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Da dicembre dell’anno scorso, la Bosnia ha visto un crescente afflusso di persone in fuga da guerra e persecuzioni. I numeri, piccoli all’inizio, non hanno destato particolare allarme. Si trattava in particolare di giovani uomini che avevano trovato ricovero nei parchi e nelle strutture abbandonate intorno a Sarajevo. Decine, una cinquantina, adesso si dice siano quasi duecento. Da un mese circa, i numeri si stanno alzando. Agli uomini si uniscono le famiglie con bambini, i paesi di provenienza stanno mutando e da Sarajevo le persone si spostano verso i confini della Bosnia occidentale, in particolare Bihać e Velika Kladuša. Qui si dice che ci siano quasi 400/500 persone.

Il relativamente facile passaggio lungo le ampie frontiere non controllate tra Bosnia e Croazia, ha dato il via a un movimento sempre più ampio di persone che da due anni si trovano bloccate alle porte d’Europa, lungo la Balkan Route.
La presenza di siriani tra le persone che cercano di uscire dalla Bosnia – per chi conosce la geografia e la demografia dei campi profughi allestiti nei balcani –  fa capire che c’è una rotta meridionale (Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia) mentre la presenza di Afghani e Pakistani indica l’apertura di una rotta nord-orientale (Serbia).

La Polizia croata ha repentinamente messo in campo nuove misure di sicurezza lungo le nuove zone di passaggio, dando il via a respingimenti con uso eccessivo di violenza, come testimoniano le parole dei migranti che incontro a Bihać, che non sono diverse da quelle che mi raccontano i migranti che tentano da anni di attraversare tra le Serbia e la Croazia, al confine settentrionale di Šid.

Persone ferite, cellulari spaccati, passaporti requisiti, soldi rubati. I migranti vengono riportati al confine con le camionette e ributtati in Bosnia, dove, con il permesso temporaneo di richiesta di asilo (durata tre mesi), possono soggiornare regolarmente.

Chi ha i soldi, dorme negli ostelli e negli alberghi e per le categorie vulnerabili (donne con bambini) è l’UNHCR che paga le strutture di accoglienza (ma in particolare a Sarajevo e Bihać cominciano a lamentare il fatto che tra poco inizia la stagione turistica). Chi non ha i soldi dorme nel parchetto di fronte alla biblioteca di Sarajevo o nella zona termale di Ilidža (dove nel frattempo il mondo arabo costruisce resort e alberghi a 8 stelle) o nelle strutture abbandonate distrutte dalla guerra. Esiste un centro per richiedenti asilo a Delijaš, lontano da tutto, tra le montagne poco lontano da Sarajevo. Può ospitare meno di duecento persone, non prende la rete cellulare, non ci sono negozi e tanto meno Internet. I migranti, piuttosto che andare lì, preferiscono dormire sotto le stelle.

A Bihać le persone hanno scelto come loro sede un ex dormitorio per studenti, vicino al campo da calcio e alla facoltà islamica e un ospizio devastato lungo il fiume Una. E’ qui che ogni giorno un team di operatori e volontari della Croce Rossa di Bihać distribuisce pasti caldi, vestiti, scarpe. Anche qui come a Sarajevo all’inizio i profughi stavano nel parco cittadino dove due piccole organizzazioni locali cercavano di aiutare come potevano. Con l’arrivo di numeri diversi e sempre più importanti e con l’attenzione dei media locali in crescita, il sindaco di Bihać ha dato incarico di coordinamento alla Croce Rossa che si sta veramente facendo in quattro per gestire questa nuova emergenza. Parlando con il coordinatore locale, dice che  “si parla di almeno mille persone che arriveranno e resteranno qui prima dell’estate”. E che “attraversare le frontiere con la Croazia sarà sempre più difficile”.

Quello che molti migranti inoltre non sanno è che i confini che vogliono attraversare, lungo la dorsale che da Kladuša scende sotto Bihać, tra i boschi della Petrova Gora, la montagna della Plješevica e le piste abbandonate dell’aeroporto di Željava, sono tra i più minati della regione.

Parlavo di questo con una famiglia ospite al  campo di Bogovadja, dove lavoro in Serbia, che si apprestava ad andare lungo la nuova rotta.

“Hanno aperto un confine, Zilbia!”
“No, i confini sono chiusi, forse alcune persone sono riuscite a passare da una nuova strada”.
“Il nostro smuggler ci ha detto che adesso passeremo dalla Bosnia, basta camion con la Croazia…”
“Se passate dalla Bosnia, vi faranno andare da Bihać, è la cosa più probabile. Ma dovete stare attenti, se vi mandano a piedi nei boschi o in montagna, guardate questo cartello”. Mostro loro le foto che ho scattato alcuni anni fa in tutta quella zona.

La donna si spaventa, conosce il segno col teschio su sfondo rosso. Mi chiede quante ce ne siano. Cerco di tranquillizzarla, ha una bambina piccola piccola, le dico che deve camminare sui sentieri e sdrammatizzo: “se devi fare la pipì, falla sulla strada, non importa se ti vedono”. Ridono. Mi consegnano delle spezie, un quaderno con delle lezioni di inglese e spagnolo, un mini pimer e altre cose personali. Mi dicono: ce le dai quando siamo in Europa.

