i bambinetti e immaginandoci un futuro migliore in Europa, Inshallah.

C’è stato un momento in cui, con quella che ho riconosciuto essere una giovane donna straordinaria e della quale ahimé non ho imparato il nome, eravamo quasi arrivate a fare la pazzia di “trafugare” il suo figlio più piccolo in Italia. E’ stato un attimo, una battuta. Ma ci siamo guardate e per un attimo era reale.

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40 anni

Pubblicato: marzo 24, 2016 in Uncategorized
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Resterà una data storica, quella di oggi, per la giustizia internazionale, per la Bosnia Erzegovina, per noi tutti?

Il Tribunale Penale internazionale per i crimini in ex Jugoslavia si è pronunciato nel pomeriggio contro uno dei principali responsabili della guerra del 92-95 in Bosnia, l’allora Presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadzic.

Personaggio folkloristico, dal ciuffo ribelle, l’occhio spiritato, quando è stato catturato nel Luglio 2008 Il dottor Dragan Dabicdopo 12 anni di clandestinità e fughe, lo hanno ritrovato travestito da guru, una specie di santone barbuto e dai capelli lunghissimi, che si professava esperto di cure naturali e rimedi per la sterilità.

Nel suo cv: psichiatra, poeta, politico… e pianificatore di sterminio di massa.

Infatti già nell’ottobre 1991, quando ancora Vukovar in Croazia non era stata del tutto rasa al suolo e quando ancora le fosse comuni in Europa erano un ricordo del ’45, pronunciava in parlamento a Sarajevo la seguente frase: Ovo nije dobro što vi radite. Ovo je put na koji vi želite da izvedete Bosnu i Hercegovinu ista ona autostrada pakla i stradanja kojom su pošle Slovenija i Hrvatska. Nemojte da mislite da nećete odvesti Bosnu i Hercegovinu u pakao a muslimanski narod možda u nestanak jer muslimanski narod ne može da se odbrani ako bude rat ovde.

Cioè: “Non è una cosa buona quella che state facendo (rivolto ai bosgnacchi, che stavano pensando al referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia, messo in atto nel 1992). La strada sulla quale volete condurre la BiH è la stessa autostrada d’inferno e violenza in cui sono finite Slovenia e Croazia. Non pensate che non condurrete la BiH all’inferno e il popolo musulmano all’estinzione, perchè il popolo musulmano non potrà difendersi, se qui scoppierà la guerra”.

Un pacifista nell’animo, sin dall’inizio. Del resto  frequentare gentaglia in galera negli anni ’80 per piccole truffe, avrà avuto qualche influenza. I suoi intrallazzi con gli amici della Energoinvest e la casetta di montagna costruita a Pale con la sottrazione di fondi per progetti agricoli, gli avevano permesso in quella fase di transizione conseguente la morte di Tito (e pianificazione della dissoluzione della Jugo) di entrare nell’entourage dei serbi di Belgrado. In particolare il gran burattinaio Dobrica Cosic, uno dei maestri della propaganda filo-serba, lo sceglie come uomo chiave del nuovo Partito Democratico Serbo fondato a Sarajevo nel 1989.

Dalla primavera del 1992, con l’indipendenza della BiH, Karadzic insieme al suo capo Slobodan Milosevic (da Belgrado) e il suo macellaio Ratko Mladic, diventano nomi ricorrenti nei fatti di cronaca. Villaggi bruciati, stupri di guerra, campi di concentramento, riportano tutti le loro firme, fino all’epilogo dell’orrore che si raggiunge nel 1995, a Luglio, nella piccola cittadina di Srebrenica, Bosnia orientale. Quasi 8.000 ragazzi, uomini, anziani deportati, uccisi e seppelliti in fosse comuni nel giro di tre giorni.
Il genocidio avviene su ordine della direzione della Repubblica Serba di Bosnia. Mladic e i suoi fanatici assassini sono gli l’esecutori. Il mandante è lo psichiatra poeta.

Karadzic e Mladic

Finita la guerra, da fine conoscitore della mente umana il nostro capisce che non tutti gli vogliono così tanto bene, e si defila quatto quatto…puff.
Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia lo accusa di crimini di guerra, di aver tenuto le forze internazionali delle UN in ostaggio facendo far loro da scudi umani, di aver organizzato e ordinato il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. L’Interpol emette dal 1996 un mandato di ricerca per crimini contro l’umanità, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra commessi contro non-serbi nel suo ruolo di Comandante Supremo delle forze armate serbo-bosniache e Presidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Repubblica Srpska.

Per dodici anni – ad ogni modo – di Karadzic si continua a parlare, ogni tanto viene anche avvistato in giro nonostante la latitanza (anche allo stadio in Italia, o a Venezia, così bella), si cerca anche (forse) di catturarlo – ma ahimè la Nato così come Napoleone, non riesce ad affrontare la neve e l’inverno balcanico, quindi il nostro riesce sempre a farla franca. La sua famiglia gli chiede di arrendersi, ma lui niente, testone come solo un montenegrino sa essere, preferisce studiare la modalità di velocizzare gli spermatozoi piuttosto che finire al gabbio.

Le sue protezioni politiche però a un certo punto scemano e il nostro – volente o nolente – viene arrestato a Belgrado in una casa di periferia. I vicini del Dottor Dabic dicono tutti: era una persona così educata, salutava sempre.

Viene trasferito all’Aja e comincia il processo. 11 i capi d’accusa su cui sentenziare.

Alle 16 e 20 di oggi, il giudice O-Gon Kwon (che ha letto per due ore e venti di seguito le accuse, bevendo ettolitri di thè) chiede all’imputato presente in aula che si alzi per snocciolargli il rosario.

Accusa 1: Genocidio. In particolare si fa riferimento al progetto di pulizia etnica di 7 municipalità: Bratunac, Foča, Ključ, Kotor Varoš, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Ritenuto non processabile su questo capo nel 2012 per mancanza di prove, l’accusa viene reintrodotta in Appello nel Luglio 2013, proprio l’11 del mese. Oggi, 24 marzo 2016 viene riconfermata l’insufficienza di prove e il collegio dei giudici si “limita” a riconoscere i reati di crimini contro l’umanità, omicidio e persecuzione.

Accusa 2: Genocidio, legato all’eccidio di Srebrenica. Sentenza: Colpevole

Accusa 3: Persecuzione per motivi razziali, religiosi ed etnici (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 4: Sterminio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 5: Omicidio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 6: Omicidio (violazione delle leggi e costumi di guerra). Colpevole

Accusa 7: Deportazione (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 8: Atti inumani e trasferimento forzato (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 9: Atti di violenza con lo scopo di diffondere il terrore nei confronti della popolazione civile, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 10: Attacco illegittimo verso i civili, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 11: Presa di ostaggi, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Qui dentro, in questi 11 capi d’accusa, ci sono le 11.541 vittime di Sarajevo e i suoi assediati, i 284 caschi blu dell’Onu presi come ostaggi, le 8.372 vittime di Srebrenica, le almeno 10.000 donne stuprate che ancora stanno in silenzio, le case incendiate, le persone arse vive, le fosse comuni, le torture, le deportazioni, i luoghi religiosi e culturali rasi al suolo, le umiliazioni, i furti, le dita tagliate, le teste mozzate, i corpi smembrati.

La pena da scontare, in termini di anni di detenzione, è un numero rotondo, poco impressionante. Mr Karadzic lei ha vinto una gita premio in una galera nemmeno troppo terribile per una durata di 40 anni per aver solamente cercato di sterminare un popolo, ma visto che 8 li ha già fatti, gliene mancano pochi, si consoli. Poi tra buona condotta, età e motivi di salute vedrà che tornerà presto a godersi la buona aria di Pale e delle montagne della Jahorina.

Il processo, iniziato il 26 ottobre 2009 è durato 498 giorni, durante i quali sono state esibiti 11,500 tra reperti e prove d’accusa. 586 testimoni, di cui  337 sono stati chiamati dalla Procura, 248 dalla difesa e 1 dalla Camera di primo grado.

E? E niente, finisce qui, anzi no, perchè ovviamente ci sarà l’appello.

Io resto con il solito sapore amaro in bocca, quando si ha a che fare coi fatti di giustizia. La stessa sensazione, mista a incazzatura e delusione che provano i miei amici in giro per i Balcani. Un po’ di incredulità, un po’ di indignazione, un po’ di sensazione di alleggerimento, in ogni caso,  perchè al di là di tutto, (anche) questo processo è finito e un criminale è stato riconosciuto colpevole.

Sul conteggio degli anni vengono fatti calcoli che esulano dalla mia capacità di comprensione, non sono un giudice, e mi faccio forza sperando che si vada avanti con il processo di giustizia, l’unico vero modo per avere riconciliazione così necessaria ancora, in questi luoghi.

