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Da dicembre dell’anno scorso, la Bosnia ha visto un crescente afflusso di persone in fuga da guerra e persecuzioni. I numeri, piccoli all’inizio, non hanno destato particolare allarme. Si trattava in particolare di giovani uomini che avevano trovato ricovero nei parchi e nelle strutture abbandonate intorno a Sarajevo. Decine, una cinquantina, adesso si dice siano quasi duecento. Da un mese circa, i numeri si stanno alzando. Agli uomini si uniscono le famiglie con bambini, i paesi di provenienza stanno mutando e da Sarajevo le persone si spostano verso i confini della Bosnia occidentale, in particolare Bihać e Velika Kladuša. Qui si dice che ci siano quasi 400/500 persone.

Il relativamente facile passaggio lungo le ampie frontiere non controllate tra Bosnia e Croazia, ha dato il via a un movimento sempre più ampio di persone che da due anni si trovano bloccate alle porte d’Europa, lungo la Balkan Route.
La presenza di siriani tra le persone che cercano di uscire dalla Bosnia – per chi conosce la geografia e la demografia dei campi profughi allestiti nei balcani –  fa capire che c’è una rotta meridionale (Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia) mentre la presenza di Afghani e Pakistani indica l’apertura di una rotta nord-orientale (Serbia).

La Polizia croata ha repentinamente messo in campo nuove misure di sicurezza lungo le nuove zone di passaggio, dando il via a respingimenti con uso eccessivo di violenza, come testimoniano le parole dei migranti che incontro a Bihać, che non sono diverse da quelle che mi raccontano i migranti che tentano da anni di attraversare tra le Serbia e la Croazia, al confine settentrionale di Šid.

Persone ferite, cellulari spaccati, passaporti requisiti, soldi rubati. I migranti vengono riportati al confine con le camionette e ributtati in Bosnia, dove, con il permesso temporaneo di richiesta di asilo (durata tre mesi), possono soggiornare regolarmente.

Chi ha i soldi, dorme negli ostelli e negli alberghi e per le categorie vulnerabili (donne con bambini) è l’UNHCR che paga le strutture di accoglienza (ma in particolare a Sarajevo e Bihać cominciano a lamentare il fatto che tra poco inizia la stagione turistica). Chi non ha i soldi dorme nel parchetto di fronte alla biblioteca di Sarajevo o nella zona termale di Ilidža (dove nel frattempo il mondo arabo costruisce resort e alberghi a 8 stelle) o nelle strutture abbandonate distrutte dalla guerra. Esiste un centro per richiedenti asilo a Delijaš, lontano da tutto, tra le montagne poco lontano da Sarajevo. Può ospitare meno di duecento persone, non prende la rete cellulare, non ci sono negozi e tanto meno Internet. I migranti, piuttosto che andare lì, preferiscono dormire sotto le stelle.

A Bihać le persone hanno scelto come loro sede un ex dormitorio per studenti, vicino al campo da calcio e alla facoltà islamica e un ospizio devastato lungo il fiume Una. E’ qui che ogni giorno un team di operatori e volontari della Croce Rossa di Bihać distribuisce pasti caldi, vestiti, scarpe. Anche qui come a Sarajevo all’inizio i profughi stavano nel parco cittadino dove due piccole organizzazioni locali cercavano di aiutare come potevano. Con l’arrivo di numeri diversi e sempre più importanti e con l’attenzione dei media locali in crescita, il sindaco di Bihać ha dato incarico di coordinamento alla Croce Rossa che si sta veramente facendo in quattro per gestire questa nuova emergenza. Parlando con il coordinatore locale, dice che  “si parla di almeno mille persone che arriveranno e resteranno qui prima dell’estate”. E che “attraversare le frontiere con la Croazia sarà sempre più difficile”.

Quello che molti migranti inoltre non sanno è che i confini che vogliono attraversare, lungo la dorsale che da Kladuša scende sotto Bihać, tra i boschi della Petrova Gora, la montagna della Plješevica e le piste abbandonate dell’aeroporto di Željava, sono tra i più minati della regione.

Parlavo di questo con una famiglia ospite al  campo di Bogovadja, dove lavoro in Serbia, che si apprestava ad andare lungo la nuova rotta.

“Hanno aperto un confine, Zilbia!”
“No, i confini sono chiusi, forse alcune persone sono riuscite a passare da una nuova strada”.
“Il nostro smuggler ci ha detto che adesso passeremo dalla Bosnia, basta camion con la Croazia…”
“Se passate dalla Bosnia, vi faranno andare da Bihać, è la cosa più probabile. Ma dovete stare attenti, se vi mandano a piedi nei boschi o in montagna, guardate questo cartello”. Mostro loro le foto che ho scattato alcuni anni fa in tutta quella zona.

La donna si spaventa, conosce il segno col teschio su sfondo rosso. Mi chiede quante ce ne siano. Cerco di tranquillizzarla, ha una bambina piccola piccola, le dico che deve camminare sui sentieri e sdrammatizzo: “se devi fare la pipì, falla sulla strada, non importa se ti vedono”. Ridono. Mi consegnano delle spezie, un quaderno con delle lezioni di inglese e spagnolo, un mini pimer e altre cose personali. Mi dicono: ce le dai quando siamo in Europa.