Loro, come molti altri dei migranti bloccati in Serbia, stanno cercando da anni di attraversare le maledette frontiere. Hanno sentito di qualcuno che ce la fa dalla Bosnia e come molti altri, si stanno rimettendo in cammino. Destinazione finale? Norvegia, Svizzera, forse Germania. Confusi sul sistema d’asilo, sulle leggi e i diritti, sulla geografia. Non hanno niente da perdere, se non la vita. Migrano, come le foglie che si staccano d’autunno e si fanno trasportare dal vento.

Mi arriva un loro messaggio, il 26 aprile: “the smugler cheet to us. There were no car. We stay 2 days in jungel. Last night with a smal boat cross the river and all night walking. There were no guid man. Just show the map to one pasenger and in grups 8 person we came. baby has sick, now we are in tuzla and go sarajevo”.

Stanno aspettando un passaggio giusto, sono in contatto con un trafficante locale “he speak english and arabic”. Ogni giorno cambia piano. “Tomorrow no go, is this holiday in slovenia and croazia,  driver say that is to much police and control”. Mi fa sorridere pensare che né lo smuggler né i migranti sappiano cosa sia il primo maggio “this holiday” che fa aumentare i controlli della polizia…

Sono arrivata a Bihać da pochi giorni e faccio qualche giro alla stazione dei bus, per vedere cosa succede. Vedo dei ragazzi che ho incontrato il giorno prima alla distribuzione dei pasti che salgono sui bus per Velika Kladuša. Io loro li riconosco a distanza, dal modo in cui camminano, dalle loro scarpe, dal taglio di capelli, e dagli zaini che si portano sulle spalle. Uno di loro invece non mi riconosce, e chiede dei soldi al collega di fianco a me, “I need to go to … vka..slladss..”. Migranti alle prese con questa dura lingua slava e l’impossibilità di pronunciare bene i nomi dei paesi.

Al tempo stesso mi rendo conto che sono arrivate delle persone scese dal bus di Sarajevo. Qua dicono che ogni giorno scendono 50/60 persone dalla capitale. Alcune di loro tenteranno di attraversare il confine a Željava o sulla Plješevica, altri più a nord, verso la Petrova Gora. In un piccolo gruppo seduto sul marcapiede vedo una donna col velo con 3 bambini, è la seconda dopo quella che ho visto il giorno prima all’ex studentato. Sono poche, rispetto al numero dei single men che si vedono sinora, ma ieri pomeriggio un messaggio dalla Croce Rossa mi dice che adesso ci sono 160 persone e nuove famiglie sono arrivate, non sanno dove farle dormire.

I volontari sul campo sono affaticati e un po’ disorganizzati, fanno turni in magazzino, per la distribuzione di colazione, pranzo e cena, e non capiscono la mancanza di risposta e l’abbandono da parte del governo e delle grandi organizzazioni internazionali, che possono far solo deteriorare la situazione. Le persone nel Cantone di Una Sana cominciano a raccontare di furti e violenze. Più amici mi raccontano di aver sentito la storia da un amico che ha visto con i suoi occhi come dei migranti chiedessero informazioni e mentre la persona rispondeva venisse rapinata da altri migranti. Questa tecnica pare sia stata messa in atto: alla porta di una casa (e il migrante è entrato dalla finestra) – dal finestrino di un auto (il migrante rubava la borsa dal sedile del passeggero) – per strada (scippo di borsa). In tre posti diversi (Kladuša, Bihać, Otoka). Non credo sia vero, ma il segnale non mi piace per niente. Sono le stesse storie che sentivo quando andavo al confine a Šid. E’ certo vero che il minore controllo delle persone che vivono all’aperto e non nei campi, fa alzare la percezione di insicurezza da parte delle persone del posto. Ed è statisticamente vero che nella popolazione migrante ci siano individui propensi alla violenza o al crimine, così come in un qualunque campione demografico nel mondo. Peccato che la manipolazione di queste persone sia esercizio oramai comune, come tutti sappiamo. Le destre europee e i movimenti xenofobici cavalcano da anni la tigre dello straniero invasore e violento per accaparrare consensi tra la popolazione più ignorante, nascondendo i reali problemi.

Nel frattempo, il governo bosniaco tiene un profilo basso sulla questione, così come l’UNHCR che ha cominciato a indire riunioni settimanali di coordinamento. Al momento sembra che non si vogliano aprire nuove strutture, tant’è che un gruppo di volontari di Sarajevo ha portato e montato le tende davanti alla biblioteca. E’ evidente che non si vuole creare un nuovo imbuto e aumentare il pull-factor per chi dai campi di Grecia e Serbia si vuole spostare. Tra l’altro la Serbia, che da 7.000 profughi dello scorso anno è arrivata ad accoglierne ad oggi meno di 4.000, ha appena ricevuto dall’Unione Europea 10 milioni di euro per gestire i 18 campi governativi per migranti e richiedenti asilo.

Di fatto, per ora, ricade tutto sulle spalle di associazioni, cittadini, volontari piccole organizzazioni. Summer is coming…

“I am ashamed to say that smugler change his speak. Every day he said tomorrow you go but he canceled. To night he swear to God tomorrow he send us”.

Gli rispondo: “smugglers are really bad persons, but tomorrow is a new day, maybe is the good one. Keep safe”.

“Ok, thank you. Inshallah it is”.