Del resto, ma come lo misuri un Genocidio? Cioè, cosa c’è di più terribile e quale pena va comminata a uno sterminatore di massa? Ergastolo? Condanna a morte? Gli han dato di galera più degli anni che in linea teorica potrebbe vivere. E’ una pena sufficiente? E’ una pena giusta? Di certo vi è che è una pena. In tutti i sensi. Per lui a cui è stata comminata, e per chi l’ha vissuta, la pena, l’ansia, la sofferenza in tutti questi anni.

Può essere una ripartenza? Questa è la domanda. Questa la speranza.

161 processi (149 quelli conclusi) sono un niente, comparati all’enormità dei fatti criminosi accaduti alle porte di casa nostra, ed è evidente che il mondo ancora una volta ha fallito o quantomeno ha perso un’occasione.

Speriamo non ce ne debbano essere altre, nella storia dell’umanità.

Qui la pagina del Tribunale penale: http://www.icty.org/en/press/tribunal-convicts-radovan-karadzic-for-crimes-in-bosnia-and-herzegovina

 

 

Al rientro dalla mia long experience in Bosnia, ho cominciato a trattare questo blog non più come un aggiornamento costante dal campo, ma come lo svuotatoio dei pensieri di Albus Silente. Quando mi capita di andare nei Balcani per motivi non ordinari e vivere e vedere determinate situazioni, la terra dei cevapi è sempre pronta a farmi mettere ordine in testa.

E così la scorsa settimana insieme agli amici e colleghi di Caritas abbiamo percorso al contrario una parte della Western Balkan Route. Quasi 3800 Km in 6 giorni, per cercare di capire e documentare quello che sta accadendo nel nostro continente da quest’estate ad oggi e poter raccogliere i bisogni di chi opera lungo questa rotta, cercando ogni giorno di aiutare decine di migliaia di persone in fuga da guerra, disperazione, fame.

Un viaggio fatto per tornare sapendo cosa chiedere. Ma sopratutto cosa chiedersi.

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– Diamo i numeri –

In estrema sintesi – e non per banalizzare – succede che ci sono delle guerre e delle crisi nel mondo che spingono milioni di persone a cercare di vivere una vita normale mollando TUTTO e cercando di salvarsi, rischiando la vita attraversando montagne, affidandosi a criminali, pagando per attraversare sui gommoni il mare e di nuovo attraversare a piedi altre strade. Il sogno si chiama Europa. Spesso, si chiama Germany.

Where do you want to go? Germany.
A volte, Sweden.

Nel 2015 (dati Eurostat) 476.620 persone hanno fatto domanda di asilo in Germania. 162.550 in Svezia. Da noi 84.085 persone.
Ma chi sono, perché fuggono queste persone? Da dove sono arrivati nel 2015 – (dati IOM) – più di un milione di persone? Da dove venivano quei 3.771 morti nel Mediterraneo durante il viaggio? Da dove arrivavano quei 10mila minori non accompagnati SCOMPARSI lungo la balkan route?

Negli ultimi sei anni sono scoppiati o si sono riattivati almeno 16 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); quattro in Medio Oriente (Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Là dove non ci sono i conflitti, ci sono le crisi economiche, la povertà, le malattie. Il nulla.

Tutto questo sta generando uno spostamento di popolazione che vede coinvolte circa 42.000 persone al giorno costrette a lasciare la propria casa, con numeri che hanno superato i 60 milioni di persone nello scorso anno (dati UNHCR). Sempre meno persone riescono a tornare a casa, la maggior parte trova accoglienza  nei paesi dell’Africa subsahariana (4,1 milioni di persone), in Asia e Pacifico (3,8 milioni), in Europa (3,5 milioni), in Medio Oriente e Nordafrica (3 milioni) e nelle Americhe (753mila).

E così sino allo scorso anno eravamo abituati a vedere le scene dei migranti che sbarcavano sulle nostre coste a bordo delle “carrette del mare”. Barconi che dalla Libia puntavano la vicina Lampedusa. Naufragi e disperazione, in mano ai trafficanti di uomini. Ci indignavamo, ma non abbiamo mai fatto molto per capirne di più.

Si trattava, ahinoi, solo della punta dell’iceberg.

Infatti, nel 2015 sono arrivate in Europa 1.000.573 di persone. Di queste l’80% è arrivato dalla Grecia, in particolare attraccando sull’isola di Lesbo, partendo dalla Turchia.
Gli altri, circa 150,000, hanno attraversato il Mediterraneo sui più noti barconi per Lampedusa, partendo dalla Libia.

E’ così che nell’estate 2015 si è aperta la Western Balkan Route. In particolare alimentata dal flusso di milioni di Siriani in fuga dal loro paese che spingono alla frontiera turca, per raggiungere il mare e l’Europa.

Di chi si avventura lungo questa rotta il gruppo più numeroso è quello dei siriani (49%) seguito da Afgani e Iracheni (le uniche 3 provenienze che dall’autunno 2015 hanno diritto di proseguire lungo la Balkan route, gli altri invece vengono respinti e fermati in particolare tra Serbia e Macedonia dove possono o fare domanda di asilo, o venire espulsi. Spesso queste persone cercano altre vie pericolose e illegali per andare avanti nel viaggio).

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– La loro Western Balkan Route –

Il percorso parte dalle isole Greche (in particolare Lesbo e Kos) situate a pochissimi chilometri dalla Turchia da dove trafficanti della peggior specie vendono giubbotti salvagente (sui quali è nato il business della falsificazione, per cui molte persone in caso di ribaltamento del gommone annegano perché i giubbetti non sono omologati) e passaggi su imbarcazioni più o meno sicure. Il viaggio dalla Turchia costa a partire dai 1.000 euro a persona sui gommoni gonfiabili e sale di prezzo per gli scafi rigidi con motore. E’ qui a Bodrum, sulla costa turca, che a settembre 2015 è stato trovato il corpo del piccole Aylan, il bimbo siriano di 3 anni annegato con suo fratello e sua madre, la cui foto ha fatto il giro del mondo.

Col passare dei mesi e l’ingrandirsi dell’esodo si è via via consolidata una rete sempre più strutturata che, da una parte offre sostegno e accoglienza, dall’altra permette ai diversi Stati di registrare e identificare le persone. Sono i così detti Hot Spot, che funzionano secondo la logica dei vasi comunicanti. Quando un entry point è pieno, i migranti restano bloccati negli exit point e via giù a cascata. In base ai numeri e alla velocità delle registrazioni e dei transiti, ma soprattutto in base ai numeri di accoglienza nei diversi Stati o fattori imprevedibili come lo sciopero dei taxisti macedoni, la catena può essere molto veloce, oppure incepparsi.

A capo dei diversi centri sta normalmente l’UNHCR con i governi locali e i relativi ministeri (interni, immigrazione etc) che coordinano e a volte subappaltano ad altre organizzazioni le diverse mansioni, in primis occupandosi di progettare e montare le strutture (tende, bagni, container abitativi) e poi nel colorato mondo degli interventisti umanitari c’è chi si occupa di distribuzione di cibo (normalmente lunch packet e pochissimo cibo caldo), chi distribuisce coperte e mantelle antipioggia, chi vestiti e scarpe (di solito frutto di donazioni), chi  si occupa di fornire informazioni multilingue, chi allestisce le zone wifi e carica cellulari, chi offre assistenza medica, chi si occupa di animazione per i bambini e gestire spazi protetti mamma-bambini etc, etc, etc

Ci sono tutti negli hot spot, dalle grandi organizzazioni, ai semplici gruppi di volontari. Per poter entrare e fare attività o anche solo fare delle visite, è necessario ottenere dalla polizia un permesso che può richiedere una delle organizzazioni accreditata a operare nei campi.

Paralleli ai servizi umanitari ci sono le funzioni di registrazione in entrata e (non sempre) in uscita gestiti dalle polizie dei singoli Stati, che le comunicano all’UE.

Ogni paese ha dunque un entry point e un exit point che, in forma meglio o peggio organizzata, arriva a registrare anche 5-6 mila persone al giorno. Terminata la registrazione in un entry point, le persone possono stare alcune ore al campo per scaldarsi, rifocillarsi, aspettare parenti rimasti indietro e ricaricare i cellulari e tenere i contatti tramite wifi, dopodichè ripartire. Più le persone sono lontane dal loro sogno, quindi in Grecia e Macedonia, meno tempo tendono a stare nei centri di transito, per la paura di restare bloccate.