Loro, come molti altri dei migranti bloccati in Serbia, stanno cercando da anni di attraversare le maledette frontiere. Hanno sentito di qualcuno che ce la fa dalla Bosnia e come molti altri, si stanno rimettendo in cammino. Destinazione finale? Norvegia, Svizzera, forse Germania. Confusi sul sistema d’asilo, sulle leggi e i diritti, sulla geografia. Non hanno niente da perdere, se non la vita. Migrano, come le foglie che si staccano d’autunno e si fanno trasportare dal vento.

Mi arriva un loro messaggio, il 26 aprile: “the smugler cheet to us. There were no car. We stay 2 days in jungel. Last night with a smal boat cross the river and all night walking. There were no guid man. Just show the map to one pasenger and in grups 8 person we came. baby has sick, now we are in tuzla and go sarajevo”.

Stanno aspettando un passaggio giusto, sono in contatto con un trafficante locale “he speak english and arabic”. Ogni giorno cambia piano. “Tomorrow no go, is this holiday in slovenia and croazia,  driver say that is to much police and control”. Mi fa sorridere pensare che né lo smuggler né i migranti sappiano cosa sia il primo maggio “this holiday” che fa aumentare i controlli della polizia…

Sono arrivata a Bihać da pochi giorni e faccio qualche giro alla stazione dei bus, per vedere cosa succede. Vedo dei ragazzi che ho incontrato il giorno prima alla distribuzione dei pasti che salgono sui bus per Velika Kladuša. Io loro li riconosco a distanza, dal modo in cui camminano, dalle loro scarpe, dal taglio di capelli, e dagli zaini che si portano sulle spalle. Uno di loro invece non mi riconosce, e chiede dei soldi al collega di fianco a me, “I need to go to … vka..slladss..”. Migranti alle prese con questa dura lingua slava e l’impossibilità di pronunciare bene i nomi dei paesi.

Al tempo stesso mi rendo conto che sono arrivate delle persone scese dal bus di Sarajevo. Qua dicono che ogni giorno scendono 50/60 persone dalla capitale. Alcune di loro tenteranno di attraversare il confine a Željava o sulla Plješevica, altri più a nord, verso la Petrova Gora. In un piccolo gruppo seduto sul marcapiede vedo una donna col velo con 3 bambini, è la seconda dopo quella che ho visto il giorno prima all’ex studentato. Sono poche, rispetto al numero dei single men che si vedono sinora, ma ieri pomeriggio un messaggio dalla Croce Rossa mi dice che adesso ci sono 160 persone e nuove famiglie sono arrivate, non sanno dove farle dormire.

I volontari sul campo sono affaticati e un po’ disorganizzati, fanno turni in magazzino, per la distribuzione di colazione, pranzo e cena, e non capiscono la mancanza di risposta e l’abbandono da parte del governo e delle grandi organizzazioni internazionali, che possono far solo deteriorare la situazione. Le persone nel Cantone di Una Sana cominciano a raccontare di furti e violenze. Più amici mi raccontano di aver sentito la storia da un amico che ha visto con i suoi occhi come dei migranti chiedessero informazioni e mentre la persona rispondeva venisse rapinata da altri migranti. Questa tecnica pare sia stata messa in atto: alla porta di una casa (e il migrante è entrato dalla finestra) – dal finestrino di un auto (il migrante rubava la borsa dal sedile del passeggero) – per strada (scippo di borsa). In tre posti diversi (Kladuša, Bihać, Otoka). Non credo sia vero, ma il segnale non mi piace per niente. Sono le stesse storie che sentivo quando andavo al confine a Šid. E’ certo vero che il minore controllo delle persone che vivono all’aperto e non nei campi, fa alzare la percezione di insicurezza da parte delle persone del posto. Ed è statisticamente vero che nella popolazione migrante ci siano individui propensi alla violenza o al crimine, così come in un qualunque campione demografico nel mondo. Peccato che la manipolazione di queste persone sia esercizio oramai comune, come tutti sappiamo. Le destre europee e i movimenti xenofobici cavalcano da anni la tigre dello straniero invasore e violento per accaparrare consensi tra la popolazione più ignorante, nascondendo i reali problemi.

Nel frattempo, il governo bosniaco tiene un profilo basso sulla questione, così come l’UNHCR che ha cominciato a indire riunioni settimanali di coordinamento. Al momento sembra che non si vogliano aprire nuove strutture, tant’è che un gruppo di volontari di Sarajevo ha portato e montato le tende davanti alla biblioteca. E’ evidente che non si vuole creare un nuovo imbuto e aumentare il pull-factor per chi dai campi di Grecia e Serbia si vuole spostare. Tra l’altro la Serbia, che da 7.000 profughi dello scorso anno è arrivata ad accoglierne ad oggi meno di 4.000, ha appena ricevuto dall’Unione Europea 10 milioni di euro per gestire i 18 campi governativi per migranti e richiedenti asilo.

