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Lui si chiama Ante Gotovina.

Per molti, in Croazia e in Bosnia è un eroe.

Sicuramente la sua vita è degna di una delle migliori spy story. Belloccio, spietato, elegante, si sposa con una sudamericana, vive un po’ in latitanza, un po’ in libertà, a 17 anni si imbarca su un mercantile, successivamente va nella Legione Straniera, vivacchia con piccoli crimini che poi diventano crimini più grandi, fa un po’ di prigione ma meno di quella che dovrebbe, ha più di un passaporto, simpatizza con la destra francese….. Nel 1991 la sua Patria dichiara l’indipendenza e Ante torna a compiere il suo dovere. Avendo già avuto esperienze di guerra, diventa sin da subito un ottimo comandante sino a quando diventa maggiore generale dell’esercito croato.

L’apice della sua carriera è nel 1995, durante l’estate, quando guida l’Operazione Tempesta.

Tra i 200.000 e i 250.000 serbi che abitano la regione della Krajina vengono spazzati via.

Uccisioni, deportazioni, stupri, razzie.

Gotovina, finita la guerra diventa capo dell’Ispettorato dell’esercito, ma la sua carriera si interrompe quando il Neo Presidente Mesic nel 2000 comincia a operare in una direzione collaborativa con il Tribunale Internazionale dell’Aja per condannare i crimini di guerra. Al punto che nel 2001 il Generale viene accusato di crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e dei costumi di guerra per le azioni commesse dalle sue truppe durante l’Operazione Tempesta. In particolare i punti dell’accusa riguardano: persecuzioni, omicidio, saccheggio di proprietà pubblica e privata, distruzione immotivata di città e villaggi, deportazione, trasferimento forzato, altre azioni inumane.

Il supergenerale, accusato nel 2001, si dà alla macchia, mentre il Popolo lo sostiene. E’ un eroe e non si discute.

Più che macchia, diciamo macchietta. Gotovina è in Croazia! NO, è in Bosnia! Lo tengono nascosto in un monastero! No, è in un bunker in Erzegovina!

Questa -finta- latitanza però non può durare molto. Taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa, tentativi di cattura dell’Interpol ostacolati dai Servizi Croati… il tutto fino a quando  l’Unione Europea, in particolare i Paesi Nordici, pongono il veto: o Gotovina si consegna/viene consegnato, o la Croazia, le uniche stellette che vedrà brillare continueranno ad essere solo quelle della giacca del Generale, mai quelle della bandiera gialla e blu.

E’ soltanto nel 2005, dopo l’ennesimo respingimento per l’adesione in EU, che la Croazia si impegna definitivamente a collaborare, emanando un ordine di cattura.

Cattura che si compie a Tenerife in un resort, nel dicembre 2005. Nella stanza del Generale 12.000 dollari in contanti e il passaporto croato falso con il quale ha viaggiato per tutta Europa nel corso degli anni di latitanza.

Nel 2008 inizia il processo, accorpando il suo a quello di Mladen Markac, altro responsabile dell’Operazione Tempesta.

Il 15 aprile 2011 la sentenza di primo grado condanna Gotovina a 24 anni di reclusione e Mladen Markac a 18 anni per crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e dei costumi di guerra.

Alle 9.45 circa del 16.11.2012 si conclude il processo di appello iniziato nel Maggio 2012.

Assoluzione totale.

Le piazze della Croazia – nelle quali si proietta su maxischermo quest’ultimo atto – esplodono. Petardi, fumogeni, canzoni (sono convinta che in qualche posto minore stiano anche sparando raffiche di kalashnikov). Veterani che piangono, donne che piangono, tutti che piangono. L’eroe è libero. La giustizia si compie.

….. Il fatto, diciamo, sussiste.

Nessuno nega l’Operazione Tempesta, ma il Generale non poteva evitare quello che ogni guerra porta con sé. Ha fatto quello che tutti da sempre fanno.

Igni ferroque. Ferro e fuoco.

Il trofeo di guerra.

Le prede di guerra.

Ha fatto quello che hanno fatto i serbi e quello che hanno fatto i bosgnacchi.