Il modo per spostarsi da uno spot all’altro cambia in base al paese e avviene via traghetto, autobus, taxi e treno. I prezzi sono uniformati e, in caso di compagnie private, sono stati fatti appalti o accordi tra gli Stati e le compagnie stesse che offrono il sevizio. Naturalmente, ci sono anche trafficanti e passeur che non offrono garanzie e il cui costo è sempre elevato, che approfittano della situazione e della disperazione delle persone, in particolare dei non SIA (Siracheni, Iracheni, Afgani) che sono gli unici che hanno diritto a percorrere la rotta “ufficiale” e richiedere asilo in altri paesi EU. Gli altri (in particolare maghrebini, eritrei, pakistani) arrivano normalmente lungo la rotta fino alla Macedonia o alla Serbia e da qui – una volta respinti – portati nel campo per richiedenti asilo in Serbia, situato a Belgrado. Il numero dei richiedenti asilo in Serbia ovviamente è irrisorio, i migranti si spostano dalla periferia sino al Miksalište (un centro aiuti ai migranti nato dietro la stazione dei bus e gestito in toto dalle organizzazioni di volontariato in cui polizia e altri operatori non entrano) e raccolte le informazioni necessarie e trovati i contatti giusti ripartono, a questo punto scomparendo dai flussi registrati.

Dalle isole Greche i migranti raggiungono Atene via traghetto, ognuno pagando il proprio biglietto. Il costo varia in base al servizio che si sceglie (passaggio ponte, cabina) e alla compagnia che offre il servizio e parte da un minimo di 44 a un massimo di 72 euro a persona.

Ad Atene terminata la registrazione si parte via autobus per Idomeni (exit point). In questo caso il costo del tragitto è di circa 30, 35 euro. Può capitare che Idomeni sia chiuso perché il campo è sovraffollato. In questo caso i malcapitati dovranno aspettare presso l’autogrill Eko sull’autostrada, all’altezza di Polikastro. Qui non esiste un campo organizzato, i bus stanno fermi per giorni fino a che Idomeni non si svuota. Le persone (negli ultimi giorni 3 – 4.000) aspettano di partire, dormendo in tendine da campeggio, senza cibo caldo e senza bagni a sufficienza. Nell’area non sono state montate tende riscaldate, container e si conta una bassissima percentuale di organizzazioni, proprio vista l’imprevedibilità della situazione.

Dal campo di Idomeni i migranti a piedi superano il confine – che sia giorno, che sia notte, che sia freddo, che sia caldo e arrivano a Gevgelija (Macedonia). Qui ripartono praticamente subito o con il treno o con i taxi. Il prezzo per arrivare a Tabanovce è di 25 euro a persona. E’ qui che gli autisti macedoni hanno protestato fortemente bloccando i passaggi dei treni, che a loro dire toglievano loro lavoro. Il governo ha dovuto trattare per far passare almeno un treno al giorno, mentre per il resto del tempo sono i taxi ad accompagnare le persone.

Problema: considerato lo stipendio medio macedone di circa 250 euro al mese, quanti soldi in più guadagna al mese un tassista che in un giorno fa in media due viaggi con a bordo 4 persone, visto il costo del carburante che non supera l’euro al litro?

Raggiunta Gevgelija i migranti superano il confine e percorrono 4 Km a piedi lungo un sentiero parallelo alla ferrovia per raggiungere prima Miratovac (dove si trova il RAP – Refugee Assistance Point) e quindi Preševo, in Serbia. Al pari del centro d’entrata, anche il centro di uscita macedone è caotico e la gente recupera in fretta qualche vestito, qualche panino e si incammina in fretta verso la Serbia. Di là della frontiera, percorsi i sentieri a piedi nel fango, la situazione si fa più tranquilla. Il centro a Preševo è veramente ben attrezzato, salvo le lunghe attese per il security check (che avvengono sotto una pensilina all’aperto), si accede a larghi tendoni riscaldati e servizi igienici decenti. Inoltre ci sono moltissime organizzazioni presenti. Terminata la registrazione i migranti hanno 72 ore per lasciare la Serbia o chiedere asilo e si incamminano con i bus verso il nord del Paese, prima fermandosi nell’autogrill lungo l’autostrada ad Adaševci dove hanno allestito un centro del commissariato serbo per i rifugiati e un centro di accoglienza (nulla a che vedere con l’autogrill greco di Policastro) e quindi proseguendo per la stazione dei treni di Šid. Il costo del percorso dal sud al nord della Serbia in autobus è di 35 € a persona.

Da Šid si parte via treno per Slavonski Brod. Qui nuovamente vengono fatte le procedure di controllo, l’identificazione e la registrazione (che permette di stare in Croazia sino a 7 giorni) e dopo un’attesa che normalmente durava circa 5 ore (ma che si sta via via prolungando fino a 24, 48 ore in questi giorni) il treno parte per Dobova in Slovenia. Le spese di trasporto sono – per la prima volta – gratuite per i migranti. E’ l’Unione Europea che infatti sta coprendo le spese di accoglienza e trasporto all’interno di questi paesi.

Partiti da Brod si raggiunge in circa 4 ore il centro di transito di Dobova, in Slovenia. Da qui nuovamente senza pagare, si parte per l’Austria, verso due punti di confine: Šentilj-Spielfeld o Jesenice-Rosenbach.

Ed è qui che finisce la Balkan Route e si apre la possibilità di ricominciare una nuova vita per i migranti. Sempre che i governi europei trovino degli accordi per la distribuzione dei richiedenti asilo e rifugiati, sempre che le espulsioni e i respingimenti non si facciano ancor più frequenti, sempre che la Turchia faccia la sua parte nell’accogliere all’interno delle sue frontiere le decine di migliaia di persone che cercano riparo…
Sempre che l’Europa faccia la sua parte, sempre che noi facciamo la nostra parte.

Ma come diceva proprio oggi Papa Francesco in Piazza: si deve trovare una soluzione politica per questo povero paese (rif. Siria).

– La mia Western Balkan Route –

Ero stata a novembre 2015 presso il campo di transito di Slavonski Brod, in Croazia orientale, aperto a inizio mese. Ero rimasta positivamente colpita dal grado di efficienza di questo posto, dagli operatori che ci lavorano e dal buon clima tra polizia, volontari, operatori umanitari. In questo viaggio che si è spinto più in là ho capito che Slavonski Brod è probabilmente vissuta come la fine del viaggio, il posto in cui anche i rifugiati e migranti tirano un sospiro dopo giornate se non mesi ad affrontare l’ignoto.

Le folle di persone che spingono e urlano e non si fermano che ho incontrato a Gevgelija, al confine macedone-greco, che ho rivisto a Preševo, al confine serbo-macedone, avevano lo sguardo allucinato, la paura e il caos negli occhi. Paura di rimanere nella terra di nessuno, forse. Paura di essere respinti, forse. Paura di non arrivare in tempo in Europa, prima che l’Europa chiuda tutti i suoi confini. E quindi spingevano, camminavano, volevano andarsene da quei campi, in mezzo al nulla, vicino alle ferrovie. E poi, a Brod gli stessi visi, gli stessi abiti donati dalle organizzazioni e dai cittadini, ma la faccia distesa. Persone sedute su un treno in attesa del fischio che li porterà in Austria, finalmente. La fine del viaggio.

Il nostro percorso in auto durato solo 6 giorni ha fatto tappe a Dobova, Slavonski Brod, Šid e Adaševci, Belgrado, Preševo, Tabanovce, Gevgelija e Idomeni, Policastro. Saremmo andati giù giù giù fino ad Atene e poi Lesbo e la Turchia e Aleppo alla fine, se non fosse che a un certo punto uno si deve fermare. Lo stesso percorso che noi abbiamo fatto in pochi giorni dura a volte venti, trenta giorni, a volte mesi.

Dipende.

Da cosa? Dai soldi che si hanno, dai contatti con i trafficanti, dalla possibilità di avere notizie di chi è già oltre e ha superato le tappe e comunica con whatsapp e nei gruppi facebook per raccontare difficoltà e trucchi da seguire, dal clima, dalle frontiere aperte o chiuse, dagli scioperi di chi cerca di trarre profitto dalla situazione bloccando le strade, dal riuscire a rimanere uniti ai propri parenti o doverli aspettare di tappa in tappa, dall’essere ricacciati e poi riprovarci.

Insomma, dipende.

Così come dipende il grado di efficienza e l’organizzazione nei diversi „centri di transito“ come vengono chiamati. Infatti ufficialmente nessuno ha definito i numerosi e sempre più attrezzati spazi che si vanno costruendo sulla Balkan Route come „centri di accoglienza“. Bisogna anzi stare attenti a come si parla coi diversi interlocutori. Centri di transito. Il problema non sarà permanente, ufficialmente. Ufficialmente queste persone non si fermeranno in questi paesi.

Ossia: nessun governo dei paesi balcanici sta dicendo al suo popolo che c’è un (probabile?) accordo con l’UE (moneta di scambio?) per tenere i profughi  sul proprio suolo.

Ma in verità i posti letti aumentano. Come mai a Slavonski Brod che è solo luogo di registrazione e partenza ci sono 10.000 letti e si sta pensando a farli diventare 15.000? Perché la stessa cosa accade a Preševo? Che progetto c’è nel risanare un vecchio stabilimento a Šid per metterci migliaia di brandine?