 

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In quest’ultimo periodo un sacco di viaggiatori e avventurieri, amici di amici di amici, mi stanno contattando perchè incuriositi dall’idea di una vacanza low cost nella Valle della Una, diretti magari verso mete più note come Sarajevo, Mostar e magari la costa croata. O di passaggio dalle parti di Plitvice, tentati da uno sconfinamento lontano dalle folle oceaniche…

Rispondo, alle domande più classiche.

E’ sicuro fare turismo in Bosnia? Beh, certo, e molto più che in altri luoghi del mondo! La guerra è cosa lontana, la gente è simpatica e ospitale e a meno che non andiate per vostra scelta a cacciarvi nei guai (il che significa che per vostra indole lo fate già dappertutto) stiamo parlando di una paese europeo ben attrezzato ad accogliere visitatori. Difficile che troviate il classico spenna-polli che non vede l’ora di mungere il turista come una vacca da latte a sfruttamento intensivo, ma certo, siate prudenti specialmente in zona Mostar (ponte, dove i tuffatori chiedono 50 euro per gettarsi) e Sarajevo (dove vi proporranno tour della Sarajevo di guerra a 40 euro). Come in ogni centro affollato, attenti al portafoglio nelle zone molto popolose (centro di Mostar e di Sarajevo) e non lasciate cose in macchina (meglio ancora, lasciate la macchina in garage e andate a piedi o prendete i taxi che costano poco). Per chi si intimidisse di fronte a queste raccomandazioni, vi invito a girato a Roma su un autobus durante l’ora di punta, o andare in metrò a Milano in Stazione Centrale, guardando a testa in su e con delle cuffie nelle orecchie. Se vi ritrovate addosso le mutande è tanta roba.

Già che parliamo di città, sconfino di regione, ma non di Stato e visto che non l’ho ancora fatto, mi autopromuovo, perchè da pochi mesi con un’amica abbiamo pubblicato una guida turistica non convenzionale su Sarajevo. Maggiori info ed e-book a prezzo popolare qui: http://www.oltre.it/biblioteca/store/comersus_viewitem.asp?IdProduct=3159

Cosa c’è di bello in Bosnia? Al di là delle città, come Sarajevo e Mostar, la Bosnia è territorio non contaminato, con poche industrie. Il che significa che potete godere di una natura verde e rigogliosa. Alle tracce d’arte e antichità più o meno in rovina che incontrerete sul vostro cammino, non dite di no ai fiumi e alle montagne. In particolare, nella Valle della Una.
La Bosnia vi offre stellate, silenzio, cascate, sentieri, formaggio appena fatto, rakja e cevapi, acqua trasparente e semplicità delle persone.

Ma ci sono le mine? Sì, ma non è mica così facile pestarne una!!! Vuol dire che siete usciti da un sentiero probabilmente in mezzo a una montagna che è stata linea tra gli eserciti o che siete finiti in mezzo a edifici distrutti e dunque in un posto dove non dovevate essere. Molto banalmente, le mine non spuntano nei praticelli come funghetti che voi andate a raccogliere qua e là.  Per cui mi viene quasi da dire che dovete andarle a cercare, per trovarle!
Se volete fare percorsi di trekking la Bosnia vi regalerà paesaggi splendidi. E’ sufficiente che vi rivolgiate ad esperti del settore (a fondo post metto un paio di recapiti) che vi daranno le indicazioni migliori.

Macchina, camper, moto, mezzi? Partiamo dal presupposto che girare la Bosnia coi mezzi pubblici non è semplice. Si tratta sopratutto di prendere autobus (affascinante il sistema di aria condizionata, ovvero viaggiare con il portellone aperto) e pochissimi treni (ma alcune tratte come la Mostar Sarajevo sono senza prezzo per i panorami che vedrete). Invece con mezzi propri, andate tranquilli. Buone strade – buon asfalto – un sacco di benzinai –  meccanici – gommisti –  autolavaggi. Il navigatore non è sempre fedele su queste strade, per cui armatevi di mappe (ma non sono fedeli nemmeno loro!) e magari di un vocabolario con l’alfabeto latino e cirillico (in Republika Srpska si usa quest’alfabeto), ma sopratutto chiedete. Troverete molta gentilezza (e poca precisione!). Per i camperisti (e i tendaioli), la Bosnia non offre molti campeggi e aree attrezzate. Il che vuole anche dire che non ci sono particolari limiti o divieti!
Per gli amanti del 4×4, della bicicletta e della motocicletta, just enjoy! Qualche idea ve la può dare:  http://www.advrider.com/forums/showthread.php?t=858799

Posso pagare in euro? Diciamo che nei posti più serviti, potete pagare in euro, ma nei chioschi, nei negozi più sfigatelli e lungo la strada non è scontato che accettino questa valuta. Un tempo era praticamente la norma, ma da un paio d’anni si sta cercando di tutelare la propria moneta (il marco convertibile cioè 1 marco circa 0,50 €) quindi non è scontato che riusciate a pagare in pregiatissimi euro.
Io trovo che la via più comoda sia quella del bancomat per prelevare direttamente in valuta e senza strane commissioni o cambi sfasati. Voglio dire che, a meno che non abbiate delle condizioni di prelievo folli sulla vostra carta, con 2,50 euro di commissioni (di solito) potete prelevare sino a 480 marchi al giorno (e sono un sacco di soldi). Inoltre, nei posti più grandi o più avvezzi al turismo, potete pagare con carta di credito o bancomat (hotel, ristoranti, benzinai, supermercati etc). Insomma, la Bosnia non è la giungla, ma un paese europeo che sta raggiungendo il passo.
Ad ogni modo, ci sono sportelli di cambio o filiali bancarie in tutte le cittadine (e ci sono anche banche italiane, come Intesa e Unikredit)

