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Quante facce non saprei riconoscere tra la folla, tra le persone che sono passate in questi mesi nel piccolo campo profughi di Bogovadja, dimenticato da qualche parte nella Serbia occidentale? Con quanto persone non mi sono nemmeno scambiata un saluto, con quanti mi sono invece stretta la mano dicendo good morning, selam?
Quanti sono quelli che sono stati qui, per pochi giorni, per poi tentare il “game”, l’attraversamento illegale dei confini? Chi di loro è riuscito a evitare i manganelli, i cani, i fili spinati ungheresi? Chi ha raggiunto la sua famiglia nella tanto agognata Germania, chi invece ha già cercato per la terza, quarta, quinta volta di attraversare i boschi ed è stato catturato e rimandato indietro?

La vita nel campo profughi è un’infinita ripetizione di giornate tutte identiche, all’interno della quale ognuno di noi recita una sua parte, cercando di tenere sotto controllo stress, tensione, follia che inevitabilmente ti bussano alla porta nel momento in cui siamo tutti prigionieri dello stesso spettacolo, un truman show senza soluzione di continuità. Operatori delle organizzazioni, responsabili del campo, migranti, cuochi, profughi, donne delle pulizie, ci troviamo insieme, tutti i giorni, inventandoci ogni giorno storie nuove, racconti nuovi, scherzi nuovi. Se non sei dotato di fantasia, questo lavoro, o questa vita, non la puoi proprio fare.

Quando non sono al campo profughi, mi mancano le persone del campo e i rumori che sono diventati il mio sottofondo quotidiano. Li sogno praticamente tutte le notti, quando non crollo per la stanchezza. A volte sono persone reali che ho conosciuto, a volte sono folle indistinte, colonne di persone in movimento.
Quando sono al campo, sono talmente stanca di tutto questo che mi irritano le continue richieste, i piccoli furtarelli di materiale dei bambini e delle loro madri, i litigi e le gelosie che serpeggiano tra i corridoi.
Così come loro, anch’io mi trascino in giornate apatiche in cui sento che non ho le energie mentali e fisiche per fare le attività in maniera continuativa. Iniziamo a giocare a pallavolo o calcio, ma ci annoiamo in fretta. Cominciamo un laboratorio e speriamo che arrivi presto l’ora della fine. Vaghiamo tra il cortile, il campo giochi, le stanze del campo. E così passano i giorni, uguali a sé stessi, dopodichè si raccolgono tutte le energie rimaste, cerco di ricordarmi perchè sono qui, quale sia la scelta (o l’incoscienza che mi ha spinta qui?) che ho fatto e rilancio con maggiore energie, sino al prossimo momento di crollo.
Mi appiglio al significato che ho trovato, in una semplice parola, della quale ho capito il peso solo adesso, quaggiù.
Condivisione.
Non l’avevo mai veramente sperimentata in maniera così totalizzante e intensa, non so nemmeno quanto sia sano.
E non lo sto facendo per sentirmi buona, giusta. Non mi sento necessaria, non mi sento speciale, non sto facendo niente che non sia semplicemente stare con delle persone in cammino e fare un pezzo di strada con loro. E’ come quando si va in montagna, nonostante la fatica della salita, ci si saluta sempre, tra estranei. Condividiamo la strada, conosciamo la fatica del sentiero, aspiriamo alla vetta, chi in condizioni fisiche migliori, chi peggiori, rotoliamo sulle stesse pietre, ostinati a sudare e salire.
Io sono a loro straniera, loro sono a me stranieri. Ma nonostante questo ci conosciamo e ci riconosciamo. Abbiamo scalato la montagna insieme.

A Malpensa alcuni mesi fa stavo per tornare a Belgrado, mi sento toccare su una spalla. Un uomo mi saluta in un cattivo inglese. Non lo riconosco, non lo capisco. Mi dice: Caritas, Bogovadja! E io, pur senza riconoscerlo e senza avergli mai detto niente se non “Good morning” mi sono ritrovata sua amica a così tanti chilometri dalla Serbia, dall’Afghanistan.