Ad ogni modo, finchè non si gioca a carte scoperte, il viaggio è stato una discesa agli inferi, via via che cambiavamo Stato e andavamo verso sud, ovvero verso l’origine della rotta, via via la situazione diventava più caotica, confusa e spaventosa. Nessuna scena orrenda, ma una tensione percepibile nelle persone, la paura di non arrivare (arrivare poi dove, mi chiedo io).

A Brod file ordinate e poche centinaia di persone sedute sul treno, scendendo più giù, fino a Policastro, gente a piedi nel fango, centinaia di bambini, fantasmi avvolti nelle coperte grigie degli aiuti umanitari. Persone costrette ad aspettare 3 o 4 giorni lungo l’autostrada, senza bagni, senza cibo, dormendo nei bus o nelle tendine da campeggio della Decatlon, con il vento che ti butta addosso aria gelata. L’unica cosa positiva per ora è che quest’inverno a differenza dei soliti inverni balcanici, è più mite del normale.

Migliaia di persone lungo la spina dorsale dei Balcani, il tutto sapendo che in Grecia ci sono già altre decine di migliaia sbarcate e altre decine di migliaia pronte al confine turco.

Numeri che fanno impressione, ma che non significano nulla per chi li legge e per chi ne fa statistiche.

– Le persone, non i numeri –

Noi abbiamo parlato con alcuni di loro, abbiamo sorriso ad alcuni bambini, bevuto il té con loro, semplicemente ci siamo scambiati uno sguardo, con un malcelato ottimismo abbiamo augurato loro buona fortuna, buona strada verso la Germania Inshallah!

Abbiamo incontrato persone determinate, spaventate, pronte a tutto, pur di andare via dal loro Paese, con la sofferenza di lasciarsi tutto e tutti alle spalle, ma senza nessuna alternativa. Centinaia di padri e madri che tenevano stretti i loro bimbi più piccoli, mentre quelli che sanno camminare corrono per non perdersi.

Ecco chi sono questi terroristi e criminali pronti a venire in Europa e sterminarci. Orde di bambini vestiti in modo buffo, con giacche di 3 taglie più grandi, uomini con la barba lunga sfatta da giorni e donne non truccate e non pettinate, che chiedono educatamente ai poliziotti di poter andare in bagno lasciando la fila.

Colpevoli solo di essere nati dalla parte sbagliata del mondo.

 

 

Sarajevo a Immagimondo Lecco

Pubblicato: settembre 8, 2015 in Uncategorized

Insomma, domenica 20 settembre finirò a Lecco a raccontare di Sarajevo (e non solo), attraverso le immagini di Lara Ciarabellini, che ha “sonnambulato” per i Balcani scattando queste foto scandite in diversi archi temporali (http://www.laraciarabellini.com/somnambulism/)

Un bel progetto artistico che ha vinto anche alcuni premi e che presenteremo insieme a Immagimondo, un festival di culture, più che culturale, organizzato da Les Cultures.

Oltre a me e Lara, ci sono un sacco di belle altre persone e momenti, per cui, senza troppe scuse, fatevi un giro nel lecchese, alla 18° edizione del festival, ne val la pena!

Qui maggiori info e il programma 🙂

http://www.immagimondo.it/

immagimondo

 

PUBBLICATO SU: nellaterradeicevapi.wordpress.com www.lenius.it www.cafebabel.it www.ipsia-acli.it

Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole (Qo 3,1)

Che la tensione in occasione della commemorazione del ventennale dell’eccidio di Srebrenica fosse alta lo si era capito quando, tre giorni prima dell’11 Luglio, la Russia ha posto il veto alla bozza di risoluzione proposta dai britannici al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si afferma “acceptance of the tragic events at Srebrenica as genocide is a prerequisite for reconciliation”. In particolare l’ambasciatore russo Vitaly ha dichiarato a motivo del veto che la bozza “non era costruttiva, ma provocatoria e motivata politicamente”.

Questo avveniva 3 giorni dopo che il domenicale britannico Observer pubblicava un reportage basato su ricerche e documenti segreti declassificati in cui emerge una responsabilità documentata dei governi occidentali (in particolare Francia, USA, Gran Bretagna) consapevoli che per metter fine alla guerra in Bosnia Erzegovina l’unica era sacrificare le zone protette create nel 1993 dall’Onu stessa (risoluzione 819), supportando in un certo senso la “direttiva 7” firmata dal presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić. Questa direttiva in sintesi ordinava la “rimozione permanente” dei musulmani bosniaci dalle aree sicure protette dall’Onu.

Le tensioni non erano mancate nemmeno nel periodo precedente, quandoTomislav Nikolić, il Presidente della Serbia, aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione se il Presidente bosniaco-musulmano Bakir Izetbegović (figlio di Alija, primo presidente dell’indipendente Bosnia Erzegovina nel 1992) non avesse a sua volta commemorato i caduti serbi della regione.

La presenza della Serbia verrà però garantita dal Primo Ministro, Aleksandar Vučić, che – solo dopo che la Russia pone il veto alla risoluzione – si dichiara pronto a recarsi alla commemorazione per rendere omaggio alle vittime della violenza (la parola genocidio, però no, non si usa). Quel Vučić che chiede la “benedizione” per la sua presenza al Sindaco di Srebrenica e alle madri di Srebrenica. La stessa persona che in un suo discorso al parlamento serbo il 20 luglio del 1995 disse: “Voi uccidete un serbo e noi uccideremo cento musulmani”.

A far capire che di Srebrenica e delle vittime si sarebbe parlato molto poco in questi giorni, e che invece largo spazio si sarebbe dato alle polemiche e alle accuse, era stato ancora prima l’arresto a Berna di Naser Orić, ex comandante della difesa di Srebrenica durante la guerra 1992–95.

Orić, eroe nazionale per i bosgnacchi e criminale di guerra per i serbi, era stato fermato per via di un mandato di cattura internazionale richiesto nel febbraio 2014 da Belgrado ed eseguito a Berna durante una visita ufficiale dell’ex comandante. La Svizzera ha estradato Orić in Bosnia Erzegovina il 26 giugno, ma la richiesta ancora in vigore della Serbia è quella di sottoporlo a processo per i crimini commessi nei confronti di civili serbi nel villaggio di Zalazje.

La leggerezza di una costola

In questo clima politicamente teso, l’organizzazione della commemorazione è andata comunque avanti secondo lo schema classico che si segue dal 2003, anno in cui è stato inaugurato ufficialmente da Bill Clinton il complesso Memoriale di Srebrenica-Potočari.

Ogni anno da allora, mano a mano che vengono aperte le fosse comuni, riesumati i resti (parziali), identificate le vittime attraverso gli esami del DNA, le famiglie si riuniscono al cimitero l’11 luglio, per seppellire ciò che resta dei loro cari.

La leggerezza con cui passano sopra le teste dei partecipanti i tabut, le bare in cui sono seppelliti i caduti del genocidio di Srebrenica, rende evidente che all’interno di queste casse di legno ricoperte da un telo verde, non ci siano altro che poche ossa asciugate dal tempo. Mi raccontava Ado che di suo zio avrebbero sepolto solamente una costola quest’anno, ma che almeno avrebbero avuto finalmente un luogo su cui pregare e un nome scolpito su una lapide individuale, non più solo l’iscrizione nella lista dei caduti e dispersi del Genocidio.

Dare dignità ai propri morti, dovrebbe essere la parola che contraddistingue queste giornate. Dostojanstvo. Ripetuta per tutta la giornata dell’11. Dignità. Quella dignità violata nell’omicidio brutale di 8372 maschi. Adulti, giovani, anziani. Torturati, malmenati, giustiziati e sepolti, dissepolti con i bulldozer, di nuovo sepolti a pezzi in massa e infine, ma ancora non tutti, dissepolti e inumati insieme ad altre centinaia nel cimitero di Potočari.

Sono poche le persone che decidono di dare sepoltura ai propri caduti in altri luoghi, è come se questo processo sia di massa in tutto il suo svolgimento. Assedio di una massa di persone, 30.000, che vivono nella zona protetta cittadina bombardata e affamata per quasi 3 anni. Una massa di persone che sotto le bombe e i colpi dei fucili scappa per cercare protezione nella base delle Nazioni Unite o che tenta la via della salvezza attraverso i boschi. Una massa di uomini che viene separata dalle proprie madri, mogli, sorelle, figlie e portata sotto gli occhi dei loro protettori nei camion, da cui scenderanno per essere fucilati in massa. Per finire in una fossa comune. E infine, ottenere un funerale di massa. Collettivo.

Il rito dell’11 Luglio prevede una parte iniziale di discorsi dei politici che ogni anno prendono parte alla commemorazione. Sono anni che si ascoltano le stesse parole. Alcuni parlano in inglese, altri in bosniaco, ma alle decine di migliaia di persone che partecipano queste cose non interessano. La massa che è arrivata da tutta la Bosnia e da tutto il mondo si muove, dal centro di Potočari – dove lungo la strada aprono baracchini provvisori che vendono bibite, ćevapčići e janjetina – al Dutchbat compound, avanti e indietro.