Di fatto, per ora, ricade tutto sulle spalle di associazioni, cittadini, volontari piccole organizzazioni. Summer is coming…

“I am ashamed to say that smugler change his speak. Every day he said tomorrow you go but he canceled. To night he swear to God tomorrow he send us”.

Gli rispondo: “smugglers are really bad persons, but tomorrow is a new day, maybe is the good one. Keep safe”.

“Ok, thank you. Inshallah it is”.

 

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In questi lunghi e bui mesi invernali, non sono accadute grandi cose in questo angolo di mondo. Un po’ come se tutti andassero in letargo.

Oltre a spingere alla depressione più profonda, questo stato dell’arte permette di osservare più approfonditamente ciò che ti circonda, nascosto sotto la coltre di neve perenne e di riflettere.

C’è una domanda che mi imbarazza sempre, che mi fanno gli abitanti di qui. Com’è stare qua, ti piace?

La mia risposta standard e molto paraculata è: sai, io sono di Milano, è una città enorme, rispetto a Bihac, quindi per me è un posto un po’ piccolo che offre poche cose, ma la natura e la Una sono incredibilmente belle. Ora già il fatto che io sia una milanese fa capire che di base la natura non è che proprio proprio sia al centro dei miei pensieri quando sono in occidente. Mi interessa di più che la metropolitana arrivi e che si trovi parcheggio comodo in giro.

Cmq, se dovessi rispondere sinceramente alla domanda di cui sopra, la mia vera risposta sarebbe: questo posto è brutto. E le poche cose belle che avete, ve le siete sputtanate.

Da qui, parte la riflessione di questi lunghi mesi (anche se è qualcosa che percepisco sottopelle da anni, da quando frequento questo paese).

Com’è possibile che in questo luogo sia così difficile trovare qualcosa di bello?

Ora, capisco il gusto un po’ demodè nelle case, capisco magari la poca attenzione nei dettagli urbani. Capisco anche quando gli architetti fanno delle grandi caXXate e invece di fare una cosa semplice e sobria la impataccano di porcate che rendono il tutto solennemente kitsch.

Ma è che proprio qui si va oltre.

Brutto. Ecco.

Intanto, non c’è la salvaguardia di quelle che per il resto del mondo sono delle cose belle.

Fortezze, antiche chiese, monumenti, moschee….Intorno a quello che dovrebbe essere un patrimonio, o si costruiscono delle cose orrende, o peggio ancora, si lascia andare alla rovina o si vandalizza irrimediabilmente qualcosa che altrove sarebbe un’attrattiva anche turistica.

Il problema sta in una mancanza di estetica, da una parte. E di una mancanza di educazione, dall’altra.

Intendiamoci: non è che in Italia siamo tutti artisti ed esperti. Non facciamo di tutta l’erba un fascio.

Ma è come se qui mancasse la sensibilità al bello.

L’estetica.

Riprendendo l’origine del significato, “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”.

Ecco: i sensi qui sono offuscati, ottenebrati.

Senza voler scendere troppo in là nella disamina filosofica e psicologica, anche perché non è il mio mestiere, resto convinta del fatto che è come se qui, per via della guerra, della povertà e sotto un certo aspetto anche del governo socialista precedente, non ci sia una percezione condivisa del bello.

Questo dà un potere enorme ai selvaggi, che come ovunque popolano il creato.

Intendo dire: se una minoranza che sa apprezzare qualcosa di bello, non è in grado (per tanti motivi) di difendere questo bello, ci saranno sempre degli ignoranti che non capendo il bello, lo distruggeranno.

Facciamo degli esempi: quest’inverno sono arrivati i cigni. Questa è una cosa normale, nella valle della Una. Arrivano, stanno nei mesi invernali e poi ripartono.

La cosa buffa è che i cigni sono venuti nella palude che circonda casa mia. O meglio: il cantiere del grande centro commerciale Importanne, che mai verrà creato.

Il terreno venduto dal Comune è fradicio, pieno d’acqua. Questa era una zona di paludi, e il nome del quartiere significa porto. La dice lunga. Cmq, i volponi han fatto l’affare, l’Importanne ha cominciato a scavare, e nel giro di poco l’acqua ha sommerso il terreno. Creando un laghetto.

Nel laghetto sono arrivate prima le papere.

E quest’inverno i cigni.

Una coppia di cigni bianchi e poi altri 7 cigni, in una seconda ondata migratoria.

Non so come spiegarlo, ma è come se qualcosa di bello e puro fosse arrivato nel quartiere.

Tutti i giorni i bambini con i nonni, uomini e donne, un sacco di gente viene a portare da mangiare ai cigni (che penso non voleranno mai più via, perché pesano tonnellate).

Un pomeriggio dalla finestra vedo 4 ragazzini dodicenni, che invece di lanciare il pane, lanciano delle pietre, cercando di colpire le povere bestie.

Non è nella mia indole fare le scenate dalle finestre, ma stavolta non ce l’ho fatta. Mi sono messa a gridargli dietro a ‘sti piccoli teppisti deficienti, facendo la figura della pazza frustrata.

E ho pensato: che tristezza, che dei ragazzi così piccoli, invece di vedere il bello di questi animali e di questo “miracolo urbano”, non vedano che un modo per fare gli spacconi.