In questo strano limbo, collezioniamo storie.
E mi fa schifo leggere i giornali e le notizie in Italia, mi fa schifo leggere la violenza che emana dal web e dai social media, mi fa schifo pensare all’egoismo che domina le nostre società. Mi fa schifo sapere che non riusciamo mai a pensare all’altro come se fossimo noi stessi. E non ci rendiamo conto che siamo stati fottutamente fortunati a nascere in un certo posto e in un certo momento della storia. Questa, è l’unica differenza tra Noi e Loro. Non è il colore della pelle, la lingua che parliamo, il cibo che mangiamo, il Dio che preghiamo a renderci diversi.
Ed è questo, un altro pensiero che mi spinge ogni maledetta mattina ad alzarmi, a prendere il furgone per andare al campo: se io fossi nei loro panni, come sarei, come starei. Che tipo di profuga sarei all’interno della galassia dei campi? Non lo so con sicurezza se saprei trovare la forza, le competenze, gli strumenti per vivere questa esistenza così terribile, ma penso che mi piacerebbe avere a che fare con persone che fanno di tutto per cercare di rendere meno orribili le mie giornate monotone e alienanti, che mi piacerebbe che i volontari venissero a far giocare i miei bambini e mi aiutassero non tanto dandomi delle scarpe o dei vestiti, di cui comunque avrei bisogno, ma donandomi l’umanità necessaria a sopravvivere in questa strana catastrofe.  Essere riconosciuti.
E così, ci sono, ci siamo, non siete soli.
Mi ricordo oramai più di vent’anni fa durante la guerra in ex Jugoslavia, questa “sindrome dell’abbandono” che colpiva le persone di quei paesi, condannate a morire in mondovisione. Avevo diciott’anni e andavo in Slovenia nei campi profughi. Oggi, sono tornata nei campi profughi e ritrovo la stessa cosa di allora.
Gli stessi strani equilibri tra le stanze del campo, tra la popolazione di questo micro-cosmo. E’ un ambiente nel quale mi sono ritrovata immediatamente, non a mio agio, ma con la consapevolezza e la capacità di riconoscere certi tipi di bisogni e certe dinamiche che si creano nella cattività e nella coesistenza forzata. Alla fine nei nostri condomini possiamo anche evitare i vicini che ci stanno sulle palle, siamo fortunati, usciamo di casa, andiamo a scuola, andiamo al lavoro, vediamo gli amici, possiamo andare in vacanza.
Qui, così, non hai scelta.
E che differenza ci sia tra un campo profughi, una prigione o un istituto psichiatrico faccio fatica a capirlo. Dipendere dagli altri per tutto: cibo, vestiti, attività. Deprivazione della libertà. E’ già tanto che le persone non abbiano cominciato ad ammazzarsi. E’ assolutamente importante che esista uno spirito di comunità che tiene insieme i pezzi quando gli inevitabili incidenti accadono.
L’unità tra le persone che alcuni stoici tra i migranti stanno mantenendo all’interno di queste quattro pareti sta salvando questo luogo (questi luoghi) da un’esplosione che è sempre lì, prossima, palpabile.

Lo so.
Questo blog probabilmente ha sempre avuto un’altro taglio. L’ho sempre usato come luogo in cui raccontare la storia attraverso le storie, analizzando, citando fonti, indignandomi anche e polemizzando, ma pur comunque mantenendo una distanza da me stessa.
Ma un blog è anche un diario. Io tra me e me lo definisco il pensatoio di Albus Silente. E sono mesi. Mesi che non scrivo, non ne ho avuto la forza, non è tanto una questione di tempo (il non avere tempo è un alibi), ma una questione che se mi metto a raccontare tutte le storie del campo, devo ri-raccontarmele e invece è più che sufficiente una volta.
Stupri, morte, bastonate, disagio mentale, sofferenza fisica, solitudine, paura, angoscia, ansia, tristezza, rabbia… Ecco cosa sono le storie che raccogliamo ogni giorno, nella normalità delle chiacchiere che facciamo.
Ma forse la vera storia non è quella del Male che emerge. La storia qui, tra questi stati d’animo così cupi, è la capacità del’essere umano di andare avanti lo stesso, cercando la Speranza.
Siamo maledettamente capaci di cadere e rialzarci.