Quando finiscono le dichiarazioni dei politici, quando questi depongono i fiori e prendono posto in tribuna, allora il fiume di persone rientra nel cimitero e guidato dalle voci del Reis-ul-Ulema, il leader spirituale della comunità islamica in Bosnia Erzegovina, si inchina e si rialza secondo i ritmi dettati dalla preghiera, invocando la pace per i propri morti e la pietà di Allah.

Gli unici che restano in piedi sono i fotografi e gli stranieri presenti.

Terminata l’orazione (dženaza-namaz) a cui in via del tutto eccezionalepartecipano le donne (per la religione islamica la loro presenza durante il rito funebre è vietata) vengono letti i nomi delle vittime che verranno seppellite (quest’anno saranno 136: il più giovane aveva 15 anni, il più anziano 75) per trovare posto insieme alla altre 6.241 che già riposano nel cimitero.

tabut passano velocemente sopra le teste dei partecipanti e soltanto allora i parenti possono avere un momento (relativamente) privato con i loro cari, occupandosi della copertura con la terra delle bare nelle fosse già scavate, pronte da giorni ad accogliere questi miseri resti.

Le vanghe stanno ancora colpendo il terreno che il fiume di persone che si era fermato è già in movimento, finita la preghiera alcuni tornano a mangiare e a bere, ma molti si dirigono ai parcheggi, verso i bus, le auto e cercano di far ritorno a casa, bloccandosi per ore in una colonna che nemmeno sull’Autosole il primo week end di agosto potrebbe essere più soffocante. Due ore di media per fare meno di 12 chilometri, fino al semaforo di Bratunac. Con la polizia serba che non muove un dito per facilitare le manovre degli autisti.

La spettacolarizzazione del dolore

Quello che mi chiedo è se non avrebbe più senso per queste persone e per le loro vittime avere una cerimonia privata, una funzione religiosa e un momento in cui da soli possano stare con i loro morti senza i flash dei fotografi o la presenza di politici pronti a rubare la scena.

Ma già dal giorno prima (e da quanto seguito nei giornali locali in precedenza) capisco che il gioco della parti prevede tutto questo.

La Marš Mira, marcia della pace, è il contraltare della Marć Smrti del 1995, la marcia della morte che oltre 10.000 uomini in fuga da Srebrenica fecero sotto i colpi dell’esercito serbo-bosniaco che dava loro la caccia attraverso cento chilometri tra boschi e campi minati, nel tentativo di raggiungere il territorio di Tuzla, in mano dell’Armija BiH.

Una manifestazione iniziata nel 2005, con 300 partecipanti, che quest’anno ha visto la presenza di quasi diecimila persone.

I partecipanti sono arrivati in silenzio a Potočari il 10 luglio alle 17, dando il via alla due giorni di commemorazioni. Ad aprire la colonna i sopravvissuti all’eccidio. Dietro di loro, un fiume di persone stravolte dal caldo e dalla fatica, chi con le bandiere delle Bosnia, chi con le magliette del proprio luogo di provenienza, quasi tutti con appuntata la spilla del fiore di Srebrenica, simbolo del genocidio, ricamato in bianco e verde.

Ad aspettare l’arrivo dei marciatori sono sopratutto giornalisti, fotografi, televisioni.  Il silenzio dei marciatori veniva rotto dagli scatti in serie dei reporter.

Pochi minuti dopo l’arrivo della marcia, una delegazione internazionale si è recata in uno degli hangar dell’ex fabbrica di batterie, sede dell’Unprofor durante la guerra, dove si trovavano le bare delle 136 persone in attesa della sepoltura.

È qui che i fotografi e i giornalisti hanno consumato il loro primo pasto di sangue, non appena un partecipante alla commemorazione si fermava a pregare sulla bara di qualcuno o a deporre un fiore, partivano le raffiche delle macchine fotografiche, piazzate a pochi centimetri dalle facce lacrimanti di chi salutava le sue vittime. Al tempo stesso non riesco però a scacciare la sensazione che ci fossero persone, tra i partecipanti, che erano lì solo per finire sui giornali.

Non sazi delle loro prime fotografie i reporter seguono le bare che vengono accompagnate al cimitero e attendono l’11 Luglio, quando dopo la preghiera, i parenti seppelliranno le vittime. Sin dalla mattina si possono vedere stranieri che armati di zainetto e macchine professionali prendono posizione presso le fosse vuote, in attesa della fine della preghiera.

È allora che partono nuovamente le raffiche. Un amico slovacco che è venuto a Srebrenica per portare rispetto, ma anche per documentare le giornate con un reportage, litiga con uno di questi reporter, chiedendo che abbiano rispetto per i parenti e che la smettano di fotografare a scatto in faccia alle persone. “Fuck off I’m here to work” è la risposta che si sente dare.

E mi chiedo: il mondo ha ancora bisogno di queste immagini per capire cosa è successo?

Il veto alla parola “genocidio” della Russia ci rende così ciechi da non vedere il mare di tombe che costella queste colline?

I video delle uccisioni dei prigionieri che chiedono “Cosa ne farete di noi?”, per sentirsi rispondere “Quattro li ammazziamo e i due più bravi li liberiamo” efinire tutti fucilati non è sufficiente, insieme alle fosse comuni, alle decine di pagine di testimonianze, alle fotografie, per avere ancora bisogno di vedere anno dopo anno tutto questo?

Dobbiamo ancora, venti anni dopo, sentire parlare svogliati governi occidentali (ma anche Iran, Turchia e Arabia Saudita, nuovi amici del governo musulmano bosniaco) di giustizia, verità e riconciliazione, quando in questo Paese nulla è mai stato fatto per consegnare i colpevoli alla giustizia e superare i traumi psicologici del conflitto?

Dobbiamo tutti gli anni stare a sentire la risposta dei serbi che dicono: anche noi abbiamo avuto più di 3.000 morti per mano musulmana in quelle zone, facendo a gara a quali morti “valgano” di più?

Dobbiamo ancora, nel 2015, prestarci al negazionismo nazionalista di chi cerca di sollevarsi dalle colpe dei suoi governanti?

Di chi è la colpa?

Nel film girato dal regista bosniaco Denis Tanović “No man’s land”, vincitore di un premio Oscar, c’è uno scambio tra i due protagonisti in cui l’uno chiede all’altro: “Chi ha cominciato la guerra?“. La risposta è sempre condizionata da chi dei due tiene in mano un fucile e minaccia l’altro. Quando è il bosniaco a tenere l’arma, il serbo si autoaccusa dicendo: “Noi abbiamo cominciato la guerra”. Ma quando in un gioco di inversione dei ruoli il fucile ce l’ha il serbo, è il musulmano che deve dichiarare: “Noi abbiamo cominciato la guerra”.

Ma perché la risposta è così importante? Perché purtroppo, in questo contesto storico-geografico, ma soprattutto culturale, sono secoli che si va avanti a cercare di addossare le colpe gli uni agli altri.

Fenomeno senza un inizio e senza una fine, ma che vede compiersi nel mezzo i peggiori massacri, nel nome della giustizia, che in questo luogo significavendetta.

Il generale delle truppe serbo-bosniache, Ratko Mladić, si fa riprendere a Srebrenica e dichiara: “Eccoci qui, 11 luglio 1995 nella serba Srebrenica, per regalare al popolo serbo questa città ed è finalmente venuto il momento in cui, dopo le rivolte contro i turchi, ci possiamo vendicare dei musulmani”, riferendosi chiaramente al dominio dell’Impero ottomano in queste regioni nei secoli passati.

E in questo gioco di addossare le colpe entrano nella centrifuga di questa storia violentata anche i governi occidentali e le truppe olandesi di stanza a Potočari. Nello specifico si trattava di circa 400 soldati, di giovane età, stanziati in questa stretta valle che finisce tra le montagne, a far da “protezione” a una cittadina abitata da circa 30.000 persone e assediata dalle truppe dell’esercito serbo. La missione dell’UNPROFOR era quella di garantire, solo con pochi mezzi blindati e armi leggere, la protezione della popolazione civile della “zona sicura”. Le regole di ingaggio permettevano ai soldati di usare la forza solo per l’autodifesa, contando sul supporto aereo della NATO da chiamare in caso di bisogno. E così fecero.

Il comandante Karremans richiese l’appoggio dei bombardieri quando era evidente che Srebrenica stava per cadere. Le forze dell’esercito serbo avevano già preso diversi OP (Observation Post) a partire dal 6 luglio 1995 e catturato 30 soldati Onu, rubando loro divise e armi che avrebbero poi usato per ingannare i bosniaci. Ma l’aiuto aereo non arrivò mai. Per problemi di trasmissione nella richiesta, ufficialmente. Per motivi politici ben evidenziati anche dall’Observer, non ufficialmente. Era l’estate del 1995 e la guerra in Bosnia doveva finire. Srebrenica avrebbe pagato il prezzo, era la vittima sacrificale designata dai governi occidentali, in cambio di una pace fragile.