Il telefonino, prende? Ahjajajaja sono note dolenti! Il telefonino prende, ma siete sicuri di voler pagare 8milionidimiliardidimilioni di euro per mandare un SMS o peggio, aprire un mutuo per fare una chiamata? Il telefonino prende, ma il roaming è caro…. Valutate se comprare una schedina SIM locale, o se dare poche notizie solo se dovete. Oppure, attaccatevi a una delle tante reti WiFi gratuite e pensate che in Italia non siamo ancora di offrire questo servizio così capillarmente come in Bosnia.

Sono vegetariano… Oh come mi dispiace.

Ah ah. Scherzi a parte (e cmq non scherzavo) il vegetariano è una tipologia di persona poco presa in considerazione da queste parti, ma non vuol dire che non troverete alternative. Non sempre e non ovunque, questo sia chiaro (più il posto è piccolo e fetente, più dovrete mangiare insalata di cavolo e forse formaggio). Ad ogni modo una pekara (panetteria) o qualche chiosco di frutta e verdura, possono fare al caso vostro. Per non dimenticare le pizzerie, onnipresenti anche in balcania.

Fa caldo? Fa freddo? Piove? C’è il sole? Beh, diciamo che non essendoci più la mezza stagione da nessuna parte, troverete lo stesso clima che c’è da noi, ovvero estati torride e inverni freddi. Vantaggi: non ci sono molte zanzare, in questi posti (in Erzegovina però è un’altra storia) e di sera vi toccherà a volte mettere la felpa (e di nuovo, l’Erzegovina non fa testo).

Ovviamente ci sono mille altre curiosità a cui andare incontro, ma per quello potete chiedermi in privato o nei commenti.

Questo è un breve elenco di cose che ho consigliato ai volontari del progetto Terre e Libertà (http://terreliberta.wordpress.com/) che in questo periodo stanno facendo i campi di lavoro nella zona.

TURISMO NEL CANTONE DI UNA SANA

 Štrbaćki Buk: spettacolare salto del fiume Una nella zona del Parco Nazionale. Si arriva con la propria auto (partendo da Orašac) sino all’ingresso del PN. Pagato il biglietto (5 KM – sconti su gruppi) si viene portati all’area attrezzata. Un sentiero con passerelle porta al salto dove ci sono diversi punti panoramici.

E’ possibile fare il bagno e organizzare picnic nella zona attrezzata. Non c’è acqua (fino a un mese fa stavano ancora portando i tubi) pertanto meglio organizzarsi portando bibite con sé.

strb buk


Martin Brod:
un piccolo villaggio attraversato dalle acqua. Val la pena fare il giro delle cascate e dei piccoli mulini più o meno in funzione e incontrare il vecchietto che si occupa della lavatrice ecologica. Da lui si possono acquistare farine non trattate (mais, grano, grano saraceno). Si consiglia di terminare il giro con una cena da Veljko del Motel Unac degustando le sue trote.

martinbrod

Kulen Vakuf: il piccolo centro ha un’aria serena e tranquilla, nella piazza principale c’è l’associazione di Donne di Kulen Vakuf. E’ possibile andarle a incontrare, bere un caffè e volendo chiedere un pranzo tradizionale. Souvenir artigianali a disposizione.

zene KV


Bihać:
il piccolo capoluogo cantonale non offre molto a livello turistico, tranne qualche reperto in centro. Non vale la pena una visita ad hoc con grandi aspettative, ma è senz’altro un posto adatto per i locali e i bar, sparsi ovunque.
Appena prima della città, venendo dal confine, potete aggirarvi per un monumento di Bogdan Bogdanović, un architetto e urbanista del periodo socialista che costruì memoriali in giro per tutta la jugo. Qui il monumento in memoria della strage fascista di Garavice.

Bosanska Krupa: val la pena fare un giretto sulla Stari Grad (la città vecchia) e poi passeggiare tra le isolette sulla Una, ma sopratutto organizzare una gita su una canoa ecologica, sino alle sorgenti del fiume Krušnica. Arrivati lì si può organizzare una grigliata. Anche in questo caso va portato tutto con sè (bibite, cibo, carbonella).

krupa

Rafting sul fiume Una: ci sono due tappe possibili, la prima da strbacki Buk a Lohovo, la Seconda da Kostela verso Krupa. La prima tappa ha di bello i primi 4 salti (sotto Štrbacki Buk) ma poi diventa una tavola piatta su cui pagaiare (e costa anche di più) mentre la seconda è più facile, ma con più rapide, un paesaggio bellissimo nel canion della Una e diverse spiagge dove fermarsi e fare il bagno. La durata del Rafting è di circa 4 ore, si va in 8 per ogni gommone, le attrezzature vi vengono fornite insieme alla grappa e alla birra. Un amico che organizza rafting si chiama Veljko Biukovic (personaggio fenomenale) al costo di 25 euro a persona.

rafting

Lohovo: Al termine del rafting (o un qualunque giorno durante la settimana) potete andare a fare una degustazione di prodotti tipici presso una delle famiglie della rete di B&B istituita tramite il progetto “Una valle rinasce” nel PN della Una, nel villaggio di Lohovo (a 17 Km da Bihac in direzione Ripac). Il pranzo tipico costa 12,5 euro. A questo potete sommare una piacevole passeggiata lungo il fiume che vi porta in venti minuti al Troslap (i tre salti) e un bagno con le persone del posto.

