Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Quante facce non saprei riconoscere tra la folla, tra le persone che sono passate in questi mesi nel piccolo campo profughi di Bogovadja, dimenticato da qualche parte nella Serbia occidentale? Con quanto persone non mi sono nemmeno scambiata un saluto, con quanti mi sono invece stretta la mano dicendo good morning, selam?
Quanti sono quelli che sono stati qui, per pochi giorni, per poi tentare il “game”, l’attraversamento illegale dei confini? Chi di loro è riuscito a evitare i manganelli, i cani, i fili spinati ungheresi? Chi ha raggiunto la sua famiglia nella tanto agognata Germania, chi invece ha già cercato per la terza, quarta, quinta volta di attraversare i boschi ed è stato catturato e rimandato indietro?

La vita nel campo profughi è un’infinita ripetizione di giornate tutte identiche, all’interno della quale ognuno di noi recita una sua parte, cercando di tenere sotto controllo stress, tensione, follia che inevitabilmente ti bussano alla porta nel momento in cui siamo tutti prigionieri dello stesso spettacolo, un truman show senza soluzione di continuità. Operatori delle organizzazioni, responsabili del campo, migranti, cuochi, profughi, donne delle pulizie, ci troviamo insieme, tutti i giorni, inventandoci ogni giorno storie nuove, racconti nuovi, scherzi nuovi. Se non sei dotato di fantasia, questo lavoro, o questa vita, non la puoi proprio fare.

Quando non sono al campo profughi, mi mancano le persone del campo e i rumori che sono diventati il mio sottofondo quotidiano. Li sogno praticamente tutte le notti, quando non crollo per la stanchezza. A volte sono persone reali che ho conosciuto, a volte sono folle indistinte, colonne di persone in movimento.
Quando sono al campo, sono talmente stanca di tutto questo che mi irritano le continue richieste, i piccoli furtarelli di materiale dei bambini e delle loro madri, i litigi e le gelosie che serpeggiano tra i corridoi.
Così come loro, anch’io mi trascino in giornate apatiche in cui sento che non ho le energie mentali e fisiche per fare le attività in maniera continuativa. Iniziamo a giocare a pallavolo o calcio, ma ci annoiamo in fretta. Cominciamo un laboratorio e speriamo che arrivi presto l’ora della fine. Vaghiamo tra il cortile, il campo giochi, le stanze del campo. E così passano i giorni, uguali a sé stessi, dopodichè si raccolgono tutte le energie rimaste, cerco di ricordarmi perchè sono qui, quale sia la scelta (o l’incoscienza che mi ha spinta qui?) che ho fatto e rilancio con maggiore energie, sino al prossimo momento di crollo.
Mi appiglio al significato che ho trovato, in una semplice parola, della quale ho capito il peso solo adesso, quaggiù.
Condivisione.
Non l’avevo mai veramente sperimentata in maniera così totalizzante e intensa, non so nemmeno quanto sia sano.
E non lo sto facendo per sentirmi buona, giusta. Non mi sento necessaria, non mi sento speciale, non sto facendo niente che non sia semplicemente stare con delle persone in cammino e fare un pezzo di strada con loro. E’ come quando si va in montagna, nonostante la fatica della salita, ci si saluta sempre, tra estranei. Condividiamo la strada, conosciamo la fatica del sentiero, aspiriamo alla vetta, chi in condizioni fisiche migliori, chi peggiori, rotoliamo sulle stesse pietre, ostinati a sudare e salire.
Io sono a loro straniera, loro sono a me stranieri. Ma nonostante questo ci conosciamo e ci riconosciamo. Abbiamo scalato la montagna insieme.

A Malpensa alcuni mesi fa stavo per tornare a Belgrado, mi sento toccare su una spalla. Un uomo mi saluta in un cattivo inglese. Non lo riconosco, non lo capisco. Mi dice: Caritas, Bogovadja! E io, pur senza riconoscerlo e senza avergli mai detto niente se non “Good morning” mi sono ritrovata sua amica a così tanti chilometri dalla Serbia, dall’Afghanistan.

In questo strano limbo, collezioniamo storie.
E mi fa schifo leggere i giornali e le notizie in Italia, mi fa schifo leggere la violenza che emana dal web e dai social media, mi fa schifo pensare all’egoismo che domina le nostre società. Mi fa schifo sapere che non riusciamo mai a pensare all’altro come se fossimo noi stessi. E non ci rendiamo conto che siamo stati fottutamente fortunati a nascere in un certo posto e in un certo momento della storia. Questa, è l’unica differenza tra Noi e Loro. Non è il colore della pelle, la lingua che parliamo, il cibo che mangiamo, il Dio che preghiamo a renderci diversi.
Ed è questo, un altro pensiero che mi spinge ogni maledetta mattina ad alzarmi, a prendere il furgone per andare al campo: se io fossi nei loro panni, come sarei, come starei. Che tipo di profuga sarei all’interno della galassia dei campi? Non lo so con sicurezza se saprei trovare la forza, le competenze, gli strumenti per vivere questa esistenza così terribile, ma penso che mi piacerebbe avere a che fare con persone che fanno di tutto per cercare di rendere meno orribili le mie giornate monotone e alienanti, che mi piacerebbe che i volontari venissero a far giocare i miei bambini e mi aiutassero non tanto dandomi delle scarpe o dei vestiti, di cui comunque avrei bisogno, ma donandomi l’umanità necessaria a sopravvivere in questa strana catastrofe.  Essere riconosciuti.
E così, ci sono, ci siamo, non siete soli.
Mi ricordo oramai più di vent’anni fa durante la guerra in ex Jugoslavia, questa “sindrome dell’abbandono” che colpiva le persone di quei paesi, condannate a morire in mondovisione. Avevo diciott’anni e andavo in Slovenia nei campi profughi. Oggi, sono tornata nei campi profughi e ritrovo la stessa cosa di allora.
Gli stessi strani equilibri tra le stanze del campo, tra la popolazione di questo micro-cosmo. E’ un ambiente nel quale mi sono ritrovata immediatamente, non a mio agio, ma con la consapevolezza e la capacità di riconoscere certi tipi di bisogni e certe dinamiche che si creano nella cattività e nella coesistenza forzata. Alla fine nei nostri condomini possiamo anche evitare i vicini che ci stanno sulle palle, siamo fortunati, usciamo di casa, andiamo a scuola, andiamo al lavoro, vediamo gli amici, possiamo andare in vacanza.
Qui, così, non hai scelta.
E che differenza ci sia tra un campo profughi, una prigione o un istituto psichiatrico faccio fatica a capirlo. Dipendere dagli altri per tutto: cibo, vestiti, attività. Deprivazione della libertà. E’ già tanto che le persone non abbiano cominciato ad ammazzarsi. E’ assolutamente importante che esista uno spirito di comunità che tiene insieme i pezzi quando gli inevitabili incidenti accadono.
L’unità tra le persone che alcuni stoici tra i migranti stanno mantenendo all’interno di queste quattro pareti sta salvando questo luogo (questi luoghi) da un’esplosione che è sempre lì, prossima, palpabile.