Ma la domanda è: fino a che punto possiamo dare la colpa agli olandesi? Queste 400 persone avrebbero potuto impedire l’eccidio di più di 8.000 persone? Una sentenza del 2014 del tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia ha riconosciuto civilmente colpevole il governo olandese per aver consegnato all’esercito serbo bosniaco 300 uomini e ragazzi rifugiatisi nel compound di Potočari. Sarebbero stati tutti uccisi poco dopo.

È sufficiente questo risultato a poter dire che giustizia è fatta?

A mio parere la colpa non è delle Nazioni Unite, ma di chi ha perpetrato il genocidio. Di chi ha pianificato e organizzato questo crimine, in primis, pensandolo a tavolino. E dunque i leader dei paesi in guerra, in particolare il presidente della Serbia Slobodan Milošević e il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić.

A scendere la responsabilità ce l’hanno gli esecutori materiali del genocidio, i soldati, i paramilitari che hanno premuto i grilletti, sgozzato, stuprato, decapitato. E in primis il loro comandante, il generale dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić.

Sono colpevoli quelli che hanno guidato i camion e i bus e hanno portato le persone sul luogo della morte.

Sono colpevoli quelli che hanno dato i loro campi e la loro terra per scavare le fosse comuni, testimoni di quello che accadeva.

Sono colpevoli quelli che sapevano e non hanno fatto nulla. E quindi, sono colpevoli anche i soldati olandesi che vedevano, ma non denunciarono.

E non si tratta solo di quei 400 olandesi su cui si cerca di scaricare il grosso delle colpe. Ma anche qui a cascata in ordine inverso di gerarchia.

Colpevoli i comandi Nato che non hanno accettato la richiesta di inviare i caccia quando sono stati richiesti.

Colpevole il generale Morillon che creò le aree protette per poi non mettere in condizione di sicurezza queste zone.

Colpevoli i governi che si sono giocati il destino di queste persone e di tutte le altre vittime di questa (e di tutte le guerre) senza fare altri conti che non i proprio interessi, pur sapendo quel che accadeva.

Una strage in diretta

A Potočari in quei giorni non c’erano solo le vittime e i loro parenti che sarebbero poi stati i testimoni ai processi.

Non c’erano solo i criminali.

Non c’erano solo le Nazioni Unite.

C’erano anche altri osservatori che però non denunciarono subito i fatti drammatici e il caos di quei giorni e il panico. Da una parte non si riusciva comprendere la portata del massacro, dall’altra parte si rischiava la propria vita con la presenza in questi luoghi

E sì: pare un quesito più etico, che altro. Testimoni o conniventi? È questo il dilemma che ancora non è stato sciolto e su cui ancora ci si interroga.

Gli operatori dell’Organizzazione Medici Senza Frontiere, presente a Srebrenica dal 1993 si trovavano anche a loro a Potočari e nel rapporto di allora, che hanno pubblicato in questi giorni insieme a un’ampia raccolta di documenti e materiale legato a quel periodo e al successivo, dichiarano di aver assistito il 12 luglio alla separazione degli uomini, di come questi vengano portati in un capannone e di sentire colpi di fucile provenire da lì. O ancora, di come un uomo bosniaco in lacrime porti a un’operatrice un bambino di un anno, e che “si allontani poi con un soldato serbo bosniaco perché è stato selezionato per…?”. O ancora di come gli operatori vengano chiamati a vedere i corpi delle persone uccise. MSF per la posizione neutrale in conflitto che ha sempre mantenuto in ogni conflitto non può opporsi a quello che sta capitando in quel momento, ma gli operatori man mano che passano le ore sono sempre più consapevoli di quel che succede. Il responsabile della missione si rivolge a Mladic che risponde bruscamente: “Voi fate il vostro lavoro, io faccio il mio”. L’unica cosa che, al contrario degli olandesi, riusciranno a fare sarà quella di far evacuare i feriti del loro ospedale da campo, senza che finiscano nelle mani delle forze armate serbe.

Testimoni o conniventi?

Potevano quei 400 caschi blu olandesi opporsi a quello che stava capitando?

4 operatori di MSF potevano cambiare il destino di quelle 8372 persone?

Tutti sapevano cosa stava succedendo, in tempo reale. I satelliti riprendevano le immagini di quel che accadeva, dal vivo. Spostamenti di popolazione, la colonna nei boschi che si arrendeva ai soldati, le evacuazioni ai bordi dei campi di calcio, le ruspe in azione, gli scavi e sepolture.

Ma al momento la giustizia internazionale è ferma alla sentenza 2014 del TPI (Tribunale Penale Internazionale) che ha confermato le sentenza di ergastolo per Vojadin Popović e Ljubiša Beara, tenente colonnello e colonnello dei Drina Corps, un corpo speciale delle milizie serbo-bosniache, coinvolto nel massacro. La sentenza riconosce in toto le responsabilità dei due alti ufficiali nell’aver deliberatamente individuato e annientato gruppi di persone scelte sulla base della loro appartenenza religiosa, decretando nero su bianco che si trattò di genocidio.

E tutti gli altri? Venti persone sono state processate all’Aia per i crimini commessi a Srebrenica nel luglio del 1995. I processi di Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Zdravko Tolimir, Jovica Stanišić e Franko Simatović sono ancora in corso.

Dalla sua istituzione, il Tribunale ha imputato 161 persone per violazioni dei diritti umani, nei territori dell’ex-Jugoslavia tra il 1991 e il 2001. I processi di 146 persone sono stati conclusi, mentre 15 imputati stanno ancora aspettando la sentenza definitiva.

Tutti gli altri camminano come uomini liberi, nella cittadina di Srebrenica come nel resto dei Balcani.

Vittime e carnefici di nuovo insieme, in un gioco delle parti più grande di loro.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Questo 11 Luglio, terminata la lettura dei propri discorsi, la delegazione internazionale (tra cui Clinton, la Boldrini, Valentin Inzko, alto rappresentante in BiH, il rappresentante del tribunale internazionale dell’Aja, rappresentanti di diversi governi tra cui quello olandese) si è incamminata verso la tribuna, passando in mezzo alla folla.

È stato allora, verso le 13, che si sono alzati fischi, a cui si sono aggiunte urla e grida come “Allah è grande”. Mentre il serpentone della delegazione passava tra le transenne, hanno cominciato a volare bottiglie, scarpe e pietre. Tutte rivolte ad Aleksandar Vučić, il primo ministro serbo. In cima alla collina uno striscione si è aperto ed era scritta la frase che Vučić proclamò in parlamento nel 1995: per ogni serbo ucciso, 100 musulmani. La folla ha cominciato ad agitarsi, la tensione si è alzata, dal mezzo delle tombe dove ci si trovava, alcuni hanno cominciato a correre in direzione della delegazione. È stato tutto veloce. Sino a che il Reis-ul-Ulema al microfono ha invitato i suoi fratelli e sorelle a girarsi e a pregare: “Non lasciate che chi ha causato il nostro dolore prenda la nostra dignità. Si tratta di un obbligo verso i nostri martiri e la nostra fede. Per favore, fratelli e sorelle, è tempo per la preghiera”.

Poche ore dopo, i giornali e le tv serbe parlavano di un attentato e un tentativo di uccisione del premier. Vučić ha rilasciato delle dichiarazioni da una parte cercando di smorzare le tensioni accumulate e dichiarando che sa che non sono state le donne e le vittime di Srebrenica a compiere questo gesto, dall’altra chiedendo fermamente che si trovino in fretta i responsabili. L’associazione delle madri di Srebrenica insieme al Sindaco di Srebrenica, hanno chiesto pubblicamente scusa, condannando questo gesto. In queste ore, grazie alle immagini, si stanno cercando i volti e i nomi dei responsabili, soltanto dopo si potrà capire se siano state delle azioni organizzate o se si sia trattato del gesto di alcune persone che ha infiammato gli animi già surriscaldati della folla presente, nel contesto di tensione crescente che ha preceduto le giornate della commemorazione.

L’unico dato certo è che invece di prestare attenzione al dolore dei sopravvissuti, in lutto per i loro morti, si è dato spazio nuovamente alla politica e alla propaganda, che da oltre vent’anni tengono in scacco questa parte del mondo.

Riconciliazione?

Ci sarà mai pace in questo luogo? Oltre al silenzio che regna tra le tombe di Potočari e nella piccola cittadina di Srebrenica, abitata da fantasmi e da poche centinaia di persone, ci sarà mai un reale tentativo di dialogo, di assunzione delle colpe, di vittoria della giustizia e infine di perdono?

Cosa è stato mai fatto in questi vent’anni qui, e nei Balcani in generale, per tentare di spegnere le braci ancora calde alimentate da violenza e nazionalismo?