Tra le frasi che ho urlato c’è stata: SEI UGUALE A TUO PADRE!!!

Ovviamente non conosco il padre del ragazzo al quale ho detto di tutto, ma sono certa che sia un buzzurro, che fuma – beve birra – non lavora – schiavizza sua moglie.

Non contenti quelli del comune, invece che pensare a come valorizzare questo spazio, diventato improvvisamente un parchetto, hanno ben pensato di fare un canale di scolo per far defluire l’acqua. Il livello scende costantemente, penso che tra poco non ne resterà molta (in superficie) e i cigni e le papere voleranno via.

Facendo risprofondare il quartiere nella solita melma.

Altro esempio: nel mese di febbraio un artista locale, esperto in sculture con la neve, ha fatto un bellissimo dinosauro/alligatore, in una via del centro. Il lavoro è durato un sacco perché la bestia era lunga 4 metri circa! Ci sono passata con l’auto di fianco, la sera e mi ero ripromessa la mattina di andare a fotografarlo.

Senonchè, aprendo i portali locali, leggo che qualche genio ha distrutto la scultura nella notte.

E non con un calcio, ma andandoci contro con l’auto.

L’unica soddisfazione mi viene dal fatto che l’alligatore era costruito sopra dei grossa portafiori in cemento, contro il quali il pirla si è schiantato. Non so se ha sfasciato del tutto la macchina, ma sarebbe il minimo. E me lo immagino, il pirla che si pensa figo. Vede l’alligatore, pensa: eh eh adesso dimostro che sono un figo e lo distruggo. E BANG tira un centro con la macchina contro una fioriera di cemento armato. Peccato che non si sia rotto la testa.

Il tutto, però, non crea indignazione nelle persone. E’ normale. Questa bruttezza, questo stato di degrado, questa violenza, ecco… è normale.

Sottomissione.

Certo, i commenti piovono: è un cretino. E’ un selvaggio.

E finisce così.

Infine, per concludere con l’ultimo esempio drammatico della giornata: oggi pomeriggio vado a fare un giro coi cani nella solita stradina che costeggia la palude (ovvero il cantiere, ovvero il lago dei cigni). Vedo i cani che vanno attorno a qualcosa e cominciano ad annusarlo. All’inizio non capisco, poi mi avvicino e vedo un topone. Chiamo il mio collega e gli dico: ma ci sono le nutrie qui a Bihac!!! Poi rivedendolo meglio, mi accorgo che non assomiglia del tutto a una nutria, e sento della gente commentare con la parola Vidra ovvero: lontra. Poco distante dal corpo, una chiazza di sangue.

All’inizio pensavo fosse stato un cane, poi ho capito che è stata una macchina.

Passa un ragazzo in bicicletta e mi spiega la dinamica. La lontra è stata uccisa da una Jeep questa notte alle 2.

Uscendo dalla discoteca dietro lo stadio.

La cosa mi intristice. In fondo è un bell’animale e d’accordo, mangerà paperette e pesciolini, ma resta una bella bestia. Forse andava a caccia di cigni?

E mi immagino, dalla quantità di sangue sull’asfalto, che l’amico con la Jeep andasse veloce e non abbia nemmeno provato a evitarla.

Così come la maggior parte delle persone, in questo paese, non prova a evitare le migliaia di cani randagi che vivono nelle strade.

Per di più, su una strada bloccata al traffico, per via del cantiere.

A tal proposito… una domenica mattina ho assistito alla scena di un signore che attraversava questa strada (senza asfalto) in auto, e si è trovato di fronte al cancello in legno messo a chiusura del cantiere. Questo tizio era andato dritto sparato su una strada fangosa, con cartelli di divieto e si è pure arrabbiato perché nonostante ogni cosa lo facesse capire, a partire dai segnali stradali, la strada in fondo era chiusa. Ma… e qui emerge il genio: invece di tornare indietro e riconoscere la sua coglionaggine, ha preso dal bagagliaio – sempre lasciando il motore dell’auto acceso – martello e mazzuola, e ha scardinato il cancello in legno.

Secondo me ha anche pensato di aver fatto un favore a chi sarebbe passato di lì dopo di lui.

Tornando al ragazzo in bicicletta (che ha 35 anni, quindi non proprio un ragazzo) e alla povera lontra morta.

Ho commentato quel che vedevo dicendo: è una scena brutta, da vedere. Il sangue, la lontra morta.

Lui mi dice: Non è brutta. Io a vent’anni camminavo nel sangue e tra le persone morte. Questo non è brutto.

Questa frase, mi ha riportato al discorso della relatività (non la legge fisica che ho sempre avuto 3 in questa materia). Ogni cosa è relativa. Al momento, all’osservatore e alla sua storia, al contesto e alla cornice.

Ciò non toglie quel che scrivevo sopra.

La mancanza di indignazione e la mancanza del saper riconoscere il bello. Anche nelle cose più semplici e banali.

(c’è da aggiungere che quel povero ragazzo che qua a Bihac tutti conosciamo, ha anche seri problemi di droga e alcool. Chiacchierandoci mi ha anche detto: la guerra fisicamente non mi ha lasciato segni, ma psicologicamente….. e poi se n’è andato pedalando.)