Lo so.
Questo blog probabilmente ha sempre avuto un’altro taglio. L’ho sempre usato come luogo in cui raccontare la storia attraverso le storie, analizzando, citando fonti, indignandomi anche e polemizzando, ma pur comunque mantenendo una distanza da me stessa.
Ma un blog è anche un diario. Io tra me e me lo definisco il pensatoio di Albus Silente. E sono mesi. Mesi che non scrivo, non ne ho avuto la forza, non è tanto una questione di tempo (il non avere tempo è un alibi), ma una questione che se mi metto a raccontare tutte le storie del campo, devo ri-raccontarmele e invece è più che sufficiente una volta.
Stupri, morte, bastonate, disagio mentale, sofferenza fisica, solitudine, paura, angoscia, ansia, tristezza, rabbia… Ecco cosa sono le storie che raccogliamo ogni giorno, nella normalità delle chiacchiere che facciamo.
Ma forse la vera storia non è quella del Male che emerge. La storia qui, tra questi stati d’animo così cupi, è la capacità del’essere umano di andare avanti lo stesso, cercando la Speranza.
Siamo maledettamente capaci di cadere e rialzarci.

H., donna afghana con due figlie piccole. L’ho ospitata a casa mia per un week end fuori dal campo. Ha voluto pulire casa mia (!) e ha preso in mano l’aspirapolvere. A un certo punto si è fermata e ha detto: erano tre anni che non usavo un aspirapolvere.
A. ragazzo iraniano di 15 anni. L’ho ospitato a casa mia, sempre per un week end fuori dal campo. Di notte piange e urla e cerca sua madre.
F. ragazza afghana di 19 anni con due figlie, comprata a 14 anni da un uomo che ha già moglie e nove figli. Pensando che il mio numero fosse quello del ragazzo di cui si è innamorata mi cantava via whatsapp le canzoni in lingua pashtu.
F. ragazzo iraniano, 21 anni. Non capiva perchè i poliziotti bulgari di sera entrassero nella sua camera per picchiarlo, nonostante lui sia cristiano.


Saluti da Bogovadja.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

Welcome to hell

Pubblicato: gennaio 31, 2017 in Uncategorized

Belgrado. La temperatura oggi si è alzata rispetto ai -15° delle scorse settimane. La maggior parte dei migranti che da ottobre 2016 affollavano i magazzini abbandonati del terminal doganale dietro la stazione centrale non ha resistito al freddo e alle condizioni inumane nelle quali per mesi ha vissuto e ha accettato la proposta che il governo locale da mesi ha fatto: andate nei campi governativi.

I più di loro in tutti questi mesi di stallo hanno evitato di andare nei centri gestiti dal commissariato per i rifugiati serbi. Alcuni campi sono molto lontani dai confini del nord, il che significa vedere allontanarsi la speranza un giorno di poter passare la soglia dell’UE. Altri ascoltano i trafficanti che dicono loro che registrarsi nei campi serbi significa non poter poi fare richiesta nei paesi Schengen.

La maggior parte di queste persone accampate sul pavimento dei capannoni, senza nulla, nemmeno delle tende, è proveniente dai paesi che hanno meno chance di vedersi riconosciuti come rifugiati. Si tratta perlopiù di uomini soli, pakistani, bengalesi. Anche afgani e iracheni. Pochi i siriani, per loro la più grande possibilità è stata quella di rimanere in Grecia e fare domanda d’asilo da lì.

Dei quasi mille che sino all’inizio dell’inverno preferivano stare nei parchi e nei magazzini abbandonati del centro, in questi ultimi gelidi giorni sono rimasti poco più di 200 persone, gli ultimi irriducibili. Ricevono un solo pasto caldo al giorno da un’organizzazione che distribuiva zuppe calde a Idomeni, in Grecia e vengono visitati da Medici Senza Frontiere che denunciano le terribili condizioni di vita di queste persone. Tra loro anche persone pestate dalla polizia ungherese durante le pratiche non proprio ortodosse di respingimento dai propri confini.

Le ONG locali da Novembre non possono più dare sostegno a coloro i quali non stanno nei campi ufficiali. Una lettera aperta a tutte le organizzazioni operative nella zona della stazione e del parco ha fatto capire che chi avrebbe continuato a distribuire aiuti non avrebbe avuto alcuna possibilità di collaborare ulteriormente col governo e nei centri gestiti formalmente dove di fatto oggi sono ospitate più di 6000 persone, il numero ufficiale di migranti che il Paese gestisce in accordo con l’Unione Europea.

Il capannone si trova dietro la stazione centrale, nel cuore di una capitale europea, in una zona interessata da un progetto di riqualificazione chiamato Waterfront, finanziato dai paesi arabi.

Entrando si viene assalito da un odore fortissimo di plastica bruciata. Un fumo acre colpisce occhi e gola. Si sentono persone tossire. Sotto le coperte grigie militari buttate sul pavimento, dormono delle persone. Attorno a dei piccoli fuochi in cui si bruciano immondizia, bottiglie, copertoni si radunano le persone che fanno bollire l’acqua nelle lattine di birra, per prepararsi il the. Un uomo raccoglie acqua da una canalina di scolo, è neve che si scioglie. Esce e si lava mani, faccia, piedi di fianco a un mucchio di immondizie. Mi chiedo se stia facendo le abluzioni rituali per la preghiera. Un altro uomo cerca di usare un rudimentale pannello solare per usare il telefono, ma non funziona. Un uomo ha una vistosa fasciatura al piede è una stampella, ci dice che è stato picchiato e respinto dalla polizia ungherese. Alcuni pakistani mi offrono un the, mi chiedono da dove vengo e poi commentano Italy good.

Le scritte sui muri chiedono al mondo di non essere abbandonati, che non sono terroristi, ma persone e di aprire le frontiere.

Non credo che il mondo sappia leggere.

 

 

 

40 anni

Pubblicato: marzo 24, 2016 in Uncategorized
Tag:, , ,

Resterà una data storica, quella di oggi, per la giustizia internazionale, per la Bosnia Erzegovina, per noi tutti?

Il Tribunale Penale internazionale per i crimini in ex Jugoslavia si è pronunciato nel pomeriggio contro uno dei principali responsabili della guerra del 92-95 in Bosnia, l’allora Presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadzic.