Di certo non sono i rappresentanti politici al potere a supportare un processo di giustizia e verità in questi luoghi, così come non sono i media locali, foraggiati e foraggiatori dei suddetti politici a smorzare i toni.

Non è l’assetto politico disegnato nel 1995 in Bosnia dalle forze di pace riunite a tavolino a concedere respiro, la tripartizione non fa che aumentare le distanze.

Non ci sono ONG e non ci sono organizzazioni internazionali che siano mai state in grado di lavorare sui traumi e sul superamento delle violenze.

Non è la giustizia che sta dando ragione.

Abbiamo ragazzi nati pochi anni dopo il 1995 che indossano magliette con scritto “8372 motivi per odiarvi”, riferendosi alle vittime di Srebrenica e ai loro uccisori.

La stessa cosa dall’altra parte: i poster con la faccia di Putin, colui che ha messo il veto alla parola genocidio, che il 10 luglio vengono appesi su case e pali nella strada che va verso Bratunac e verso Potočari.

Testi scolastici che raccontano versioni diverse degli stessi orrori.

Eroi nazionali che sono criminali di guerra.

Se vent’anni vi sembran tanti, ricordate, nei Balcani ci si sta ora vendicando di ciò che è accaduto nel 1389.

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emergenza alluvioni in bosnia

Pubblicato: maggio 19, 2014 in Uncategorized

Dopo le piogge delle ultime settimane la bosnia é sott’acqua.

La situazione é caotica.

Strade e confini chiusi. Case distrutte. Campi allagati.

Bestiame annegato. Mine che si spostano col fango.

Emergenza senza stime complessive e convulsi aggiornamenti di ora in ora.

Sono a sarajevo e senza computer quindi non riesco a scrivere altro.

La bosnia e la serbia hanno bisogno di noi.

Al prossimo aggiornamento.

 

Come faccio a non invitarvi???

Grande viaggio con guida d’eccezione (indovina chi) a Sarajevo a fine giugno. Prezzi pop e Cevapi doc.

Visita alla capitale della BiH in occasione del centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Periodo del viaggio: giovedì 26.06/domenica 29.06

Organizzatore: ONG IPSIA e Tour operator Guglie viaggi

Aperte le iscrizioni per il viaggio a Sarajevo, dal 26 al 29 giugno 2014, in concomitanza con il centenario dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914.

In quest’occasione nella capitale della Bosnia Erzegovina ci saranno numerose iniziative per commemorare l’anniversario del tragico attentato che diede il via alla Prima Guerra Mondiale.

Ma Sarajevo è anche altro, è la “Gerusalemme d’Europa”, luogo in cui l’Oriente bizantino incontra l’Occidente, città dai tanti volti e sapori, in cui la storia si snoda seguendo il corso della Milijacka. Dalle viuzze intricate del bazar ottomano si lascia spazio alle architetture asburgiche, per degradare nelle periferie socialiste.

Sarajevo, rinata dalle ceneri della guerra del 92-95, offre oggi al viaggiatore curioso continui spunti di riflessione e angoli indimenticabili, caratterizzata dal suo spirito accogliente e multiculturale.

 

ORGANIZZAZIONE:

“Sarajevo, in viaggio nella storia” è ideato dall’ONG IPSIA con l’organizzazione tecnica del tour-operator Guglie viaggi.

www.ipsia-acli.it www.guglieviaggi.it

 

Per informazioni e iscrizioni:

Silvia Maraone – 02.7723227

turismo@ipsia-acli.it

 

PROGRAMMA:

Primo giorno: Ore 7 – Partenza da Milano per Sarajevo (1065 Km); Arrivo a Sarajevo e sistemazione in albergo; Cena in albergo; Serata libera

 Secondo giorno:

Ore 9 – incontro con la guida locale e visita del centro storico. Visita della Baščaršija, Gerusalemme d’Eropa:  Moschea Gazi Husrev-beg, Chiesa ortodossa SS. Michele e Gabriele, Museo ebraico, Cattedrale cattolica.

Pausa pranzo (libero, in centro, nei tanti locali che vendono burek e cevapćići)

Pomeriggio – Il lungo fiume: Biblioteca, Inat Kuća, visita alla Casa Museo Despićeva Kuća, Museo Palazzo delle poste, Teatro nazionale, Museo “Sarajevo 1878/1918” e luogo dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando

Cena presso ristorante tipico

 Terzo giorno:

NB: Durante questa giornata ci saranno diverse manifestazioni di commemorazione del centenario a cui poter partecipare

Visita del Museo di storia contemporanea: l’assedio della città (1992/1995) in alternativa Visita del Museo del Tunnel (le visite si faranno con testimoni sarajevesi che racconteranno la loro esperienza durante la guerra).

Facoltativo: Sarajevo dall’alto: Bijela Tabija, Žuta tabija, Alifakovac, antico Cimitero ebraico

Cena presso ristorante tipico

 Quarto giorno: Partenza per Milano e arrivo in serata

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE INDIVIDUALE: 280 €


La quota comprende:

viaggio con autobus GT, sistemazione in stanza doppia in albergo *** con trattamento B&B; accompagnatore italiano;  guide locali, 3 cene,  assicurazione bagaglio/medica (Amitour polizza nr 6001003814/A)

La quota non comprende:

i pasti del mezzogiorno, le bevande, le mance, gli extra in genere e tutto quanto non espressamente indicato nella quota comprende

 

CONDIZIONI:

Iscrizioni entro il 12 maggio 2014 e comunque sino ad esaurimento posti.

Acconto di € 100,00 da versare all’atto dell’iscrizione,  saldo entro il 12 maggio 2014.

Numero minimo di partecipanti 35 (se il numero minimo non verrà raggiunto 21 giorni prima della partenza, il viaggio verrà annullato e l’acconto versato interamente restituito).
Per iscriversi contattare l’organizzazione che vi invierà il modulo di partecipazione da compilare ed effettuare il bonifico.

 

N.B. Documenti necessari: carta d’identità in corso di validità o passaporto

 

 

Attentato all'arciduca - Sarajevo 1914

Attentato all’arciduca – Sarajevo 1914

Intanto che la terra dei cevapi dormicchia sotto il primo sole primaverile, portiamo un po’ di Balcani a Milano in fiera, all’ormai rodatissimo evento di Fà La Cosa Giusta, dal 28 al 30 marzo.

Venerdì sera allo stand delle Acli, con gli amici di http://www.ipsiamilano.org facciamo un aperitivo balcanico, parliamo in radio delle grandi mete da non perdere (Sarajevo e Belgrado, presentando la bella guida su Sarajevo co-scritta da me medesima http://edizioni.oltre.it/comersus/store/comersus_viewItem.asp?idProduct=3086) e vi raccontiamo il progetto cercavamo la pace (http://www.cercavamolapace.org/).

A proposito di  cercavamo la pace… se non avete ancora compilato il questionario online e caricato un po’ di foto e reperti degli anni ’90…cosa state aspettando?

Ci vediamo in fiera!

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(ancora) niente

Pubblicato: febbraio 12, 2014 in Uncategorized
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A chi mi chiede cosa stia succedendo in Bosnia in questi giorni, rispondo: (ancora) niente.

Perché, purtroppo, il dramma che gli abitanti di questo Paese vivono dal 1995 (lasciamo i giorni della guerra come il Dramma in senso assoluto, limitiamoci al dopoguerra) sembra riguardare solo loro, abbandonati in una zona grigia sulla mappa dell’Europa (quella della UE), con addosso una costituzione tagliata male, un sistema politico insostenibile economicamente e socialmente e nessuna prospettiva davanti.

Per questo dico: non sta succedendo (ancora) niente.

La gente è veramente furibonda (e questa è una novità, o meglio, non sono più arrabbiati solo nei caffè, fumando la millesima sigaretta, bevendo il quindicesimo caffè e lamentandosi senza ben definire l’oggetto della lamentela, ma stavolta la direzionano ben bene la rabbia), non ha lavoro, non ha soldi, ma soprattutto non ha un futuro.
Ed è scesa seriamente in piazza, spontaneamente, chiamandosi all’appello di città in città. Se già lo scorso anno si era capito che qualcosa si sarebbe potuto fare, con le manifestazioni per il codice fiscale (JMBG), è stavolta in particolare che i politici hanno capito di non essere veramente intoccabili, rassegnando le dimissioni in 4 cantoni.

Ma… qui è il punto. Adesso non c’è (ancora) un’alternativa solida.
Un margine di speranza lo lasciano le assemblee dei cittadini che si stanno formando in questi ultimi due giorni (così detti “plenum”) per portare avanti le richieste ai politici e coordinare le iniziative locali, ma è ancora presto per capire dove si andrà.

Se da una parte oggi non c’è una figura chiave politica che prenda in mano questo malumore e tirandosi tu le mani prenda in carico il fardello di questo Paese, più a monte la difficoltà sta nel fatto che non c’è un Paese. 

