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I temi da scegliere per cominciare bene il 2012 bosniaco non sono pochi. In primis qui, subito dopo Natale, hanno formato il nuovo governo (dopo 14 mesi di empasse e rimpalli di responsabilità da parte dei partiti politici – inutile dire nazionalisti – al potere). L’accordo tra le 3 parti (del tutto fumoso per ora) prevede una certa volontà di mettere a posto alcune cose, tipo la legge sul censimento (che non si fa dal 1991) e altre situazioni che dovrebbero finalmente aprire la lunga strada verso l’Unione Europea. Come si dice da noi: ha da passà a nuttata…. Ma per ora dovrebbe arrivare una bella iniezione di fiducia da parte del Fondo Monetario Internazionale (leggi: denaro liquido sonante nelle casse dello Stato = altri soldi da spartirsi e sputtanarsi tra gli amici).

Quel che però mi colpisce di più è una notizia di un paio di giorni fa: chiude il Museo di storia contemporanea di Sarajevo.
20 anni dopo l’inizio della guerra in Bosnia.
Motivo scontato. Banalmente, pochi visitatori, troppi costi.

Chiude dopo che altre istituzioni culturali della città hanno già chiuso e altre ne chiuderanno.

Chiuso perché celebra la resistenza e lo spirito multiculturale di una città, che oramai si è perso e ora, dopo quindici anni di politica estremista e nazionalista, si può finalmente cancellare le tracce di un passato che a qualcuno dà fastidio. La storia di chi ha saputo vivere insieme, nel periodo del Male, facendo del Bene.

Un po’ mi piange il cuore.

E’ uno dei miei primi ricordi. Nel febbraio del 1997 quando arrivai per la prima volta nella capitale ancora distrutta, vuota e umida, mi ricordo che ci fermammo col furgone proprio di fianco a questo basso edificio bianco, appena di fronte all’Holiday Inn.
E mi ricordo due cose,  sulle pareti bucherellate dell’edificio, come se fosse una foto che ho stampata in testa indelebilmente: la scritta Pazi snajper! (attenti al cecchino) e il poster del Papa che diceva: Niste sami, Papa je sa vama! (non siete soli, il Papa è con voi. Scritta che poi venne modificata col solito humour sarajevese, a seguito della disdetta della visita del Pontefice in: Niste sami, Papa jebi Vama! Non siete soli, il Papa vi fotte!).

Negli anni successivi numerosi investimenti per la ricostruzione diedero una mano di bianco all’intera città, vecchi edifici ristrutturati, altri distrutti per fare spazio alle nuove costruzioni in vetro e metallo della “city” o a scintillanti ed enormi centri commerciali uno via l’altro (come quello Turco che sta per sorgere negli spazi della Fabrika Duhana Sarajevo, la Fabbrica di Tabacco).

In tutta questa frenesia del mattone anche lo Zemaljski Muzej venne ristrutturato per fare spazio alla ritrovata Haggadah, ma nessuno si curava del suo fratello minore, il bianco cubetto socialista poche centinaia di metri più in là, sul viale dei cecchini.

Sin quando un tale Renzo Piano non ridiede forza e non rilanciò un’idea già nata ai tempi dell’assedio, quando oltre che resistenza fisica alla morte, si faceva resistenza culturale.
Dare vita a un’isola dei Musei, dando risalto a quelli già presenti, progettandone di nuovi e raccogliendo opere da autori di tutto il mondo e creando uno spazio per esposizioni permanenti all’aperto (quali la sarcastica scultura di Soba, che ringrazia la comunità internazionale riproducendo in grande una scatola di carne in scatola, Ikar, dal contenuto misterioso e dalla data di scadenza non definita, che veniva inviata ai cittadini sotto assedio come aiuto umanitario).
Per dar forza all’idea, il buon Renzo donò a Sarajevo il ponte pedonale che da Grbavica porta sul viale dei tigli, la promenade sulla Milijacka, la Vilsonovo setaliste.
Questo è (in effetti è ancora in corso, ma forse si potrebbe dire era) il progetto Ars aevi (i più scaltri vedranno che si tratta di un geniale anagramma di Sarajevo).

Detto fatto, anche il piccolo edificio bianco con le scale sgangherate, tornò a nuova vita. Certo, sempre tutto bucherellato, e con l’ingresso un po’ nascosto. Ma comunque riaperto.

Il museo, oltre che custodire vecchie polverose statue di Tito e del tempo di Tito, ha in cortile un giacimento di carcasse di mezzi militari che durante l’epoca socialista piacevano tanto e che ora in parte sono finite nell’adiacente giardino del Tito bar (che paga un affitto al Museo per l’uso di alcuni suoi spazi), dal 2003 ospita una mostra permanente sull’assedio.
Nel salone del piano superiore sono conservati oltre che numerosi articoli di giornale, locandine degli eventi culturali ai tempi dell’assedio e fotografie, divise e fucili dell’Armija, insieme a numerosi e stravaganti oggetti di uso comune, sia ad uso bellico (fucili e altre diavolerie per sparare fatti in casa) che per la vita quotidiana in una città assediata.
Si va dalle stufe fatte con i barili dell’olio, ai generatori ricavati dalle batterie dell’auto oltre che tutti i tipi possibili e immaginabili di conserve e scatolette che arrivavano come aiuti umanitari.
C’è anche la ricostruzione di una casa durante l’assedio (abitazioni che venivano ridotte ai minimi termini, utilizzando solo gli spazi senza finestre per ridurre il rischio delle granate e dei proiettili e per risparmiare sul riscaldamento) e una bancarella autentica del mercato all’aperto, tristemente celebre per la strage dell’estate del ‘95.