Per chi volesse, è possibile pernottare nelle case delle famiglie, a 15 euro per notte e colazione.

b&b


Ostrožac:
sulla strada che porta da Bihać a Cazin, si stacca sulla destra una stradina laterale che vi porta alla Città vecchia di Ostrožac. Si tratta di un’antica fortezza probabilmente di epoca romana, successivamente rimaneggiata dagli ottomani e infine dagli austriaci. All’inizio del ‘900 un bizzarro signore vi costruì una villa padronale in stile gotico, ancora visitabile. Durante le guerre del Novecento ovviamente aveva funzione bellica e oggi è abbandonata a un triste declino, nonostante tutti gli anni vi si tengano le colonie artistiche di scultura e pittura. Per gli amanti di Dracula.

ostrozac


Bužim:
qui si può visitare la Spomen Soba (stanza della memoria) della 505 Viteške bužimske brdske brigade. Un piccolo museo dove sono conservati cimeli della guerra 92/95. Verificate gli orari di apertura. Il custode sarà felice di raccontarvi la sua esperienza.

Gite fuori porta:

Petrova gora (Croazia) – Comune di Vojnic. Ospedale partigiano e monumento partigiano. Sulla strada che dal confine di Izacic porta a Karlovac, oppure da Velika Kladusa, seguire le indicazioni per Vojnic e poi seguire i cartelli in legno che troverete lungo la strada. Ricostruito in tempo titino, uguale all’originale, si trova un ospedale formato da baracche in legno, in mezzo ai boschi della zona di Petrova Gora. Mai scoperto dai tedeschi e dagli ustascia, diede cure a centinaia di partigiani feriti. Abbandonato a sé stesso, in una natura spettacolare, è un luogo ricco di storia. Nella stessa zona, il monumento ai partigiani (parte di una serie di complessi memoriali voluti da Tito e sparsi in tutta la Jugo per celebrare le imprese dei partigiani), abbandonato e, seppur orrendo nella sua architettura, suggestivo. Entrambi i luoghi sono visitabili, cautela nel monumento che cade a pezzi (si entra scavalcando….).

Plitvice (Croazia): uno dei parchi naturali più belli d’Europa a 30 Km dal confine con la Bosnia. Congestionato d’estate, vale comunque la pena di visitarlo (magari non nel week end o magari scegliendo orari intelligenti a ridosso dell’apertura o della chiusura) preventivando 4 ore di camminata tra passerelle e sentieri, attraversando un laghetto a bordo di un battello. http://it.np-plitvicka-jezera.hr/

Jasenovac (Croazia): a un’ora e mezzo circa da Bosanska Krupa, è un luogo nel quale venne istituito uno dei più crudeli campi di concentramento e sterminio del regime nazista, oggi accoglie un museo e un monumento memoriale del celebre architetto Bogdan Bogdanovic. http://www.jusp-jasenovac.hr/

Željava: non ho ancora capito quanto se ne possa parlare liberamente e quanto no, cmq io ci sono già stata diverse volte e ho visto che ci va sempre un sacco di gente. Si tratta di una base aerea con diverse piste che terminano all’interno di una montagna. Trovandosi al confine tra Croazia e Bosnia (ed essendo or ora la Croazia entrata in UE) non è proprio legale andarci, nel senso che senza accorgervene state attraversando le barriere invisibili tra due stati. Inoltre, la base è stata distrutta e fatta saltare per aria nel ’92, quindi l’aria nelle gallerie non è per niente salubre ed è tutto a rischio di crolli. Senza luce e scarponcini non entrate nelle gallerie. E infine come se non bastasse, la zona intorno è minata.

DETTO QUESTO: E’ SICURAMENTE UN POSTO FIGHISSIMO (ma non posso dire altro).

zeljava

E ADESSO, MANGIAMOCI SOPRA!
Tra i ristoranti da segnalare nella Valle della Una..

1)     OPAL di Bihac. Cucina molto varia, ottimo servizio, stupenda terrazza sulla Una.

2)     MLIN. Sulla strada tra Bihac e Ripac, offre pochi piatti, il clou è l’agnello allo spiedo tutti i giorni, da accompagnare con insalata, lepinje (pane arabo caldo) e kajmak (crema di formaggio) fresco. Ottimo anche per i cevapi e le trote alla griglia. NON ADATTO AI VEGETARIANI. Ambientazione fenomenale con passerelle nel fiume Una. Va bene anche come tappa per una bibita, un caffè turco o una Baklava.

3)     KOSTELSKI BUK. Dopo Bihac in direzione Cazin/Bos. Krupa. Ristorante stiloso, con cucina molto variegata. Ottima posizione, con terrazza di fronte a un salto sulla Una.