H., donna afghana con due figlie piccole. L’ho ospitata a casa mia per un week end fuori dal campo. Ha voluto pulire casa mia (!) e ha preso in mano l’aspirapolvere. A un certo punto si è fermata e ha detto: erano tre anni che non usavo un aspirapolvere.
A. ragazzo iraniano di 15 anni. L’ho ospitato a casa mia, sempre per un week end fuori dal campo. Di notte piange e urla e cerca sua madre.
F. ragazza afghana di 19 anni con due figlie, comprata a 14 anni da un uomo che ha già moglie e nove figli. Pensando che il mio numero fosse quello del ragazzo di cui si è innamorata mi cantava via whatsapp le canzoni in lingua pashtu.
F. ragazzo iraniano, 21 anni. Non capiva perchè i poliziotti bulgari di sera entrassero nella sua camera per picchiarlo, nonostante lui sia cristiano.


Saluti da Bogovadja.

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Al rientro dalla mia long experience in Bosnia, ho cominciato a trattare questo blog non più come un aggiornamento costante dal campo, ma come lo svuotatoio dei pensieri di Albus Silente. Quando mi capita di andare nei Balcani per motivi non ordinari e vivere e vedere determinate situazioni, la terra dei cevapi è sempre pronta a farmi mettere ordine in testa.

E così la scorsa settimana insieme agli amici e colleghi di Caritas abbiamo percorso al contrario una parte della Western Balkan Route. Quasi 3800 Km in 6 giorni, per cercare di capire e documentare quello che sta accadendo nel nostro continente da quest’estate ad oggi e poter raccogliere i bisogni di chi opera lungo questa rotta, cercando ogni giorno di aiutare decine di migliaia di persone in fuga da guerra, disperazione, fame.

Un viaggio fatto per tornare sapendo cosa chiedere. Ma sopratutto cosa chiedersi.

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– Diamo i numeri –

In estrema sintesi – e non per banalizzare – succede che ci sono delle guerre e delle crisi nel mondo che spingono milioni di persone a cercare di vivere una vita normale mollando TUTTO e cercando di salvarsi, rischiando la vita attraversando montagne, affidandosi a criminali, pagando per attraversare sui gommoni il mare e di nuovo attraversare a piedi altre strade. Il sogno si chiama Europa. Spesso, si chiama Germany.

Where do you want to go? Germany.
A volte, Sweden.

Nel 2015 (dati Eurostat) 476.620 persone hanno fatto domanda di asilo in Germania. 162.550 in Svezia. Da noi 84.085 persone.
Ma chi sono, perché fuggono queste persone? Da dove sono arrivati nel 2015 – (dati IOM) – più di un milione di persone? Da dove venivano quei 3.771 morti nel Mediterraneo durante il viaggio? Da dove arrivavano quei 10mila minori non accompagnati SCOMPARSI lungo la balkan route?

Negli ultimi sei anni sono scoppiati o si sono riattivati almeno 16 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); quattro in Medio Oriente (Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Là dove non ci sono i conflitti, ci sono le crisi economiche, la povertà, le malattie. Il nulla.

Tutto questo sta generando uno spostamento di popolazione che vede coinvolte circa 42.000 persone al giorno costrette a lasciare la propria casa, con numeri che hanno superato i 60 milioni di persone nello scorso anno (dati UNHCR). Sempre meno persone riescono a tornare a casa, la maggior parte trova accoglienza  nei paesi dell’Africa subsahariana (4,1 milioni di persone), in Asia e Pacifico (3,8 milioni), in Europa (3,5 milioni), in Medio Oriente e Nordafrica (3 milioni) e nelle Americhe (753mila).

E così sino allo scorso anno eravamo abituati a vedere le scene dei migranti che sbarcavano sulle nostre coste a bordo delle “carrette del mare”. Barconi che dalla Libia puntavano la vicina Lampedusa. Naufragi e disperazione, in mano ai trafficanti di uomini. Ci indignavamo, ma non abbiamo mai fatto molto per capirne di più.