Personaggio folkloristico, dal ciuffo ribelle, l’occhio spiritato, quando è stato catturato nel Luglio 2008 Il dottor Dragan Dabicdopo 12 anni di clandestinità e fughe, lo hanno ritrovato travestito da guru, una specie di santone barbuto e dai capelli lunghissimi, che si professava esperto di cure naturali e rimedi per la sterilità.

Nel suo cv: psichiatra, poeta, politico… e pianificatore di sterminio di massa.

Infatti già nell’ottobre 1991, quando ancora Vukovar in Croazia non era stata del tutto rasa al suolo e quando ancora le fosse comuni in Europa erano un ricordo del ’45, pronunciava in parlamento a Sarajevo la seguente frase: Ovo nije dobro što vi radite. Ovo je put na koji vi želite da izvedete Bosnu i Hercegovinu ista ona autostrada pakla i stradanja kojom su pošle Slovenija i Hrvatska. Nemojte da mislite da nećete odvesti Bosnu i Hercegovinu u pakao a muslimanski narod možda u nestanak jer muslimanski narod ne može da se odbrani ako bude rat ovde.

Cioè: “Non è una cosa buona quella che state facendo (rivolto ai bosgnacchi, che stavano pensando al referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia, messo in atto nel 1992). La strada sulla quale volete condurre la BiH è la stessa autostrada d’inferno e violenza in cui sono finite Slovenia e Croazia. Non pensate che non condurrete la BiH all’inferno e il popolo musulmano all’estinzione, perchè il popolo musulmano non potrà difendersi, se qui scoppierà la guerra”.

Un pacifista nell’animo, sin dall’inizio. Del resto  frequentare gentaglia in galera negli anni ’80 per piccole truffe, avrà avuto qualche influenza. I suoi intrallazzi con gli amici della Energoinvest e la casetta di montagna costruita a Pale con la sottrazione di fondi per progetti agricoli, gli avevano permesso in quella fase di transizione conseguente la morte di Tito (e pianificazione della dissoluzione della Jugo) di entrare nell’entourage dei serbi di Belgrado. In particolare il gran burattinaio Dobrica Cosic, uno dei maestri della propaganda filo-serba, lo sceglie come uomo chiave del nuovo Partito Democratico Serbo fondato a Sarajevo nel 1989.

Dalla primavera del 1992, con l’indipendenza della BiH, Karadzic insieme al suo capo Slobodan Milosevic (da Belgrado) e il suo macellaio Ratko Mladic, diventano nomi ricorrenti nei fatti di cronaca. Villaggi bruciati, stupri di guerra, campi di concentramento, riportano tutti le loro firme, fino all’epilogo dell’orrore che si raggiunge nel 1995, a Luglio, nella piccola cittadina di Srebrenica, Bosnia orientale. Quasi 8.000 ragazzi, uomini, anziani deportati, uccisi e seppelliti in fosse comuni nel giro di tre giorni.
Il genocidio avviene su ordine della direzione della Repubblica Serba di Bosnia. Mladic e i suoi fanatici assassini sono gli l’esecutori. Il mandante è lo psichiatra poeta.

Karadzic e Mladic

Finita la guerra, da fine conoscitore della mente umana il nostro capisce che non tutti gli vogliono così tanto bene, e si defila quatto quatto…puff.
Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia lo accusa di crimini di guerra, di aver tenuto le forze internazionali delle UN in ostaggio facendo far loro da scudi umani, di aver organizzato e ordinato il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. L’Interpol emette dal 1996 un mandato di ricerca per crimini contro l’umanità, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra commessi contro non-serbi nel suo ruolo di Comandante Supremo delle forze armate serbo-bosniache e Presidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Repubblica Srpska.

Per dodici anni – ad ogni modo – di Karadzic si continua a parlare, ogni tanto viene anche avvistato in giro nonostante la latitanza (anche allo stadio in Italia, o a Venezia, così bella), si cerca anche (forse) di catturarlo – ma ahimè la Nato così come Napoleone, non riesce ad affrontare la neve e l’inverno balcanico, quindi il nostro riesce sempre a farla franca. La sua famiglia gli chiede di arrendersi, ma lui niente, testone come solo un montenegrino sa essere, preferisce studiare la modalità di velocizzare gli spermatozoi piuttosto che finire al gabbio.

Le sue protezioni politiche però a un certo punto scemano e il nostro – volente o nolente – viene arrestato a Belgrado in una casa di periferia. I vicini del Dottor Dabic dicono tutti: era una persona così educata, salutava sempre.

Viene trasferito all’Aja e comincia il processo. 11 i capi d’accusa su cui sentenziare.

Alle 16 e 20 di oggi, il giudice O-Gon Kwon (che ha letto per due ore e venti di seguito le accuse, bevendo ettolitri di thè) chiede all’imputato presente in aula che si alzi per snocciolargli il rosario.

Accusa 1: Genocidio. In particolare si fa riferimento al progetto di pulizia etnica di 7 municipalità: Bratunac, Foča, Ključ, Kotor Varoš, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Ritenuto non processabile su questo capo nel 2012 per mancanza di prove, l’accusa viene reintrodotta in Appello nel Luglio 2013, proprio l’11 del mese. Oggi, 24 marzo 2016 viene riconfermata l’insufficienza di prove e il collegio dei giudici si “limita” a riconoscere i reati di crimini contro l’umanità, omicidio e persecuzione.

Accusa 2: Genocidio, legato all’eccidio di Srebrenica. Sentenza: Colpevole

Accusa 3: Persecuzione per motivi razziali, religiosi ed etnici (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 4: Sterminio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 5: Omicidio (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 6: Omicidio (violazione delle leggi e costumi di guerra). Colpevole

Accusa 7: Deportazione (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 8: Atti inumani e trasferimento forzato (crimine contro l’umanità). Colpevole

Accusa 9: Atti di violenza con lo scopo di diffondere il terrore nei confronti della popolazione civile, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 10: Attacco illegittimo verso i civili, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Accusa 11: Presa di ostaggi, violazione delle leggi e dei costumi di guerra. Colpevole

Qui dentro, in questi 11 capi d’accusa, ci sono le 11.541 vittime di Sarajevo e i suoi assediati, i 284 caschi blu dell’Onu presi come ostaggi, le 8.372 vittime di Srebrenica, le almeno 10.000 donne stuprate che ancora stanno in silenzio, le case incendiate, le persone arse vive, le fosse comuni, le torture, le deportazioni, i luoghi religiosi e culturali rasi al suolo, le umiliazioni, i furti, le dita tagliate, le teste mozzate, i corpi smembrati.