4)     MAKABA. A Bosanska Krupa in direzione Novi. Palafitta sul fiume (strana sensazione di stare in nave) ha una cucina standard, ma buona. Lenti nel servizio!

5)     KOD SEJE. Dopo Bosanska Krupa all’incrocio con il bivio per Cazin sulla strada M-14.2. Uno dei migliori agnelli allo spiedo della regione. In pratica c’è solo quello da mangiare.

6)     UNAC. Martin Brod. Il posto in sé è terribile, ma Veljko, il locandiere, è amico da anni. Molto buona la trota alla griglia e le patatine fritte (quelle vere, non surgelate!). Se lo avvisate per tempo vi prepara qualcosa anche per i vegetariani. Degustate la grappa di Corniolo, tipica del territorio di Drvar e Martin Brod.

Ovviamente, come in tutta la Bosnia, potete poi mangiare a qualunque ora e più o meno in ogni luogo, per delle cose veloci ci sono le buregdzinice e le cevabdzinice, oltre che le classiche panetterie (pekare) aperte 24 ore su 24.


Brochures turistiche, mappe e siti in inglese:

Per gli amanti dell’Outdoor e del turismo sostenibile, loro sono i migliori: http://greenvisions.ba

Sempre in tema outdoor, ma nella Valle della Una, chiedete di Lipa e organizzate un trekking sulle cime del cantone di Una Sana: http://www.limit.co.ba

Tempo di smartphone = tempo di apps, ecco la guida di Oxfam al turismo sostenibile in Bosnia: http://www.oxfamitalia.org/scopri/oxfam-italia-in-see/bih-travel-guide-application-updated

E qui, un po’ di materiale informativo sulla valle della Una, il parco nazionale della Una e qualche gita fuoriporta…

http://www.unaspringoflife.com/en

http://www.unaspringoflife.com/pdf/una1514198665.pdf

http://www.unaspringoflife.com/pdf/una1795215091.pdf

http://nationalpark-una.ba/eng/index.php

http://nationalpark-una.ba/eng/mapaNP.php

http://www.crobihtour.com/index.php/en/

http://www.crobihtour.com/katalog/

ebbene sì, ce l’abbiamo fatta. nello scorso week end io e il mio collega abbiamo termianto l’esplorazione del sistema Zeljava. cioè l’aeroporto militare segreto e la postazione radar.
dopo un primo tentativo finito con 40 km di sterrato e di erba alta, abbiamo trovato la salita per arrivare alla cima della montagna Pljesevica, il Vrh Gola Pljesevica, dove ancora oggi si trova una postazione radar visibile dalla strada di Bihac.

e quindi, domenica mattina, dopo aver macinato alcuni km di sterrato (11 – nemmeno troppo se non che avevamo comunque ricannato strada quindi abbiam dovuto rifarne la metà) siamo arrivati nella postazione radar sulla montagna al confine tra croazia e bosnia, a 1646 metri.

e caspiterina, che posto! dal punto di vista del paesaggio e della montagna è eccezionale, ma la storia più bella è che da lassù si vede sotto l’aeroporto di zeljava con le sue piste, ma sopratutto c’è accesso alle gallerie scavate nella montagna. un sistema incredibile, utilizzato durante il tempo di tito e in collegamento con il cosìdetto chalet di tito, una specie di nido dell’aquila in cui c’erano gli alloggi del personale della base. e poi, sotto le postazioni radar, corrono gallerie su gallerie in un reticolato kilometrico e profondo, un bunker antinucleare con porte d’acciaio spessissime a chiudere i singoli settori.

la base era utilizzata dall’esercito JNA e in seguito dai serbi sino al 1995, ma è stata poi completamente distrutta, sopratutto la parte esterna, cioè gli alloggi. questo avvenne in agosto del 1995, nel momento dell’arrivo delle truppe croate musulmane che avanzavano con l’operazione Oluja nella riconquista del territorio della Krajina.

successivamente la base data la sua posizione strategica, è stata usata nella parte delle gallerie dalla Sfor canadese, dal 1995 sino al 2004, attraverso il susseguirsi di diversi contingenti nella così detta operazione Palladium.

oggi, è tutto lasciato andare ma è come se il tempo fosse fermo. fuori ci sono le trincee e i posti di osservazione della guerra jugoslava, ci sono le ossature del sistema di radar del periodo del titoismo e lo spiazzo dell’elicottero ancora chiaramente riconoscibile, poi c’ la base con la parte degli alloggi cioè lo chalet, una costruzione spettrale, devastata, con macerie e mobili ovunque, vestiti militari, le cassette di munizioni vuote e alcuni ordigni inesplosi in un angolo poco visibile (o senza spoletta? cmq non abbiamo controllato…). scendendo nelle viscere della terra, al buio, nell’umidità c’è la parte delle gallerie con ancora i letti dei soldati canadesi e i graffiti dei soldati lasciati sulle pareti (impossibile non pensare a quelli di srebrenica e potocari).

esperienza emozionante, spaventosa, eccitante, che ci ha fatto molto riflettere sul sistema titoista, sulla mania e sulla preparazione di bunker e basi e sistemi militari avanzatissimi e poi il collasso, la guerra, l’intervento delle nazioni unite e la nato e poi le mine e gli effetti a “scoppio” ritardato che ancora oggi infestano questi paesi….

ad ogni modo, io e il mio collega ci siamo preparati a questa avventura, leggendo siti e pagine web e forum e cercando mappe, video e foto. e quindi eravamo attrezzati con scarponi, k-way e torce elettriche, che sono fondamentali se si vuole esplorare la parte di gallerie.
per arrivare ci siamo basati su googlemaps satellite seguendo la strada curva per curva e andando a intuizione, anche grazie alle utili indicazioni di chi era stato prima di noi, in particolare quella in cui venivano citati i pali gialli e neri per segnalare la strada in caso di neve, lasciati dalla sfor. è stato riconoscendo uno di quei pali visti in un video che abbiamo capito che eravamo sulla strada giusta.