Si trattava, ahinoi, solo della punta dell’iceberg.

Infatti, nel 2015 sono arrivate in Europa 1.000.573 di persone. Di queste l’80% è arrivato dalla Grecia, in particolare attraccando sull’isola di Lesbo, partendo dalla Turchia.
Gli altri, circa 150,000, hanno attraversato il Mediterraneo sui più noti barconi per Lampedusa, partendo dalla Libia.

E’ così che nell’estate 2015 si è aperta la Western Balkan Route. In particolare alimentata dal flusso di milioni di Siriani in fuga dal loro paese che spingono alla frontiera turca, per raggiungere il mare e l’Europa.

Di chi si avventura lungo questa rotta il gruppo più numeroso è quello dei siriani (49%) seguito da Afgani e Iracheni (le uniche 3 provenienze che dall’autunno 2015 hanno diritto di proseguire lungo la Balkan route, gli altri invece vengono respinti e fermati in particolare tra Serbia e Macedonia dove possono o fare domanda di asilo, o venire espulsi. Spesso queste persone cercano altre vie pericolose e illegali per andare avanti nel viaggio).

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– La loro Western Balkan Route –

Il percorso parte dalle isole Greche (in particolare Lesbo e Kos) situate a pochissimi chilometri dalla Turchia da dove trafficanti della peggior specie vendono giubbotti salvagente (sui quali è nato il business della falsificazione, per cui molte persone in caso di ribaltamento del gommone annegano perché i giubbetti non sono omologati) e passaggi su imbarcazioni più o meno sicure. Il viaggio dalla Turchia costa a partire dai 1.000 euro a persona sui gommoni gonfiabili e sale di prezzo per gli scafi rigidi con motore. E’ qui a Bodrum, sulla costa turca, che a settembre 2015 è stato trovato il corpo del piccole Aylan, il bimbo siriano di 3 anni annegato con suo fratello e sua madre, la cui foto ha fatto il giro del mondo.

Col passare dei mesi e l’ingrandirsi dell’esodo si è via via consolidata una rete sempre più strutturata che, da una parte offre sostegno e accoglienza, dall’altra permette ai diversi Stati di registrare e identificare le persone. Sono i così detti Hot Spot, che funzionano secondo la logica dei vasi comunicanti. Quando un entry point è pieno, i migranti restano bloccati negli exit point e via giù a cascata. In base ai numeri e alla velocità delle registrazioni e dei transiti, ma soprattutto in base ai numeri di accoglienza nei diversi Stati o fattori imprevedibili come lo sciopero dei taxisti macedoni, la catena può essere molto veloce, oppure incepparsi.

A capo dei diversi centri sta normalmente l’UNHCR con i governi locali e i relativi ministeri (interni, immigrazione etc) che coordinano e a volte subappaltano ad altre organizzazioni le diverse mansioni, in primis occupandosi di progettare e montare le strutture (tende, bagni, container abitativi) e poi nel colorato mondo degli interventisti umanitari c’è chi si occupa di distribuzione di cibo (normalmente lunch packet e pochissimo cibo caldo), chi distribuisce coperte e mantelle antipioggia, chi vestiti e scarpe (di solito frutto di donazioni), chi  si occupa di fornire informazioni multilingue, chi allestisce le zone wifi e carica cellulari, chi offre assistenza medica, chi si occupa di animazione per i bambini e gestire spazi protetti mamma-bambini etc, etc, etc

Ci sono tutti negli hot spot, dalle grandi organizzazioni, ai semplici gruppi di volontari. Per poter entrare e fare attività o anche solo fare delle visite, è necessario ottenere dalla polizia un permesso che può richiedere una delle organizzazioni accreditata a operare nei campi.

Paralleli ai servizi umanitari ci sono le funzioni di registrazione in entrata e (non sempre) in uscita gestiti dalle polizie dei singoli Stati, che le comunicano all’UE.