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Cari lettori, condivido le statistiche 2012, puntando a un 2013 altrettanto divertente.

Anche se a quanto pare, nella terra dei cevapi, c’è ben poco da ridere…Cupi nere si addensano all’orizzonte….Tra crisi economica e politica, ministri licenziati che fanno causa al primo ministro, e la non partecipazione a Eurosong (che forse è la notizia è importante dell’ultimo mese) la Bosnia sembra ogni anno che passa un posto ancor più triste e rassegnato dell’anno prima.

Ma trattandosi di un luogo che comincia là dove finisce la logica, non è mai detto che i miei infausti presagi siano veritieri.

Augurandoci un bel 2013, al prossimo aggiornamento! E Grazie della vostra compagnia!

 

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2012 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 4,000 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 7 years to get that many views.

Click here to see the complete report.

Ieri sera a Bihac, nel cinema della città (mi consola sapere che in posti ben più grandi come Mostar per motivi diversi tra i quali quelli politici non ce ne sia – per ora – nemmeno uno) hanno proiettato il film serbo Parada, del regista Srdjan Dragojevic, già autore di “Lepa sela, lepo gore” (come bruciano bene i bei villaggi) e “Rane” (ferite).

Il film (girato nel 2010) racconta la volontà e la lotta di un piccolo gruppo di attivisti omosessuali  nella Belgrado di oggi  che intende organizzare la parata per il Gay-pride nella capitale serba, nonostante le difficoltà che ci sono all’interno della società ad accettare una manifestazione di questo tipo. Tra tutti, i più contrari sono i violentissimi gruppi neo-nazisti e nazional-fanatici, pronti a pestare a sangue i “diversi”, con il benestare della polizia e il silenzio (assenso?) della popolazione.

Per raggiungere il proprio scopo e grazie alla fortunata coincidenza del salvataggio del  cane di un corpulento omaccione che dopo aver fatto le guerre balcaniche oggi di mestiere si occupa di sicurezza e ha una scuola di Judo (dall’evocativo nome Karadjordevic),  il gruppuscolo – guidato in primis  da una coppia formata da Radmilo, un veterinario e Mirko, un organizzatore di matrimoni kitsch – riesce  a trovare una scorta che garantisca la sicurezza per i partecipanti.
Infatti la polizia, interpellata a proposito, non solo si rifiuta di offrire garanzie ai “pederi” (i culattoni), ma umilia con parole pesantissime i 3 esponenti  del gruppo che si rivolgono all’istituzione, concludendo il discorso offrendo la rieducazione della ragazza lesbica  andata a perorare la propria causa (con metodi che possiamo immaginarci).
Sarà dunque Limun (l’ex soldato proprietario del cane, con la casa piena di piena di pistole, icone, trofei di guerra, bandiere e palchi di corna di cervi) insieme al veterinario Radmilo a mettere insieme la compagnia che difenderà i gay nel loro giorno dell’orgoglio.
A bordo di una Mini rosa (omaggio al pullman Priscilla?) che viene regolarmente sfregiata con le peggiori scritte omofobe, i due uomini partono per un percorso che li avvicina uno all’altro e che li porta ad attraversare la Croazia, la Bosnia e il Kosovo per terminare a Belgrado. Lungo la strada si uniscono al gruppo Roko, un ex militare croato, Halil, un piccolo criminale bosgnacco e Azel, un albanese del Kosovo che fa soldi vendendo droga alle forze della Nato, tutte persone con cui Limun aveva  combattuto, ma che aveva al tempo stesso aiutato, durante la guerra.
Le scene di cameratismo tra questi uomini vengono associate alle immagini del film preferito di Limun: Ben Hur. Quando Radmilo ridendo gli dice che il suo film preferito è un’icona dei film gay,  Limun prende coscienza che in fondo gli uomini sono tutti uguali, che siano questi serbi, croati, o pederi…! In un ultimo tentativo disperato cerca di convincere prima i neo-nazi (di cui fa parte suo figlio) a non attaccare la Parata e non ottenendo risultati tenta di convincere la polizia a offrire supporto alla manifestazione, finendo poi in ospedale tutto pesto dalle botte ricevute.
Ma anche da ferito, con la flebo nel braccio, non permette che il gruppo di persone che oramai vivono tutte insieme in casa sua, gay e machissimi veterani che cantano e ballano e dormono insieme, si abbatta e con il suo modo un po’ grezzo incita  Radmilo e Mirko a non mollare e andare avanti nella loro lotta:  Sutra ćeš da se prošetaš gradom kao  ćovek! kao pravi peder! (domani tu camminerai per la città come un uomo, come un bravo frocio!)

Il film, come gli altri lavori di Dragojevic, è un’unione di intuzioni, di battute a denti stretti, di dettagli e simboli a non finire, che riporta la storia di Belgrado e della Serbia di oggi indietro nel tempo con dei flash ben riusciti sulle guerre balcaniche,  ma stavolta, al contrario che in “Rane”, in cui non esisteva nessuna speranza di salvezza per il Paese e per la sua gente, le guerre sono oramai lontane e si racconta la storia di chi, vent’anni dopo, si ritrova e in qualche modo si riconosce e si rispetta, per aver condiviso, seppure da parti opposte, qualcosa.