…. alla fine del nostro giro, sulla strada del ritorno,  per rendere l’accesso al monte Gola più facile, abbiamo anche costruito un cartello segnaletico…che questo sia ancora in piedi o meno, non lo sappiamo, ma almeno ci abbiamo provato!

Un tranquillo weekend di….

Pubblicato: maggio 8, 2011 in Uncategorized
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Ecco che finalmente trovo qualche minuto per poter descrivere le ultime giornate. Che poi potremmo risolvere in due giorni, non che durante la settimana non sia successo nulla, ma per lo più si è trattato di amministrazione, carte, e riesumazioni di contabilità arretrata lasciatami in eredità dal mio predecessore.

Il tutto, la ciccia, però si è consumata nel week end. Perché tutto succede sempre insieme, e le cose si muovono come pezzi di puzzle su un tavolo scivoloso. Tu hai un programma, vorresti che la disposizione generale seguisse il tuo piano, ma non è così. E invece di dormire, via, on the road…

Ma andiamo con ordine.

SABATO (week end parte 1.)

La scuola non finisce mai…
Iermattina sono salita a Konjodor, che è questo posto in mezzo alle colline tra Cazin e Buzim, dove un nostro fido collaboratore si sta smazzando un grosso lavoro (ovviamente ne ha tutti gli interessi) per coinvolgere contadini di vario genere nella parte di programma che qui in breve chiameremo “lamponi”. La cosa è semplice, in pratica è attivato un fondo, che viene erogato attraverso la distribuzione di materiale (piantine attrezzi sistemi di irrigazione letame,
insomma quel che serve a mò di start-up per condurre un’attività agricola). L’erogazione ha un valore (tot piantine valgono tot etc) che viene registrato su un contratto. In 3 tranche e per la durata di 3 anni dal primo raccolto, i beneficiari restituiscono il valore del “credito” attraverso i lamponi stessi (cioè li vendono a chi
glieli compra e qui torna in gioco il fido collaboratore di cui sopra che è un esportare di frutti di bosco, funghi e altro che quindi garantisce l’acquisto a chi produce e ne fa un suo business a sua volta).

La restituzione del valore di cui sopra viene rimessa nel fondo che poi viene rimesso in circolo allo stesso modo allargando la rete dei beneficiari.

Morale: quando si includono nel programma nuovi contadinotti che sinora si sono occupati di cetrioli pomodori e chissaché noi oltre al materiali forniamo una formazione, e quindi ieri a scuola tutti a lezione di lamponi!!! Che bello, i contadinotti tutti seduti al banco che prendono lezioni, con le loro manone adatte alla vanga, a scrivere appunti su foglietti. Una genuinità incredibile.

Nella base segreta di Tito

Nel pomeriggio, vista la bella giornata di sole (oggi invece giornata folle, la mattina un sole pazzesco e adesso c’è una tempesta in corso) io e il mio collega decidiamo di fare una gita. Andiamo al fiume? Naaa. Andiamo per castelli? Naaa. Andiamo per sentieri in bicicletta? Naaa. Tutte belle mete, ma ci sentiamo stimolati da ben altro, perché il kolega qui conosce questa base nascosta sotto la montagna, costruita dall’esercito jugoslavo ai tempi di Tito e pare che ci sia ancora la possibilità di visitare le piste.

Mi informo un po’ leggo resoconti di viaggio, leggo le indicazioni di chi ci è stato, scovo foto e mappe del posto… E insomma, ok andiamo a Željava… http://en.wikipedia.org/wiki/%C5%BDeljava_Air_Base

Le raccomandazioni dicono: il posto è minatissimo, è al confine tra Croazia e Bosnia e ci sono le ronde che controllano, i tunnel sono pericolosi a rischio non vi addentrate… ECCCHEFIGO!!!!! La mia meta ideale!

Ciao Mamma, guarda come mi diverto

Effettivamente il tutto è un po’ spettrale, man mano che ti avvicini, la strada si stringe, la vegetazione ricopre l’asfalto e i cartellini rossi coi teschi non invitano alla raccolta dei funghi… Andiam pianin pianino, a un certo punto arriviamo a un cartello che dice: vietato l’accesso – area di frontiera Bosnia Erzegovina. Facendo finta di niente, procediamo, lungo una strada che conduce a un posto di frontiera abbandonato… Al di là dei soliti cartelli rossi coi teschi, riconosciamo il classico tipo di “fondo” da pista da aeroporto (i blocconi di asfalto)… Ci giriamo e cazzo, la strada effettivamente è una pista!!! Studiamo la mappa e scopriamo di trovarci sulla pista numero 2. Come da istruzioni trovate in internet…

A quel punto lancio la Panda sulla pista d’aeroporto, evitando le buche lasciate dalle bombe sganciate sulle piste durante la guerra. Dicono che quando l’esercito jugoslavo (JNA) ha fatto saltare la base sotto la montagna per evitare che altri la usassero, la città di Bihac abbia visto il fumo continuare a uscire dai tunnel per 6 mesi!