Ogni paese ha dunque un entry point e un exit point che, in forma meglio o peggio organizzata, arriva a registrare anche 5-6 mila persone al giorno. Terminata la registrazione in un entry point, le persone possono stare alcune ore al campo per scaldarsi, rifocillarsi, aspettare parenti rimasti indietro e ricaricare i cellulari e tenere i contatti tramite wifi, dopodichè ripartire. Più le persone sono lontane dal loro sogno, quindi in Grecia e Macedonia, meno tempo tendono a stare nei centri di transito, per la paura di restare bloccate.

Il modo per spostarsi da uno spot all’altro cambia in base al paese e avviene via traghetto, autobus, taxi e treno. I prezzi sono uniformati e, in caso di compagnie private, sono stati fatti appalti o accordi tra gli Stati e le compagnie stesse che offrono il sevizio. Naturalmente, ci sono anche trafficanti e passeur che non offrono garanzie e il cui costo è sempre elevato, che approfittano della situazione e della disperazione delle persone, in particolare dei non SIA (Siracheni, Iracheni, Afgani) che sono gli unici che hanno diritto a percorrere la rotta “ufficiale” e richiedere asilo in altri paesi EU. Gli altri (in particolare maghrebini, eritrei, pakistani) arrivano normalmente lungo la rotta fino alla Macedonia o alla Serbia e da qui – una volta respinti – portati nel campo per richiedenti asilo in Serbia, situato a Belgrado. Il numero dei richiedenti asilo in Serbia ovviamente è irrisorio, i migranti si spostano dalla periferia sino al Miksalište (un centro aiuti ai migranti nato dietro la stazione dei bus e gestito in toto dalle organizzazioni di volontariato in cui polizia e altri operatori non entrano) e raccolte le informazioni necessarie e trovati i contatti giusti ripartono, a questo punto scomparendo dai flussi registrati.

Dalle isole Greche i migranti raggiungono Atene via traghetto, ognuno pagando il proprio biglietto. Il costo varia in base al servizio che si sceglie (passaggio ponte, cabina) e alla compagnia che offre il servizio e parte da un minimo di 44 a un massimo di 72 euro a persona.

Ad Atene terminata la registrazione si parte via autobus per Idomeni (exit point). In questo caso il costo del tragitto è di circa 30, 35 euro. Può capitare che Idomeni sia chiuso perché il campo è sovraffollato. In questo caso i malcapitati dovranno aspettare presso l’autogrill Eko sull’autostrada, all’altezza di Polikastro. Qui non esiste un campo organizzato, i bus stanno fermi per giorni fino a che Idomeni non si svuota. Le persone (negli ultimi giorni 3 – 4.000) aspettano di partire, dormendo in tendine da campeggio, senza cibo caldo e senza bagni a sufficienza. Nell’area non sono state montate tende riscaldate, container e si conta una bassissima percentuale di organizzazioni, proprio vista l’imprevedibilità della situazione.

Dal campo di Idomeni i migranti a piedi superano il confine – che sia giorno, che sia notte, che sia freddo, che sia caldo e arrivano a Gevgelija (Macedonia). Qui ripartono praticamente subito o con il treno o con i taxi. Il prezzo per arrivare a Tabanovce è di 25 euro a persona. E’ qui che gli autisti macedoni hanno protestato fortemente bloccando i passaggi dei treni, che a loro dire toglievano loro lavoro. Il governo ha dovuto trattare per far passare almeno un treno al giorno, mentre per il resto del tempo sono i taxi ad accompagnare le persone.

Problema: considerato lo stipendio medio macedone di circa 250 euro al mese, quanti soldi in più guadagna al mese un tassista che in un giorno fa in media due viaggi con a bordo 4 persone, visto il costo del carburante che non supera l’euro al litro?