La pena da scontare, in termini di anni di detenzione, è un numero rotondo, poco impressionante. Mr Karadzic lei ha vinto una gita premio in una galera nemmeno troppo terribile per una durata di 40 anni per aver solamente cercato di sterminare un popolo, ma visto che 8 li ha già fatti, gliene mancano pochi, si consoli. Poi tra buona condotta, età e motivi di salute vedrà che tornerà presto a godersi la buona aria di Pale e delle montagne della Jahorina.

Il processo, iniziato il 26 ottobre 2009 è durato 498 giorni, durante i quali sono state esibiti 11,500 tra reperti e prove d’accusa. 586 testimoni, di cui  337 sono stati chiamati dalla Procura, 248 dalla difesa e 1 dalla Camera di primo grado.

E? E niente, finisce qui, anzi no, perchè ovviamente ci sarà l’appello.

Io resto con il solito sapore amaro in bocca, quando si ha a che fare coi fatti di giustizia. La stessa sensazione, mista a incazzatura e delusione che provano i miei amici in giro per i Balcani. Un po’ di incredulità, un po’ di indignazione, un po’ di sensazione di alleggerimento, in ogni caso,  perchè al di là di tutto, (anche) questo processo è finito e un criminale è stato riconosciuto colpevole.

Sul conteggio degli anni vengono fatti calcoli che esulano dalla mia capacità di comprensione, non sono un giudice, e mi faccio forza sperando che si vada avanti con il processo di giustizia, l’unico vero modo per avere riconciliazione così necessaria ancora, in questi luoghi.

Del resto, ma come lo misuri un Genocidio? Cioè, cosa c’è di più terribile e quale pena va comminata a uno sterminatore di massa? Ergastolo? Condanna a morte? Gli han dato di galera più degli anni che in linea teorica potrebbe vivere. E’ una pena sufficiente? E’ una pena giusta? Di certo vi è che è una pena. In tutti i sensi. Per lui a cui è stata comminata, e per chi l’ha vissuta, la pena, l’ansia, la sofferenza in tutti questi anni.

Può essere una ripartenza? Questa è la domanda. Questa la speranza.

161 processi (149 quelli conclusi) sono un niente, comparati all’enormità dei fatti criminosi accaduti alle porte di casa nostra, ed è evidente che il mondo ancora una volta ha fallito o quantomeno ha perso un’occasione.

Speriamo non ce ne debbano essere altre, nella storia dell’umanità.

Qui la pagina del Tribunale penale: http://www.icty.org/en/press/tribunal-convicts-radovan-karadzic-for-crimes-in-bosnia-and-herzegovina

 

 

Sarajevo a Immagimondo Lecco

Pubblicato: settembre 8, 2015 in Uncategorized

Insomma, domenica 20 settembre finirò a Lecco a raccontare di Sarajevo (e non solo), attraverso le immagini di Lara Ciarabellini, che ha “sonnambulato” per i Balcani scattando queste foto scandite in diversi archi temporali (http://www.laraciarabellini.com/somnambulism/)

Un bel progetto artistico che ha vinto anche alcuni premi e che presenteremo insieme a Immagimondo, un festival di culture, più che culturale, organizzato da Les Cultures.

Oltre a me e Lara, ci sono un sacco di belle altre persone e momenti, per cui, senza troppe scuse, fatevi un giro nel lecchese, alla 18° edizione del festival, ne val la pena!

Qui maggiori info e il programma 🙂

http://www.immagimondo.it/

immagimondo

 

PUBBLICATO SU: nellaterradeicevapi.wordpress.com www.lenius.it www.cafebabel.it www.ipsia-acli.it

Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole (Qo 3,1)

Che la tensione in occasione della commemorazione del ventennale dell’eccidio di Srebrenica fosse alta lo si era capito quando, tre giorni prima dell’11 Luglio, la Russia ha posto il veto alla bozza di risoluzione proposta dai britannici al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si afferma “acceptance of the tragic events at Srebrenica as genocide is a prerequisite for reconciliation”. In particolare l’ambasciatore russo Vitaly ha dichiarato a motivo del veto che la bozza “non era costruttiva, ma provocatoria e motivata politicamente”.

Questo avveniva 3 giorni dopo che il domenicale britannico Observer pubblicava un reportage basato su ricerche e documenti segreti declassificati in cui emerge una responsabilità documentata dei governi occidentali (in particolare Francia, USA, Gran Bretagna) consapevoli che per metter fine alla guerra in Bosnia Erzegovina l’unica era sacrificare le zone protette create nel 1993 dall’Onu stessa (risoluzione 819), supportando in un certo senso la “direttiva 7” firmata dal presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić. Questa direttiva in sintesi ordinava la “rimozione permanente” dei musulmani bosniaci dalle aree sicure protette dall’Onu.

Le tensioni non erano mancate nemmeno nel periodo precedente, quandoTomislav Nikolić, il Presidente della Serbia, aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione se il Presidente bosniaco-musulmano Bakir Izetbegović (figlio di Alija, primo presidente dell’indipendente Bosnia Erzegovina nel 1992) non avesse a sua volta commemorato i caduti serbi della regione.

La presenza della Serbia verrà però garantita dal Primo Ministro, Aleksandar Vučić, che – solo dopo che la Russia pone il veto alla risoluzione – si dichiara pronto a recarsi alla commemorazione per rendere omaggio alle vittime della violenza (la parola genocidio, però no, non si usa). Quel Vučić che chiede la “benedizione” per la sua presenza al Sindaco di Srebrenica e alle madri di Srebrenica. La stessa persona che in un suo discorso al parlamento serbo il 20 luglio del 1995 disse: “Voi uccidete un serbo e noi uccideremo cento musulmani”.

A far capire che di Srebrenica e delle vittime si sarebbe parlato molto poco in questi giorni, e che invece largo spazio si sarebbe dato alle polemiche e alle accuse, era stato ancora prima l’arresto a Berna di Naser Orić, ex comandante della difesa di Srebrenica durante la guerra 1992–95.

Orić, eroe nazionale per i bosgnacchi e criminale di guerra per i serbi, era stato fermato per via di un mandato di cattura internazionale richiesto nel febbraio 2014 da Belgrado ed eseguito a Berna durante una visita ufficiale dell’ex comandante. La Svizzera ha estradato Orić in Bosnia Erzegovina il 26 giugno, ma la richiesta ancora in vigore della Serbia è quella di sottoporlo a processo per i crimini commessi nei confronti di civili serbi nel villaggio di Zalazje.

La leggerezza di una costola

In questo clima politicamente teso, l’organizzazione della commemorazione è andata comunque avanti secondo lo schema classico che si segue dal 2003, anno in cui è stato inaugurato ufficialmente da Bill Clinton il complesso Memoriale di Srebrenica-Potočari.