Ad ogni modo seguendo la mappa percorriamo un po’ di piste, fino a che non vediamo che i cartelli rossi delle mine lasciate dal BhMac (Bosnian Mine Action Center) finiscono, il che significa che siamo entrati “illegalemente” in Croazia (dove non c’è nemmeno un cartelluccio con il pericolo di  mine e dove le piste non sono state bombardate, del resto l’esplosione è avvenuta nel 92 durante il conflitto bosniaco).

Il nostro obiettivo però sono i tunnel, e quindi, percorsa per intero la pista 3 eccoci! Tutto è come abbiamo visto nelle foto, l’entrata a forma di “stella” (che serviva per far uscire la coda degli aerei) e i tunnel laterali. Entriamo e avendo delle torce veramente cacate (il mio collega ha quella a carica manuale quindi fa un casino e basta e la mia duracell cmq è troppo fioca per illuminare la vastità delle gallerie) non ci inoltriamo troppo dentro la montagna.

Ad ogni modo fa IMPRESSIONE! E’ un posto in cui la vegetazione sulle piste si è ripresa il territorio, non si vede niente per chilometri, questa base enorme abbandonata è segno della fine di un’era in cui si sognava grandezza e potenza e questo è il risultato…macerie, bombe e abbandono.

 

Abbandonate le gallerie riprendiamo e decidiamo di percorrere tutte le piste, senonchè ci accorgiamo a poche centinaia di metri che c’è qualcosa che assomiglia a un gabbiotto di confine, giriamo la macchina ma due minuti dopo un poliziotto in jeep ci accosta e ci ferma…bosniaci…

Sono un po’ stupiti che noi siamo lì (del resto che ne sanno, due italiani con una panda gialla, inj una base abbandonata che cacchio ci fanno lì???)… Morale, io parlo inglese, sorrido e faccio la demente, il mio collega parla bosniaco come se fosse un bambino di prima elementare sorridendo pure lui, e diventiamo a breve amici del poliziotto che si beve la mia splendida storia di un amico motociclista italiano che è venuto lì l’estate  prima e mi ha fatto vedere le foto e allora anche noi abbiamo visto in internet la mappa etc e siamo andati.

Il poliziotto in verità non è arrabbiato, anzi, però ci mette in guardia dicendo che è pericoloso che ci sono le mine e i tunnel non si possono visitare (sì, va beh)….E a un certo punto mentre il collega prende i dati dei documenti ci dice: ci sono 4 tunnel, era un base grandissima, enorme, ah sì, a quei tempi. Insomma è un dannato jugoslavo titoista che rimpiange il grande maresciallo che ci dice di come si stava meglio di quanto la jugo fosse un posto bello e che era una grande potenza e aveva l’esercito + grande d’europa e che blabla e che la base era stata costruita in dieci anni e che era la migliore tecnologia russa e blabla. Insomma io amo questo poliziotto, perché è di una fede socialista così spassionata in un posto così dimenticato da dio e così simbolo di quel che lui ci racconta che dai, come fai a non amarlo? parla inglese malissimo, bosniaco, e sorride e ci racconta dell’esercito e della guerra e di quanto tutto sia andato in vacca…

va beh, alla fine, nema problema, non c’è problema. ci avvisa che abbiamo sconfinato e che adesso arriverà la polizia croata e di non preoccuparci e di tornare indietro e non andare nei tunnel.

e difatti, mentre io e il mio collega sghignazziamo, arriva una jeep. Un ragazzo e una ragazza probabilmente appena usciti dall’accademia che anche loro stupiti ci chiedono come cacchio siamo finiti lì e di nuovo io in inglese racconto la balla del mio amico motociclista e bla bla.

controllano i documenti e poi ci mandano a casa (senza grossi racconti perché per loro siamo esseri strani venuti da chissà quale pianeta e finiti in un posto improbabile seguendo googlemaps e loro sono nati forse 20 anni fa quindi il socialismo è qualcosa di antico e sconosciuto che ha solo portato alla creazione di nuovi staterelli).

la cosa divertente è che non ci scortano fuori dall’area proibita ma ci dicono solo la strada e ci indicano pure i tunnel se vogliamo vederli……BAHHHH!

(PS a proposito di motociclisti, uscendo dalla base incrociamo sulle piste un gruppo di almeno 8 moto di sloveni, quindi qualcosa di vero c’è…).


IL MILAN CAMPIONE D’ITALIA

Contenti della giornatina raggiungiamo un caro amico a Bosanska Krupa dove insieme a lui, milanista come  noi, vediamo in un localaccio la partita che consacra la nostra amata squadra Campione d’Italia. Alla fine del match, ci abbracciamo e festeggiamo. La gente ci guarda un po’ male, in effetti sembriamo 3 pirla, ma tant’è, la ciliegina sulla torta!

PSSSS: Mamma non ti arrabbiare!
PSSSSS2: Appena ho tempo carico le foto di oggi, e vi racconto un po’ di storie partigiane, siamo andati per monumenti (Kozara).