Raggiunta Gevgelija i migranti superano il confine e percorrono 4 Km a piedi lungo un sentiero parallelo alla ferrovia per raggiungere prima Miratovac (dove si trova il RAP – Refugee Assistance Point) e quindi Preševo, in Serbia. Al pari del centro d’entrata, anche il centro di uscita macedone è caotico e la gente recupera in fretta qualche vestito, qualche panino e si incammina in fretta verso la Serbia. Di là della frontiera, percorsi i sentieri a piedi nel fango, la situazione si fa più tranquilla. Il centro a Preševo è veramente ben attrezzato, salvo le lunghe attese per il security check (che avvengono sotto una pensilina all’aperto), si accede a larghi tendoni riscaldati e servizi igienici decenti. Inoltre ci sono moltissime organizzazioni presenti. Terminata la registrazione i migranti hanno 72 ore per lasciare la Serbia o chiedere asilo e si incamminano con i bus verso il nord del Paese, prima fermandosi nell’autogrill lungo l’autostrada ad Adaševci dove hanno allestito un centro del commissariato serbo per i rifugiati e un centro di accoglienza (nulla a che vedere con l’autogrill greco di Policastro) e quindi proseguendo per la stazione dei treni di Šid. Il costo del percorso dal sud al nord della Serbia in autobus è di 35 € a persona.

Da Šid si parte via treno per Slavonski Brod. Qui nuovamente vengono fatte le procedure di controllo, l’identificazione e la registrazione (che permette di stare in Croazia sino a 7 giorni) e dopo un’attesa che normalmente durava circa 5 ore (ma che si sta via via prolungando fino a 24, 48 ore in questi giorni) il treno parte per Dobova in Slovenia. Le spese di trasporto sono – per la prima volta – gratuite per i migranti. E’ l’Unione Europea che infatti sta coprendo le spese di accoglienza e trasporto all’interno di questi paesi.

Partiti da Brod si raggiunge in circa 4 ore il centro di transito di Dobova, in Slovenia. Da qui nuovamente senza pagare, si parte per l’Austria, verso due punti di confine: Šentilj-Spielfeld o Jesenice-Rosenbach.

Ed è qui che finisce la Balkan Route e si apre la possibilità di ricominciare una nuova vita per i migranti. Sempre che i governi europei trovino degli accordi per la distribuzione dei richiedenti asilo e rifugiati, sempre che le espulsioni e i respingimenti non si facciano ancor più frequenti, sempre che la Turchia faccia la sua parte nell’accogliere all’interno delle sue frontiere le decine di migliaia di persone che cercano riparo…
Sempre che l’Europa faccia la sua parte, sempre che noi facciamo la nostra parte.

Ma come diceva proprio oggi Papa Francesco in Piazza: si deve trovare una soluzione politica per questo povero paese (rif. Siria).

– La mia Western Balkan Route –

Ero stata a novembre 2015 presso il campo di transito di Slavonski Brod, in Croazia orientale, aperto a inizio mese. Ero rimasta positivamente colpita dal grado di efficienza di questo posto, dagli operatori che ci lavorano e dal buon clima tra polizia, volontari, operatori umanitari. In questo viaggio che si è spinto più in là ho capito che Slavonski Brod è probabilmente vissuta come la fine del viaggio, il posto in cui anche i rifugiati e migranti tirano un sospiro dopo giornate se non mesi ad affrontare l’ignoto.

Le folle di persone che spingono e urlano e non si fermano che ho incontrato a Gevgelija, al confine macedone-greco, che ho rivisto a Preševo, al confine serbo-macedone, avevano lo sguardo allucinato, la paura e il caos negli occhi. Paura di rimanere nella terra di nessuno, forse. Paura di essere respinti, forse. Paura di non arrivare in tempo in Europa, prima che l’Europa chiuda tutti i suoi confini. E quindi spingevano, camminavano, volevano andarsene da quei campi, in mezzo al nulla, vicino alle ferrovie. E poi, a Brod gli stessi visi, gli stessi abiti donati dalle organizzazioni e dai cittadini, ma la faccia distesa. Persone sedute su un treno in attesa del fischio che li porterà in Austria, finalmente. La fine del viaggio.

Il nostro percorso in auto durato solo 6 giorni ha fatto tappe a Dobova, Slavonski Brod, Šid e Adaševci, Belgrado, Preševo, Tabanovce, Gevgelija e Idomeni, Policastro. Saremmo andati giù giù giù fino ad Atene e poi Lesbo e la Turchia e Aleppo alla fine, se non fosse che a un certo punto uno si deve fermare. Lo stesso percorso che noi abbiamo fatto in pochi giorni dura a volte venti, trenta giorni, a volte mesi.