Il rischio più grande oggi  è dunque che il malcontento e la protesta si disperdano, oppure degenerino in violenza senza controllo o peggio ancora vengano strumentalizzate (la Repubblica Srpska sta già calcando la mano sul fatto che la protesta sia solo in Federazione,a  dimostrare come loro da soli sarebbero così bravi e starebbero così bene).

Perdere questa occasione di riformare la Bosnia, sarebbe l’ennesima chance sprecata per dare dignità  a questo Paese, d’altra parte resta da chiedersi per quanto tempo la popolazione bosniaca potrà  stare in piazza? Per sempre? Sino a che qualcuno non faccia una riforma costituzionale? Ma chi farà questa riforma?

Questo Stato – il mostro tripartito daytoniano – può lasciare tutto lo spazio possibile alle proteste, ma senza uno governo unitario, per quanto cadano i governi cantonali, si dovrà tornare alle elezioni e ancora rivotare i governi cantonali. E dunque sperperi, nepotismo, corruzione e tasse che finiscono a ingrassare solamente i politici e la loro casta. E di nuovo generando rabbia e ampliando lo stesso problema all’infinito.

E questo perché? Fa comodo una Bosnia che non funziona, nel cuore d’Europa?

Forse l’unica cosa certa che c’è è che la Bosnia, fallimento delle diplomazie internazionali (certo non è che gli autoctoni ai tempi ci abbiano lavorato su così bene, per cercare una soluzione diversa dai bombardamenti), è una patata bollente che nessuno vuole tenere in mano, anche perchè non si sa nemmeno da che parte cominciare.

Da una parte Inzko, l’alto rappresentante attualmente in carica ha ipotizzato l’invio di truppe NATO se la situazione non si pacificherà.
Dall’altra Catherine Ashton, alto rappresentante per la politica estera UE, esorta  i leader bosniaci ad ascoltare le richieste del proprio popolo e ad impegnarsi seriamente a far avanzare il Paese con riforme non solo economiche, ma anche politiche. (intervento integrale qua: http://eeas.europa.eu/statements/docs/2014/140211_02_en.pdf)

Gli inglesi sentono puzza di bruciato e il loro ministro degli affari esteri William Hague  twitta allarmato: “Raised #Bosnia protests with EU Foreign Ministers. A wake-up call for us all. We need a new European effort to help Bosnia towards EU & NATO.”

E’ evidente che la sfida vera è cambiare radicalmente l’assetto del Paese, ma oggi non penso sia ancora possibile proporre una Bosnia unita, non perché il popolo non la vorrebbe, ma perché i politici locali (in particolare la compagine banjalukense) non la manderebbero giù tanto bene.

E mica per ragioni nazionaliste, ma semplicemente perché in quanti perderebbero il loro potere e i loro privilegi?

A ben pensarci, rischiamo di vedere centinaia di politichetti in piazza che si lamentano per la disoccupazione.

Meglio lasciare le cose come stanno, per evitare questa terribile crisi sociale che investirebbe il Paese.

Tra le letture consigliate questo articolo: http://www.balkaninsight.com/en/blog/is-change-coming-finally-thoughts-on-the-bosnian-protests

e in generale questa rassegna curata autoctonamente con traduzioni: http://bhprotestfiles.wordpress.com/

in piazza

Pubblicato: febbraio 7, 2014 in Uncategorized
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Dopo le manifestazioni dello scorso anno (in primis la bebolucija) la Bosnia si risveglia in piazza. A Tuzla il 5 febbraio una manifestazione di cittadini esasperati manifesta chiedendo le dimissioni del governo cantonale.

Sono studenti, pensionati, disoccupati, operai prossimi al licenziamento. Le fabbriche chiudono, gli anziani non ricevono le pensioni (che comunque sono indecenti: la minima è di 60 euro), gli studenti non vedono prospettive nel loro paese.
6000 persone in piazza che si sono organizzate attraverso il gruppo Facebook 50000 persone per un futuro migliore e il coordinamento dei sindacati (era ora!).

Ma la casta al potere è sempre lì, i politici di questo Stato disgraziato voluto tripartito dopo la guerra civile degli anni ’90. Nato di corsa a Dayton, con una costituzione che grida vendetta. Governo centrale, Federazione e Repubblica, Cantoni, Comuni… le uniche prospettive di impiego sono lì, sulle poltrone, a portare borse, a leccare culi.

Sei del partito (non importa quale, tanto prima uno, poi l’altro salgono al potere, e i soldi si dividono uguali) hai un lavoro. Non sei del partito? Vai a fare il cameriere in nero, oppure vai in Germania a spaccarti la schiena, oppure resta lì, a fumare e bestemmiare. Jebem ti kruh.

Direttori scolastici che cambiano durante il corso dell’anno perchè ci sono state le elezioni, ministri e funzionari che si scambiano di posto come se fosse il gioco della sedia. Oggi sei in Comune, domani ti ritrovo a servire al bar….

E così, mentre l’Europa tra un report e l’altro non fa altro che segnalare i passi indietro che la Bosnia sta facendo per entrare in Unione, la gente forse – finalmente – speriamo – si è stancata.

E’ l’augurio migliore che mi viene da fare a questo Paese. Ribellarsi. Dire basta al sistema politico attuale, dire basta alle discriminazioni, al nazionalismo, alla sofferenza e alla povertà, non solo economica, ma anche culturale.

E’ vero che un po’ scherzando, un po’ seriamente, si dice: “šuti i trpi” (zitto e soffri) e lo cantano anche i Dubioza Kolektiv un gruppo arrabbiato, che trova le parole giuste per le proteste, ma penso che qui si sia sofferto abbastanza.

Il problema di queste manifestazioni è che iniziano, divampano ma spesso finiscono in niente. Manca un leader, manca un’idea finale da perseguire, ma sopratutto manca il coraggio. Il coraggio di prendersi la responsabilità. Qualcuno che ci metta la faccia ed emerga dalla folla, buona a lagnarsi, ma incapace di fare altro. La paura, quello è, che tiene ancorata questa gente un po’ contadina, alla schiavitù di politici che approfittano di questa condizione.

Quante volte ho visto in questi anni ragazzi, ragazze, condizionati da quello che gli altri avrebbero detto di loro e quindi fermi, terrorizzati, nascosti nel mucchio.

Ecco, cosa. Ecco la Bosnia non è la terra dell’odio come scriveva Andric. E’ la terra della paura e della frustrazione. L’odio è generato dalla rabbia generata dalla frustrazione.

Tornando alla cronaca: a Tuzla (la città più “democratica” della Bosnia) l’altro ieri la polizia e i gruppi speciali in assetto antisommossa hanno caricato la folla. Barricate, gomme bruciate, lacrimogeni, manganelli. Guerriglia urbana. Se da una parte c’erano dei manifestanti che hanno pestato i poliziotti, i poliziotti hanno picchiato e arrestato anche gente pacifica. 27 arresti, multe da 300 marchi, un centinaio di feriti.
La manifestazione è poi andata degenerando perchè la folla ha incendiato una parte del palazzo della TV, dato fuoco a pneumatici e cassonetti, spaccato vetri.

Oggi alle 12 sono previste nuove manifestazioni, anche in altre città, come Sarajevo, Mostar, Bihac, Zenica, Kakanj. I governi invitano al dialogo e alla calma, i sindacalisti hanno paura che le violenze aumentino.
In questo clima agitato, resta sempre un po’ a guardare la RS, come se questo fosse un problema che non li riguarda anche se a Banja Luka sono scesi in piazza in qualche centinaio.

Chissà se sarà il solito incendio, facile a domarsi, o se porterà a quelle modifiche che questo Paese deve fare, per uscire da una situazione di stagnazione e corruzione dilagante da vent’anni, ormai.

Ed è vero che è il popolo stesso che ha in tutti questi anni continuato a votare i suoi governanti – tacendo e soffrendo – ma dopo vent’anni di fumo negli occhi, una situazione insostenibile sta facendo saltare i nervi anche a quelli che sino all’ultimo speravano, votando il cugino dell’amico del compagno, di poter portare a casa qualcosa…

Sostengo la Bosnia in questo momento, sperando in una vera primavera balcanica, ma realisticamente non credo che sia ancora pronta al grande passo che la aspetta, una rivoluzione culturale dopo anni di buio e regimi. Vorrei sbagliarmi.

Le immagini della protesta del 6 febbraio a Tuzla: http://www.6yka.com/novost/50782/tuzla-drugi-dan-haos-na-ulicama-suzavac-premlacivanje-barikade-blokade-foto-i-video

e un manifestante di bihac che spiega chiaramente il concetto del nepotismo in bosnia: “chiedit, perchè non fanno mai sesso tra loro nelle aziende statali? ma perchè sono tutti parenti della stessa famiglia! Comune, Governo, Cantone!”
http://www.avaz.ba/galerije/video/biscanski-demonstrant-zasto-nema-seksa-u-drzavnim-firmama

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