Ogni anno da allora, mano a mano che vengono aperte le fosse comuni, riesumati i resti (parziali), identificate le vittime attraverso gli esami del DNA, le famiglie si riuniscono al cimitero l’11 luglio, per seppellire ciò che resta dei loro cari.

La leggerezza con cui passano sopra le teste dei partecipanti i tabut, le bare in cui sono seppelliti i caduti del genocidio di Srebrenica, rende evidente che all’interno di queste casse di legno ricoperte da un telo verde, non ci siano altro che poche ossa asciugate dal tempo. Mi raccontava Ado che di suo zio avrebbero sepolto solamente una costola quest’anno, ma che almeno avrebbero avuto finalmente un luogo su cui pregare e un nome scolpito su una lapide individuale, non più solo l’iscrizione nella lista dei caduti e dispersi del Genocidio.

Dare dignità ai propri morti, dovrebbe essere la parola che contraddistingue queste giornate. Dostojanstvo. Ripetuta per tutta la giornata dell’11. Dignità. Quella dignità violata nell’omicidio brutale di 8372 maschi. Adulti, giovani, anziani. Torturati, malmenati, giustiziati e sepolti, dissepolti con i bulldozer, di nuovo sepolti a pezzi in massa e infine, ma ancora non tutti, dissepolti e inumati insieme ad altre centinaia nel cimitero di Potočari.

Sono poche le persone che decidono di dare sepoltura ai propri caduti in altri luoghi, è come se questo processo sia di massa in tutto il suo svolgimento. Assedio di una massa di persone, 30.000, che vivono nella zona protetta cittadina bombardata e affamata per quasi 3 anni. Una massa di persone che sotto le bombe e i colpi dei fucili scappa per cercare protezione nella base delle Nazioni Unite o che tenta la via della salvezza attraverso i boschi. Una massa di uomini che viene separata dalle proprie madri, mogli, sorelle, figlie e portata sotto gli occhi dei loro protettori nei camion, da cui scenderanno per essere fucilati in massa. Per finire in una fossa comune. E infine, ottenere un funerale di massa. Collettivo.

Il rito dell’11 Luglio prevede una parte iniziale di discorsi dei politici che ogni anno prendono parte alla commemorazione. Sono anni che si ascoltano le stesse parole. Alcuni parlano in inglese, altri in bosniaco, ma alle decine di migliaia di persone che partecipano queste cose non interessano. La massa che è arrivata da tutta la Bosnia e da tutto il mondo si muove, dal centro di Potočari – dove lungo la strada aprono baracchini provvisori che vendono bibite, ćevapčići e janjetina – al Dutchbat compound, avanti e indietro.

Quando finiscono le dichiarazioni dei politici, quando questi depongono i fiori e prendono posto in tribuna, allora il fiume di persone rientra nel cimitero e guidato dalle voci del Reis-ul-Ulema, il leader spirituale della comunità islamica in Bosnia Erzegovina, si inchina e si rialza secondo i ritmi dettati dalla preghiera, invocando la pace per i propri morti e la pietà di Allah.

Gli unici che restano in piedi sono i fotografi e gli stranieri presenti.

Terminata l’orazione (dženaza-namaz) a cui in via del tutto eccezionalepartecipano le donne (per la religione islamica la loro presenza durante il rito funebre è vietata) vengono letti i nomi delle vittime che verranno seppellite (quest’anno saranno 136: il più giovane aveva 15 anni, il più anziano 75) per trovare posto insieme alla altre 6.241 che già riposano nel cimitero.

tabut passano velocemente sopra le teste dei partecipanti e soltanto allora i parenti possono avere un momento (relativamente) privato con i loro cari, occupandosi della copertura con la terra delle bare nelle fosse già scavate, pronte da giorni ad accogliere questi miseri resti.

Le vanghe stanno ancora colpendo il terreno che il fiume di persone che si era fermato è già in movimento, finita la preghiera alcuni tornano a mangiare e a bere, ma molti si dirigono ai parcheggi, verso i bus, le auto e cercano di far ritorno a casa, bloccandosi per ore in una colonna che nemmeno sull’Autosole il primo week end di agosto potrebbe essere più soffocante. Due ore di media per fare meno di 12 chilometri, fino al semaforo di Bratunac. Con la polizia serba che non muove un dito per facilitare le manovre degli autisti.

La spettacolarizzazione del dolore

Quello che mi chiedo è se non avrebbe più senso per queste persone e per le loro vittime avere una cerimonia privata, una funzione religiosa e un momento in cui da soli possano stare con i loro morti senza i flash dei fotografi o la presenza di politici pronti a rubare la scena.

Ma già dal giorno prima (e da quanto seguito nei giornali locali in precedenza) capisco che il gioco della parti prevede tutto questo.

La Marš Mira, marcia della pace, è il contraltare della Marć Smrti del 1995, la marcia della morte che oltre 10.000 uomini in fuga da Srebrenica fecero sotto i colpi dell’esercito serbo-bosniaco che dava loro la caccia attraverso cento chilometri tra boschi e campi minati, nel tentativo di raggiungere il territorio di Tuzla, in mano dell’Armija BiH.

Una manifestazione iniziata nel 2005, con 300 partecipanti, che quest’anno ha visto la presenza di quasi diecimila persone.

I partecipanti sono arrivati in silenzio a Potočari il 10 luglio alle 17, dando il via alla due giorni di commemorazioni. Ad aprire la colonna i sopravvissuti all’eccidio. Dietro di loro, un fiume di persone stravolte dal caldo e dalla fatica, chi con le bandiere delle Bosnia, chi con le magliette del proprio luogo di provenienza, quasi tutti con appuntata la spilla del fiore di Srebrenica, simbolo del genocidio, ricamato in bianco e verde.

Ad aspettare l’arrivo dei marciatori sono sopratutto giornalisti, fotografi, televisioni.  Il silenzio dei marciatori veniva rotto dagli scatti in serie dei reporter.

Pochi minuti dopo l’arrivo della marcia, una delegazione internazionale si è recata in uno degli hangar dell’ex fabbrica di batterie, sede dell’Unprofor durante la guerra, dove si trovavano le bare delle 136 persone in attesa della sepoltura.

È qui che i fotografi e i giornalisti hanno consumato il loro primo pasto di sangue, non appena un partecipante alla commemorazione si fermava a pregare sulla bara di qualcuno o a deporre un fiore, partivano le raffiche delle macchine fotografiche, piazzate a pochi centimetri dalle facce lacrimanti di chi salutava le sue vittime. Al tempo stesso non riesco però a scacciare la sensazione che ci fossero persone, tra i partecipanti, che erano lì solo per finire sui giornali.