I nemici di un tempo diventano amici e oggi i nemici non sono più gli altri popoli, ma i nemici interni, gli altri, i diversi. Nel caso di Parada, i nemici sono i gay.

Nel finale uno sparuto gruppo di attivisti si prepara a farsi massacrare dall’orda di estremisti di destra   sotto la difesa dei 4 omaccioni ex combattenti, con le parole di Mirko che incita i suoi spaventati compagni a manifestare per i loro diritti e per dimostrare che esiste anche un’altra Serbia, nonostante sia evidente che “prenderemo più botte oggi, che in tutta la nostra vita”. 

Dragojevic riesce anche stavolta a raccontare una tragedia, facendo anche ridere (a volte molto amaramente) con alcune battute sagaci, specie nei dialoghi tra gli ex combattenti (Limun rivolgendosi ad Azel: hei, sai cosa sono le minoranze sessuali? Risposta: sì, siete voi, i serbi! – Halil, vedendosi insieme Limun e Niko: ah ah ah, ma guarda qua, un cetnico! un ustascia! vi manca solo un frocio!!! e Limun e  Niko si girano verso Radmilo che fa ciao ciao con la manina).

Insomma, Parada, una tragicommedia sociale come l’ha definita Dragojevic stesso,  sta girando con buon successo per i vari territori della ex Jugoslavia, portando avanti il suo discorso di tolleranza e di difesa dei diritti umani, perchè al di là di tutto è questo ciò di cui parla il film.
Diritti umani, diritto alla libertà, diritto all’esistenza, in una regione, quella balcanica, ancora così indietro rispetto a questi temi, tuttora oggi protagonista di scontri violentissimi contro i manifestanti ai gay-pride che ostinatamente ogni anno si cercano di organizzare in questi giovani Stati.

Purtroppo il percorso da fare è lungo.

Bihac ieri ha dimostrato la sua inciviltà, il suo primitivismo, l’ignoranza specialmente delle persone più giovani, quei ventenni che dovrebbero essere il futuro di questo Paese, al cinema.

Risate, battute volgare e violente, schiamazzi… E’ stato difficile non alzarsi in sala e mandare tutti quanti a quel paese.

Non so se chi ha visto questo film ieri sera abbia scelto cosa andare a vedere, con consapevolezza. Ma mi atterrisce ancor di più pensare che queste persone, questi barbari, siano andate apposta al cinema per farsi due risate guardando i froci. E quello che hanno visto probabilmente non li ha soddisfatti, perchè qui – con la massima bravura e intelligenza di Dragojevic – le poche scene di contatto fisico sono di una delicatezza assoluta.

E dunque questi uomini con la clava (e non a caso parlo di uomini, perchè ovviamente i più idioti in questo caso si sono rivelati i maschietti) insoddisfatti che la figura di frocio che veniva fuori da questo film non fosse quella che si aspettavano loro, in paillettes e piume di struzzo, si sono comunque accaniti in modo sguaiato con qualunque cosa che secondo la loro intelligenza da micro-cefali potesse far ridere a riguardo.

Peccato, perchè questi ragazzi non hanno avuto il coraggio di uscire dal personaggio che questa società bosniaca gli impone, non hanno fatto come Limun, che da supermacho diventa finalmente un Uomo e non hanno saputo ascoltare.

In fondo quello che questo film chiede, è solo di ascoltare. Ascoltare le parole degli altri, il diritto alla libertà, rispettare la bellezza della differenza.

E forse, se questi primati scesi con le liane nel centro di Bihac avessero saputo ascoltare, invece che urlare e sghignazzare, si sarebbero resi conto che anche la loro vita può essere diversa e più semplice. Vestire i panni di qualcuno che non si è, alla fine è faticoso, si spendono più energie a tener su la maschera, che a provare a mettere in discussione i dogmi imposti dalla società o – ancor più drammaticamente – a volte auto-imposti.

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http://www.youtube.com/watch?v=GziTmQJ0CtM

Balkan….Montagna…

Pubblicato: maggio 3, 2011 in Uncategorized
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La parola Balkan viene dal turco e significa banalmente Montagna…Eh beh, del resto qua non è che non ce ne siano, siamo la spina dorsale d’Europa e facciamo il bello e il cattivo tempo (le famose perturbazioni dai Balcani no?).

In breve, oggi era una splendida giornata di sole, dopo una settimana di pioggia, i contadini lavorano i campi alacremente perchè è tempo di raccolti e io speravo di aver scampato la mia solita sfiga e la leggenda che mi “circonda” cioè che quando arrivo io in Bosnia ci sono temporali, tempeste e tendenzialmente…. nevicate. E infatti in serata il tempo è virato al nero e ha ricominciato a piovere e far vento forte…

… insomma, è vero che ho trovato neve anche ad aprile da ste parti ed è vero che si teme sempre la gelata finale prima dello scoppio dell’estate (visto che anche qua le mezze stagioni ce le siamo fumate via)… ma da qui a pensare alla katastrofa a maggio insomma ce ne vuole no?