Dipende.

Da cosa? Dai soldi che si hanno, dai contatti con i trafficanti, dalla possibilità di avere notizie di chi è già oltre e ha superato le tappe e comunica con whatsapp e nei gruppi facebook per raccontare difficoltà e trucchi da seguire, dal clima, dalle frontiere aperte o chiuse, dagli scioperi di chi cerca di trarre profitto dalla situazione bloccando le strade, dal riuscire a rimanere uniti ai propri parenti o doverli aspettare di tappa in tappa, dall’essere ricacciati e poi riprovarci.

Insomma, dipende.

Così come dipende il grado di efficienza e l’organizzazione nei diversi „centri di transito“ come vengono chiamati. Infatti ufficialmente nessuno ha definito i numerosi e sempre più attrezzati spazi che si vanno costruendo sulla Balkan Route come „centri di accoglienza“. Bisogna anzi stare attenti a come si parla coi diversi interlocutori. Centri di transito. Il problema non sarà permanente, ufficialmente. Ufficialmente queste persone non si fermeranno in questi paesi.

Ossia: nessun governo dei paesi balcanici sta dicendo al suo popolo che c’è un (probabile?) accordo con l’UE (moneta di scambio?) per tenere i profughi  sul proprio suolo.

Ma in verità i posti letti aumentano. Come mai a Slavonski Brod che è solo luogo di registrazione e partenza ci sono 10.000 letti e si sta pensando a farli diventare 15.000? Perché la stessa cosa accade a Preševo? Che progetto c’è nel risanare un vecchio stabilimento a Šid per metterci migliaia di brandine?

Ad ogni modo, finchè non si gioca a carte scoperte, il viaggio è stato una discesa agli inferi, via via che cambiavamo Stato e andavamo verso sud, ovvero verso l’origine della rotta, via via la situazione diventava più caotica, confusa e spaventosa. Nessuna scena orrenda, ma una tensione percepibile nelle persone, la paura di non arrivare (arrivare poi dove, mi chiedo io).

A Brod file ordinate e poche centinaia di persone sedute sul treno, scendendo più giù, fino a Policastro, gente a piedi nel fango, centinaia di bambini, fantasmi avvolti nelle coperte grigie degli aiuti umanitari. Persone costrette ad aspettare 3 o 4 giorni lungo l’autostrada, senza bagni, senza cibo, dormendo nei bus o nelle tendine da campeggio della Decatlon, con il vento che ti butta addosso aria gelata. L’unica cosa positiva per ora è che quest’inverno a differenza dei soliti inverni balcanici, è più mite del normale.

Migliaia di persone lungo la spina dorsale dei Balcani, il tutto sapendo che in Grecia ci sono già altre decine di migliaia sbarcate e altre decine di migliaia pronte al confine turco.

Numeri che fanno impressione, ma che non significano nulla per chi li legge e per chi ne fa statistiche.

– Le persone, non i numeri –

Noi abbiamo parlato con alcuni di loro, abbiamo sorriso ad alcuni bambini, bevuto il té con loro, semplicemente ci siamo scambiati uno sguardo, con un malcelato ottimismo abbiamo augurato loro buona fortuna, buona strada verso la Germania Inshallah!

Abbiamo incontrato persone determinate, spaventate, pronte a tutto, pur di andare via dal loro Paese, con la sofferenza di lasciarsi tutto e tutti alle spalle, ma senza nessuna alternativa. Centinaia di padri e madri che tenevano stretti i loro bimbi più piccoli, mentre quelli che sanno camminare corrono per non perdersi.

Ecco chi sono questi terroristi e criminali pronti a venire in Europa e sterminarci. Orde di bambini vestiti in modo buffo, con giacche di 3 taglie più grandi, uomini con la barba lunga sfatta da giorni e donne non truccate e non pettinate, che chiedono educatamente ai poliziotti di poter andare in bagno lasciando la fila.

Colpevoli solo di essere nati dalla parte sbagliata del mondo.