Non sazi delle loro prime fotografie i reporter seguono le bare che vengono accompagnate al cimitero e attendono l’11 Luglio, quando dopo la preghiera, i parenti seppelliranno le vittime. Sin dalla mattina si possono vedere stranieri che armati di zainetto e macchine professionali prendono posizione presso le fosse vuote, in attesa della fine della preghiera.

È allora che partono nuovamente le raffiche. Un amico slovacco che è venuto a Srebrenica per portare rispetto, ma anche per documentare le giornate con un reportage, litiga con uno di questi reporter, chiedendo che abbiano rispetto per i parenti e che la smettano di fotografare a scatto in faccia alle persone. “Fuck off I’m here to work” è la risposta che si sente dare.

E mi chiedo: il mondo ha ancora bisogno di queste immagini per capire cosa è successo?

Il veto alla parola “genocidio” della Russia ci rende così ciechi da non vedere il mare di tombe che costella queste colline?

I video delle uccisioni dei prigionieri che chiedono “Cosa ne farete di noi?”, per sentirsi rispondere “Quattro li ammazziamo e i due più bravi li liberiamo” efinire tutti fucilati non è sufficiente, insieme alle fosse comuni, alle decine di pagine di testimonianze, alle fotografie, per avere ancora bisogno di vedere anno dopo anno tutto questo?

Dobbiamo ancora, venti anni dopo, sentire parlare svogliati governi occidentali (ma anche Iran, Turchia e Arabia Saudita, nuovi amici del governo musulmano bosniaco) di giustizia, verità e riconciliazione, quando in questo Paese nulla è mai stato fatto per consegnare i colpevoli alla giustizia e superare i traumi psicologici del conflitto?

Dobbiamo tutti gli anni stare a sentire la risposta dei serbi che dicono: anche noi abbiamo avuto più di 3.000 morti per mano musulmana in quelle zone, facendo a gara a quali morti “valgano” di più?

Dobbiamo ancora, nel 2015, prestarci al negazionismo nazionalista di chi cerca di sollevarsi dalle colpe dei suoi governanti?

Di chi è la colpa?

Nel film girato dal regista bosniaco Denis Tanović “No man’s land”, vincitore di un premio Oscar, c’è uno scambio tra i due protagonisti in cui l’uno chiede all’altro: “Chi ha cominciato la guerra?“. La risposta è sempre condizionata da chi dei due tiene in mano un fucile e minaccia l’altro. Quando è il bosniaco a tenere l’arma, il serbo si autoaccusa dicendo: “Noi abbiamo cominciato la guerra”. Ma quando in un gioco di inversione dei ruoli il fucile ce l’ha il serbo, è il musulmano che deve dichiarare: “Noi abbiamo cominciato la guerra”.

Ma perché la risposta è così importante? Perché purtroppo, in questo contesto storico-geografico, ma soprattutto culturale, sono secoli che si va avanti a cercare di addossare le colpe gli uni agli altri.

Fenomeno senza un inizio e senza una fine, ma che vede compiersi nel mezzo i peggiori massacri, nel nome della giustizia, che in questo luogo significavendetta.

Il generale delle truppe serbo-bosniache, Ratko Mladić, si fa riprendere a Srebrenica e dichiara: “Eccoci qui, 11 luglio 1995 nella serba Srebrenica, per regalare al popolo serbo questa città ed è finalmente venuto il momento in cui, dopo le rivolte contro i turchi, ci possiamo vendicare dei musulmani”, riferendosi chiaramente al dominio dell’Impero ottomano in queste regioni nei secoli passati.

E in questo gioco di addossare le colpe entrano nella centrifuga di questa storia violentata anche i governi occidentali e le truppe olandesi di stanza a Potočari. Nello specifico si trattava di circa 400 soldati, di giovane età, stanziati in questa stretta valle che finisce tra le montagne, a far da “protezione” a una cittadina abitata da circa 30.000 persone e assediata dalle truppe dell’esercito serbo. La missione dell’UNPROFOR era quella di garantire, solo con pochi mezzi blindati e armi leggere, la protezione della popolazione civile della “zona sicura”. Le regole di ingaggio permettevano ai soldati di usare la forza solo per l’autodifesa, contando sul supporto aereo della NATO da chiamare in caso di bisogno. E così fecero.

Il comandante Karremans richiese l’appoggio dei bombardieri quando era evidente che Srebrenica stava per cadere. Le forze dell’esercito serbo avevano già preso diversi OP (Observation Post) a partire dal 6 luglio 1995 e catturato 30 soldati Onu, rubando loro divise e armi che avrebbero poi usato per ingannare i bosniaci. Ma l’aiuto aereo non arrivò mai. Per problemi di trasmissione nella richiesta, ufficialmente. Per motivi politici ben evidenziati anche dall’Observer, non ufficialmente. Era l’estate del 1995 e la guerra in Bosnia doveva finire. Srebrenica avrebbe pagato il prezzo, era la vittima sacrificale designata dai governi occidentali, in cambio di una pace fragile.

Ma la domanda è: fino a che punto possiamo dare la colpa agli olandesi? Queste 400 persone avrebbero potuto impedire l’eccidio di più di 8.000 persone? Una sentenza del 2014 del tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia ha riconosciuto civilmente colpevole il governo olandese per aver consegnato all’esercito serbo bosniaco 300 uomini e ragazzi rifugiatisi nel compound di Potočari. Sarebbero stati tutti uccisi poco dopo.

È sufficiente questo risultato a poter dire che giustizia è fatta?

A mio parere la colpa non è delle Nazioni Unite, ma di chi ha perpetrato il genocidio. Di chi ha pianificato e organizzato questo crimine, in primis, pensandolo a tavolino. E dunque i leader dei paesi in guerra, in particolare il presidente della Serbia Slobodan Milošević e il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić.

A scendere la responsabilità ce l’hanno gli esecutori materiali del genocidio, i soldati, i paramilitari che hanno premuto i grilletti, sgozzato, stuprato, decapitato. E in primis il loro comandante, il generale dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić.

Sono colpevoli quelli che hanno guidato i camion e i bus e hanno portato le persone sul luogo della morte.

Sono colpevoli quelli che hanno dato i loro campi e la loro terra per scavare le fosse comuni, testimoni di quello che accadeva.

Sono colpevoli quelli che sapevano e non hanno fatto nulla. E quindi, sono colpevoli anche i soldati olandesi che vedevano, ma non denunciarono.

E non si tratta solo di quei 400 olandesi su cui si cerca di scaricare il grosso delle colpe. Ma anche qui a cascata in ordine inverso di gerarchia.