Morale, visto che domenica dobbiamo consegnare le piantine di lamponi ai beneficiari ho dato per scrupolo un occhio alle previsioni del tempo. Al momento i dati arrivano a venerdì, petak. Vi pregherei di guardare la minima di quel giorno.

Balkan, montagna maledetta con la nuvola di Fantozzi che mi perseguita.

Bal e Kan in turco, Miele e Sangue. Odi et Amo.

Majstori e Komšiluk

Pubblicato: aprile 30, 2011 in Uncategorized
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E’ un sabato (piovoso) nella terra dei cevapi, ma nella giornata di oggi son successo alcune cose (ok, non molto elettrizzanti, ma bihac non è la capitale della movida, per quella si deve andare a belgrado, per esempio).

In ordine di apparizione: è arrivato il mio collega nonchè vicino del piano di sopra! Completamente frappato da un viaggio di un giorno perchè coi mezzi sto buco di cxxo del mondo non lo si raggiunge mai! Autobus bihac zagreb (4  ore), treno espresso zagreb-venezia (8milionidiore) e poi qualche coincidenza per il resto del mondo…

Mentre lui si riprendeva a un certo punto è arrivato il mio logista nonchè pretendente marito Veljko con il suo amico Zlatan, un vero Majstor.
Ma che cos’è un Majstor? Il Majstor è una figura chiave nei balcani. E’ colui che tutto fa, e tutto può.
Per ogni cosa serve un Majstor, dal rifare le chiavi, al mettere su un palo (dopo ci arriviamo), al dipingere, al sarchiare, al spaccare la legna… insomma i Majstori muovono il mondo.
Bevono caffè e birra, fumano, sono alti e con la panzetta e guidano macchine mezze scassate (preferibilmente delle Golf prima generazione).
Parlano bofonchiando, sono sorridenti, gli manca qualche dente, a volte un dito o due e nel bagagliaio della loro auto hanno tutto (sempre che riescano ad aprirlo perchè le loro auto sono piene di cose, non vanno i finestrini, hanno tutte almeno 200.000 Km, sono diesel e hanno le portiere sfasciate).
Onore al Majstor Zlatan che è nato a Prizren ed è mezzosangue, con lui ci siamo salutati in albanese. Mi ha montato una splendida scaffalatura che domani (alla faccia del primo maggio) vedrò di verniciare.

Finito l’affare scaffale arriva spuzzettando e rombando un camion con un ruspino… la cavalleri! sono i tecnici della Telecom BH! I quali devono sostituire un palo per poi poter attaccare il filo del telefono… Evviva! Avremo la linea fissa!
Piccolo problemuccio……. mentre questi son lì che studiano la cosa, decidono che non scaveranno perchè forse salta la luce, c’è un canale che è stato scavale di fresco, sotto di sicuro ci son dei cavi che cos’è che cosa non è, morale chiamano il padrone di casa dicendogli di venire qua… il quale da Sarajevo gli fa una pernacchia.
I majstori confabulano, coinvolgono un paio di vicini e alla fine decidono di scavare…
Trepidante assisto alla scena per capire se salteranno per aria, ma niente, trovano il cavo, gli scavano a fianco e piantano in fianco al palo traballante non un nuovo palo ma un moncone di palo che sostiene il palo marcio…E se ne vanno… (quindi niente linea fissa).

Nel frattempo arriva una golfbordeauxconrimorchio e scendono 3 baldi giovani. Sono 3 Majstori che tagliano la legna dalla vicina: uno passa i tronchi a un altro che con una sega circolare e una sigaretta in bocca taglia a pezzi e infine il più sfigato si spacca la schiena con l’ascia facendo a pezzetti i pezzoni…

Colgo  l’occasione che aspettavo per presentarmi al vicinato (perchè mentre i Majstori lavorano io sono al piano di sotto, dove c’è l’ufficio, a fare la rivoluzione, sposto mobili e mobiletti e pianifico la nuova architettura di quello che sino ad ora era un mausoleo vuoto e scintillante. Ovviamente faccio tutto sto casino 10 minuti dopo che sono venute le donnine delle pulizie…).

Balzo di là dai tronchi e parlo con la signora che vive di fianco, la quale è tutta contenta di conoscermi e dice è un anno che siete qua e non ho mai conosciuto nessuno.
Da brava balcanica le dico che io sono arrivata da 7 giorni e che mi fa piacere conoscerla, e che è giusto che ci conosciamo e siamo “dobri prijatelji” (buoni amici) perchè è importante avere un buon “komsiluk” (vicinato).

Il komsiluk è tutto da ste parti, diciamocelo.

Il vicino è colui il quale può darti fuoco alla casa, oppure può vigilare su di essa, curandola con attenzione e segnalandoti qualunque cosa sospetta!