E poi ci sono i libri di ricette: come fare una torta senza zucchero farina e uova, o un manuale per “sopravvivere agli aiuti umanitari”.
Le sigarette fatte su nella carta di giornale.
Le copie di Oslobodjenje stampate su un foglio solo perché non c’era la carta.
La prima bandiera coi gigli che sventolò sul Parlamento al momento della proclamazione di indipendenza.
E un cartello “Pazi snajper!” scritto su un pezzo di cartone, con la vernice bianca, che tutti noi abbiamo visto in Tv o sulle foto dei giornali.

La celebrazione della volontà umana di non piegarsi alla barbarie, ecco cos’era questa esposizione. La capacità del’uomo di inventare, di improvvisare, di resistere a una morte ingiusta.

E ora chiude questo luogo di memoria e resistenza, la luce si spegne sulla splendida vetrata di Voje Dimitrijevića che ci ricorda: Morte al Fascismo, Libertà al Popolo!
Motto dell’era socialista che oggi più che mai diventa di attualità.

Eh sì, perché per me non è la crisi, la ragione della chiusura del Museo. Né a Sarajevo, né da noi.
Ma è un ritorno di un fascismo inteso nel suo sinonimo oppressivo, rigido, chiuso, un fascismo mentale che ci ottenebra, che subiamo passivamente e che tarpa le ali alle idee, alla libertà e al diritto di espressione.
Stiamo assistendo immobili e impassibili a tagli della cultura, incapaci di reagire, inchiodati davanti al nostro I-phone, giochiamo con gli amici e la famiglia con la nostra Xbox, scarichiamo musica e film e non andiamo più ai concerti, al cinema e alle mostre d’arte. I teatri chiudono, i fondi per gli spettacoli e per gli attori non esistono più, ma noi stiamo zitti. In fondo è roba da intellettuali.

E chiude, il museo di Sarajevo, poche persone provano a opporsi al lento spegnimento di questo e altri luoghi di cultura di questa misera capitale nel cuore d’Europa, eppure così ricca di piccoli gioielli da scoprire, così brillante di notte dall’altro, così calma nel silenzio della sua valle d’inverno, quando le macchine non girano bloccate dalla neve.

Sì, chiude questo piccolo museo, e ciò che contiene. Ma forse nel Maggio 2012 nascerà un museo “virtuale”, a memoria dell’assedio, voluto da un consorzio di teste dure, tra i quali la compagnia di produzione indipendente FAMA che durante la guerra filmò e documentò la vita di tutti i giorni in Sarajevo realizzando un documentario di 5 e che pubblicò la celebre Sarajevo Survival Guide e l’altrettanto celebre Sarajevo Survival Map, a topography of life and death. O quelli del MESS gli organizzatori del Festival di Teatro Internazionale di Sarajevo che pubblicano nella loro homepage una lettera di sconcerto e reazione alla chiusura del Museo di storia contemporanea (e alla probabile imminente chiusura dello Zemaljski Muzej).

In conclusione, noi la lezione l’abbiamo già ricevuta. Sarajevo, la Gerusalemme europea, dalle sue ceneri è risorta e ha resistito al fascismo delle bombe e della pulizia etnica e ha saputo ridere dei suoi aggressori e di sé stessa ed è questo che l’ha salvata. E noi, tutti noi, ci salveremo?

 “Dietro le palpebre chiuse, ho visto come Sarajevo, così distrutta e così amata, amata come mai prima d’ora, si sollevava da terra, iniziava a volare e volava via, volava là dove tutto è placido e beato, volava nella più profonda interiorità della realtà, là dove può essere amata e sognata, là da dove ci può ridare la luce di una percezione di senso e di scopo. Ma questo vuol dire, Dio mio, che alla mia Sarajevo ho già rinunciato? Vuol dire che in questo mondo non esiste più la Sarajevo che conoscevo e amavo”? (D. Karahasan, Sarajevo, il Centro del mondo).


E per approfondire, ecco un po’ di fonti: 

Articolo con foto sulla chiusura del Museo (in BCS): http://www.radiosarajevo.ba/novost/71004/treca-je-pala-historijski-muzej-je-zatvoren

Video di presentazione del progetto realizzato dall’Università di Elettrotecnica Museo virtuale “Oggetti della guerra di Sarajevo” con gli oggetti conservati nel Museo di Storia Contemporanea: http://www.youtube.com/watch?v=lbz1_rELB0Y

Il progetto del’Università “Oggetti della guerra di Sarajevo”, oltre al video di cui sopra, per ogni oggetto ci sono filmati di vita reale, riproduzioni video, foto e altre risorse: http://h.etf.unsa.ba/srp

Il sito del Progetto culturale Ars Aevi: http://www.arsaevi.ba/

La lettera dell’autore Nejbosa “Soba” Saric sulla sua opera, la scatoletta Icar (in inglese): http://balkansnet.org/zamir-chat-list/transfer/nss/eng.html

Estratto della Sarajevo Survival Guide della Compagnia multimediale FAMA (in inglese): http://www.friends-partners.org/bosnia/surintro.html

Fotogalleria di Sarajevo durante l’assedio: http://www.sa92.ba/v1/index.php

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