Colpevoli i comandi Nato che non hanno accettato la richiesta di inviare i caccia quando sono stati richiesti.

Colpevole il generale Morillon che creò le aree protette per poi non mettere in condizione di sicurezza queste zone.

Colpevoli i governi che si sono giocati il destino di queste persone e di tutte le altre vittime di questa (e di tutte le guerre) senza fare altri conti che non i proprio interessi, pur sapendo quel che accadeva.

Una strage in diretta

A Potočari in quei giorni non c’erano solo le vittime e i loro parenti che sarebbero poi stati i testimoni ai processi.

Non c’erano solo i criminali.

Non c’erano solo le Nazioni Unite.

C’erano anche altri osservatori che però non denunciarono subito i fatti drammatici e il caos di quei giorni e il panico. Da una parte non si riusciva comprendere la portata del massacro, dall’altra parte si rischiava la propria vita con la presenza in questi luoghi

E sì: pare un quesito più etico, che altro. Testimoni o conniventi? È questo il dilemma che ancora non è stato sciolto e su cui ancora ci si interroga.

Gli operatori dell’Organizzazione Medici Senza Frontiere, presente a Srebrenica dal 1993 si trovavano anche a loro a Potočari e nel rapporto di allora, che hanno pubblicato in questi giorni insieme a un’ampia raccolta di documenti e materiale legato a quel periodo e al successivo, dichiarano di aver assistito il 12 luglio alla separazione degli uomini, di come questi vengano portati in un capannone e di sentire colpi di fucile provenire da lì. O ancora, di come un uomo bosniaco in lacrime porti a un’operatrice un bambino di un anno, e che “si allontani poi con un soldato serbo bosniaco perché è stato selezionato per…?”. O ancora di come gli operatori vengano chiamati a vedere i corpi delle persone uccise. MSF per la posizione neutrale in conflitto che ha sempre mantenuto in ogni conflitto non può opporsi a quello che sta capitando in quel momento, ma gli operatori man mano che passano le ore sono sempre più consapevoli di quel che succede. Il responsabile della missione si rivolge a Mladic che risponde bruscamente: “Voi fate il vostro lavoro, io faccio il mio”. L’unica cosa che, al contrario degli olandesi, riusciranno a fare sarà quella di far evacuare i feriti del loro ospedale da campo, senza che finiscano nelle mani delle forze armate serbe.

Testimoni o conniventi?

Potevano quei 400 caschi blu olandesi opporsi a quello che stava capitando?

4 operatori di MSF potevano cambiare il destino di quelle 8372 persone?

Tutti sapevano cosa stava succedendo, in tempo reale. I satelliti riprendevano le immagini di quel che accadeva, dal vivo. Spostamenti di popolazione, la colonna nei boschi che si arrendeva ai soldati, le evacuazioni ai bordi dei campi di calcio, le ruspe in azione, gli scavi e sepolture.

Ma al momento la giustizia internazionale è ferma alla sentenza 2014 del TPI (Tribunale Penale Internazionale) che ha confermato le sentenza di ergastolo per Vojadin Popović e Ljubiša Beara, tenente colonnello e colonnello dei Drina Corps, un corpo speciale delle milizie serbo-bosniache, coinvolto nel massacro. La sentenza riconosce in toto le responsabilità dei due alti ufficiali nell’aver deliberatamente individuato e annientato gruppi di persone scelte sulla base della loro appartenenza religiosa, decretando nero su bianco che si trattò di genocidio.

E tutti gli altri? Venti persone sono state processate all’Aia per i crimini commessi a Srebrenica nel luglio del 1995. I processi di Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Zdravko Tolimir, Jovica Stanišić e Franko Simatović sono ancora in corso.

Dalla sua istituzione, il Tribunale ha imputato 161 persone per violazioni dei diritti umani, nei territori dell’ex-Jugoslavia tra il 1991 e il 2001. I processi di 146 persone sono stati conclusi, mentre 15 imputati stanno ancora aspettando la sentenza definitiva.

Tutti gli altri camminano come uomini liberi, nella cittadina di Srebrenica come nel resto dei Balcani.

Vittime e carnefici di nuovo insieme, in un gioco delle parti più grande di loro.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Questo 11 Luglio, terminata la lettura dei propri discorsi, la delegazione internazionale (tra cui Clinton, la Boldrini, Valentin Inzko, alto rappresentante in BiH, il rappresentante del tribunale internazionale dell’Aja, rappresentanti di diversi governi tra cui quello olandese) si è incamminata verso la tribuna, passando in mezzo alla folla.

È stato allora, verso le 13, che si sono alzati fischi, a cui si sono aggiunte urla e grida come “Allah è grande”. Mentre il serpentone della delegazione passava tra le transenne, hanno cominciato a volare bottiglie, scarpe e pietre. Tutte rivolte ad Aleksandar Vučić, il primo ministro serbo. In cima alla collina uno striscione si è aperto ed era scritta la frase che Vučić proclamò in parlamento nel 1995: per ogni serbo ucciso, 100 musulmani. La folla ha cominciato ad agitarsi, la tensione si è alzata, dal mezzo delle tombe dove ci si trovava, alcuni hanno cominciato a correre in direzione della delegazione. È stato tutto veloce. Sino a che il Reis-ul-Ulema al microfono ha invitato i suoi fratelli e sorelle a girarsi e a pregare: “Non lasciate che chi ha causato il nostro dolore prenda la nostra dignità. Si tratta di un obbligo verso i nostri martiri e la nostra fede. Per favore, fratelli e sorelle, è tempo per la preghiera”.

Poche ore dopo, i giornali e le tv serbe parlavano di un attentato e un tentativo di uccisione del premier. Vučić ha rilasciato delle dichiarazioni da una parte cercando di smorzare le tensioni accumulate e dichiarando che sa che non sono state le donne e le vittime di Srebrenica a compiere questo gesto, dall’altra chiedendo fermamente che si trovino in fretta i responsabili. L’associazione delle madri di Srebrenica insieme al Sindaco di Srebrenica, hanno chiesto pubblicamente scusa, condannando questo gesto. In queste ore, grazie alle immagini, si stanno cercando i volti e i nomi dei responsabili, soltanto dopo si potrà capire se siano state delle azioni organizzate o se si sia trattato del gesto di alcune persone che ha infiammato gli animi già surriscaldati della folla presente, nel contesto di tensione crescente che ha preceduto le giornate della commemorazione.

L’unico dato certo è che invece di prestare attenzione al dolore dei sopravvissuti, in lutto per i loro morti, si è dato spazio nuovamente alla politica e alla propaganda, che da oltre vent’anni tengono in scacco questa parte del mondo.