Nello scorso anno i nostri vicini ci han rubato una pala per la neve e della legna, io ora ho rimediato un invito per un caffè e la frase: per qualunque cosa, vieni qua, che ti aiuto io (così mia mamma è felice). La signora è tanto gentile, ha una voce musicale, da radio come quella di una donna che ho conosciuto in Argentina e che conduceva trasmissioni. Peccato solo il nome, non me lo ricordo, so che è un bisillabo e ci sono due A, ma le consonanti non le so proprio infilare… Con la scusa di presentarle il  mio collega cercherò di farmelo ridire.

Gli altri vicini invece guardano dalle finestre o dalla strada, ma sono un po’ più freddi, in fondo noi siamo stranieri e viviamo in castello azzurro di un bosniaco che dall’estero ha voluto far vedere al resto del mondo quanto sia ricco (indebitandosi probabilmente fino al midollo per costruire questa reggia… a proposito, domani faccio l’idromassaggio…).
Per questo forse ci hanno rubato la pala e la legna, in fondo noi rappresentiamo il benessere e per noi una pala non è niente. A mio avviso non hanno mica torto a vederci così.

Basta che lascino stare la mia Panda se no le case gliele brucio io…

E infine, per concludere in gloria il pomeriggio, siamo andati da veri capitalisti a fare la spesa al Tus che è un ipermercato con tante cose fighette, io e il kolega.
Abbiamo comprato delle cose inutili ovviamente e delle cose strane (tipo la Zozzarella, anzi Zottarella, cioè una mozzarella improbabile, o dei tortellini bolognesi…) e poi, per concludere e per fare onore alle tradizioni così che i vicini si rendano conto che siamo come loro, ho balcanizzato il balcone, comprando un tavolino e due sedie!
Così che passerò le mie ore libere seduta, fumando, bevendo caffè e guardando la strada, come una di loro!

I cani della Palude

Pubblicato: aprile 27, 2011 in Uncategorized
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che Bihac sia un posto ricco di acqua questo si era capito. il fiume Una scorre in mezzo alla città che vive sull’acqua, di locali, di camminate, di parchi più o meno curati… e poi in questi giorni piove, è umido, c’è la nebbia, fa freddo…

insomma l’acqua domina sopra e sotto, ed è energia e linfa, che ovviamente va incanalata, ma che cmq rende questo posto movimentato e mosso come le sue correnti.

ma perchè parlo così tanto di acqua? beh, è andata così, sono arrivata l’altro ieri sera dalla Pasqua lombarda e il viaggio da Fiume in poi è stato sotto la pioggia. e poi, arrivata a casa, ho parcheggiato e ho visto sconsolata la palude di fianco. non che io viva in un posto malsano, non che io viva nel nulla, ma di fianco alla mia abitazione c’è un terreno incolto che ha questa prerogativa di inondarsi, così come i terreni sui cui han di recente costruito le nuove superfighette abitazioni che son rimaste vuote perchè sono allagate.

il punto però non è la cosìdetta palude, ma gli abitanti della palude. cioè i cani. randagi.

branchi di cani randagi che popolano la città di giorno e di notte (sopratutto di notte) e che diventano padroni delle strade (e delle paludi) ululando e sbraitando tra loro di notte.

il problema non è tanto grosso per me che di fatto sono sorda e quindi non mi disturbano nel sonno, ma diventa un problema più grosso per la gente in generale. i cani tendono a formare branchi con le loro gerarchi e muoversi in città, tra l’altro ampliando il proprio numero in maniera smisurata. in effetti non esiste un sistema né di sterilizzazione né di controllo delle bestie. solo che quando le bestie diventano troppe e aggressive (attaccano l’uomo, che in fondo non è loro amico, anzi!) vengono sterminate.

eh sì, partono delle vere e proprie battute di caccia al cane, con squadre armate di fucili e pale per raccogliere i cadaveri che vengono poi bruciati. quindi la popolazione nei giorni prima viene avvertita di modo da tenere il proprio cane in casa e poi, boom boom boom.

la prima volta che ho saputo di questa cosa non ero del tutto sconvolta, nel senso che era finita da poco la guerra e i cani erano anche loro dei sopravvissuti, ma dilagavano portando scompiglio, malattie e paura. l’unico modo allora per chiudere il capitolo branchi era quello di dar loro la caccia.

oggi, però, il problema si trascina e la soluzione è comune a tutti i balcani, a quanto pare.
in kosovo erano stati fatti progetti per creare canili e anche qua c’è un canile ma gestito ovviamente male, nessuno si prende la briga di raccattare cani selvatici e gli acchiapacani non so nemmeno se esistono. e poi siamo un paese in cui la gente a momenti non ha di che mangiare, cosa si fa? si spendono soldi per la pappa dei cani???

insomma, alle vostre coscienze la soluzione.
per il resto, proprio ora, i cani della palude stanno ululando alla nebbia che si alza.


l’ululato non ha perso l’antico significato di trasmettere ai simili la propria presenza sul territorio. 

E’ più che altro una ricerca di contatto a distanza tra i membri del branco.
Capita spesso che ululino di più i cani che vengono lasciati soli in case o giardini.
In situazioni di isolamento, infatti, questi animali manifestano con l’ululato il naturale desiderio di comunicare con i propri simili e l’uomo, al quale è talvolta riconosciuto lo status di capo branco.