Riconciliazione?

Ci sarà mai pace in questo luogo? Oltre al silenzio che regna tra le tombe di Potočari e nella piccola cittadina di Srebrenica, abitata da fantasmi e da poche centinaia di persone, ci sarà mai un reale tentativo di dialogo, di assunzione delle colpe, di vittoria della giustizia e infine di perdono?

Cosa è stato mai fatto in questi vent’anni qui, e nei Balcani in generale, per tentare di spegnere le braci ancora calde alimentate da violenza e nazionalismo?

Di certo non sono i rappresentanti politici al potere a supportare un processo di giustizia e verità in questi luoghi, così come non sono i media locali, foraggiati e foraggiatori dei suddetti politici a smorzare i toni.

Non è l’assetto politico disegnato nel 1995 in Bosnia dalle forze di pace riunite a tavolino a concedere respiro, la tripartizione non fa che aumentare le distanze.

Non ci sono ONG e non ci sono organizzazioni internazionali che siano mai state in grado di lavorare sui traumi e sul superamento delle violenze.

Non è la giustizia che sta dando ragione.

Abbiamo ragazzi nati pochi anni dopo il 1995 che indossano magliette con scritto “8372 motivi per odiarvi”, riferendosi alle vittime di Srebrenica e ai loro uccisori.

La stessa cosa dall’altra parte: i poster con la faccia di Putin, colui che ha messo il veto alla parola genocidio, che il 10 luglio vengono appesi su case e pali nella strada che va verso Bratunac e verso Potočari.

Testi scolastici che raccontano versioni diverse degli stessi orrori.

Eroi nazionali che sono criminali di guerra.

Se vent’anni vi sembran tanti, ricordate, nei Balcani ci si sta ora vendicando di ciò che è accaduto nel 1389.

Questo slideshow richiede JavaScript.

emergenza alluvioni in bosnia

Pubblicato: maggio 19, 2014 in Uncategorized

Dopo le piogge delle ultime settimane la bosnia é sott’acqua.

La situazione é caotica.

Strade e confini chiusi. Case distrutte. Campi allagati.

Bestiame annegato. Mine che si spostano col fango.

Emergenza senza stime complessive e convulsi aggiornamenti di ora in ora.

Sono a sarajevo e senza computer quindi non riesco a scrivere altro.

La bosnia e la serbia hanno bisogno di noi.

Al prossimo aggiornamento.

 

Come faccio a non invitarvi???

Grande viaggio con guida d’eccezione (indovina chi) a Sarajevo a fine giugno. Prezzi pop e Cevapi doc.

Visita alla capitale della BiH in occasione del centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Periodo del viaggio: giovedì 26.06/domenica 29.06

Organizzatore: ONG IPSIA e Tour operator Guglie viaggi

Aperte le iscrizioni per il viaggio a Sarajevo, dal 26 al 29 giugno 2014, in concomitanza con il centenario dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914.

In quest’occasione nella capitale della Bosnia Erzegovina ci saranno numerose iniziative per commemorare l’anniversario del tragico attentato che diede il via alla Prima Guerra Mondiale.

Ma Sarajevo è anche altro, è la “Gerusalemme d’Europa”, luogo in cui l’Oriente bizantino incontra l’Occidente, città dai tanti volti e sapori, in cui la storia si snoda seguendo il corso della Milijacka. Dalle viuzze intricate del bazar ottomano si lascia spazio alle architetture asburgiche, per degradare nelle periferie socialiste.

Sarajevo, rinata dalle ceneri della guerra del 92-95, offre oggi al viaggiatore curioso continui spunti di riflessione e angoli indimenticabili, caratterizzata dal suo spirito accogliente e multiculturale.

 

ORGANIZZAZIONE:

“Sarajevo, in viaggio nella storia” è ideato dall’ONG IPSIA con l’organizzazione tecnica del tour-operator Guglie viaggi.

www.ipsia-acli.it www.guglieviaggi.it

 

Per informazioni e iscrizioni:

Silvia Maraone – 02.7723227

turismo@ipsia-acli.it

 

PROGRAMMA:

Primo giorno: Ore 7 – Partenza da Milano per Sarajevo (1065 Km); Arrivo a Sarajevo e sistemazione in albergo; Cena in albergo; Serata libera

 Secondo giorno:

Ore 9 – incontro con la guida locale e visita del centro storico. Visita della Baščaršija, Gerusalemme d’Eropa:  Moschea Gazi Husrev-beg, Chiesa ortodossa SS. Michele e Gabriele, Museo ebraico, Cattedrale cattolica.

Pausa pranzo (libero, in centro, nei tanti locali che vendono burek e cevapćići)

Pomeriggio – Il lungo fiume: Biblioteca, Inat Kuća, visita alla Casa Museo Despićeva Kuća, Museo Palazzo delle poste, Teatro nazionale, Museo “Sarajevo 1878/1918” e luogo dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando

Cena presso ristorante tipico

 Terzo giorno:

NB: Durante questa giornata ci saranno diverse manifestazioni di commemorazione del centenario a cui poter partecipare

Visita del Museo di storia contemporanea: l’assedio della città (1992/1995) in alternativa Visita del Museo del Tunnel (le visite si faranno con testimoni sarajevesi che racconteranno la loro esperienza durante la guerra).

Facoltativo: Sarajevo dall’alto: Bijela Tabija, Žuta tabija, Alifakovac, antico Cimitero ebraico

Cena presso ristorante tipico

 Quarto giorno: Partenza per Milano e arrivo in serata

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE INDIVIDUALE: 280 €


La quota comprende:

viaggio con autobus GT, sistemazione in stanza doppia in albergo *** con trattamento B&B; accompagnatore italiano;  guide locali, 3 cene,  assicurazione bagaglio/medica (Amitour polizza nr 6001003814/A)

La quota non comprende:

i pasti del mezzogiorno, le bevande, le mance, gli extra in genere e tutto quanto non espressamente indicato nella quota comprende

 

CONDIZIONI:

Iscrizioni entro il 12 maggio 2014 e comunque sino ad esaurimento posti.

Acconto di € 100,00 da versare all’atto dell’iscrizione,  saldo entro il 12 maggio 2014.

Numero minimo di partecipanti 35 (se il numero minimo non verrà raggiunto 21 giorni prima della partenza, il viaggio verrà annullato e l’acconto versato interamente restituito).
Per iscriversi contattare l’organizzazione che vi invierà il modulo di partecipazione da compilare ed effettuare il bonifico.

 

N.B. Documenti necessari: carta d’identità in corso di validità o passaporto

 

 

Attentato all'arciduca - Sarajevo 1914

Attentato all’arciduca – Sarajevo 1914