Vista così non è altro che una spirale senza fine.

In fondo di Norimberga ce n’è stata una sola. Quei processi in cui tutti erano colpevoli, compresi i macchinisti dei treni dello sterminio, in cui non era sufficiente giustificarsi dicendo: Eseguivo degli ordini sono storia lontana e dimenticata.

Provo una sensazione di amarezza, in un certo senso è come se i cattivi siano chiaramente i serbi e dunque grande accanimento per i processi Mladic, Karadzic, Milosevic = i Mostri. Gli altri, sicuramente meno famosi a livello mediatico (almeno, in occidente) in fondo sì, hanno ucciso, bombardato, stuprato, razziato, ma mai per primi. I bombardamenti sulla popolazione della Krajina (oltre ad aver fatto meno morti) non vengono considerati equiparabili ai bombardamenti su Sarajevo.

Sarà che io sono per un concetto di giustizia paritario, in cui la famosa bilancia deve essere a metà all’inizio, non penso che si possano usare due pesi e due misure. Invece è come se la sensazione fosse questa.

Per carità non sono una giurista e dunque non metto in dubbio che la scelta compiuta dai giudici in appello sia del tutto corretta (3 a favore 2 contrari), ma resta cmq questa sensazione di ingiustizia.

Restano interessanti le reazioni a breve (e medio termine).

Gotovina era un eroe, le foto del Generale campeggiavano nei locali, sui pali ai bordi della strada. I croati e parte dei bosniaci non avevano mai del tutto perdonato che il loro stesso Governo consegnasse l’Eroe al Tribunale, anche se voleva dire non entrare in Europa.

Ieri in viaggio dall’Italia ho incontrato numerose auto nella zona tra Karlovac e verso Plitvice che esponevano la foto del Generale sul cruscotto, in attesa della gran giornata di oggi. Immagino che oggi e per tutto il week end (avranno fatto apposta a farlo di venerdì il processo? Per permettere al popolo di sbronzarsi adeguatamente?) si festeggerà molto.

I giornali croati stanno titolando a piene pagine: SUBITO A CASA! LA VITTORIA DELLA VERITA’! CROAZIA INNOCENTE! GOTOVINA E MARKAC LIBERI!

L’euforia è alle stelle, e i morti ammazzati non contano niente. Il livello di adrenalina è tale che lo Stato di Croazia si purifica l’anima e dimostra al mondo di essere innocente e di non aver fatto niente di male durante le guerre di aggressione subite nel 91/95.

Pace all’anima di tutti quanti, alla fine st’inferno balcanico è una storia lontana, sulla quale in loco si costruiranno nuove statue e nuovi monumenti.

Le vittime sono le ultime a parlare nei processi, in fondo i morti non parlano e le tombe su cui piangere sono quelle di gente morta per caso o per sbaglio, di chi si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato.

In fondo anche qui in Krajina bosniaca l’eroe è considerato un personaggio positivo, alla fine è quello che ha liberato l’intera regione dall’oppressore serbo.

I punti di vista sono sempre due, il vinto e il vincitore che si danno il cambio.

Io posso solo immaginare i traumi, la rabbia, la frustrazione che ci siano nell’esperienza personale di ognuno. Rispetto il dolore, la perdita e il dramma di ognuno.
Quello che però mi spaventa è il tifo calcistico, l’incapacità di uscire dal branco, di non riuscire nemmeno per un secondo a guardare la Storia da sopra, dall’alto, allargando il punto di vista. Cercare di mettersi nei panni dell’altro.

Forse oggi è ancora troppo presto, qui, per fare questo’esercizio e forse manca la capacità di farlo, un’ignoranza di fondo che desidera una semplice vendetta a livello personale, per togliersi un sassolino dalla scarpa.
E’ questo che mi spaventa, qui. La mancanza di un senso del Bene Comune. La mancanza di un senso di Giustizia. Godere non del Bene degli altri, ma del Male.
Una sorta di rabbia repressa che percepisco nella maggioranza delle persone. Aspettare che gli altri cadano, e ripiombino nell’inferno in cui si vive come dannati.
E’ come se qui non ci fosse il diritto alla Felicità, alla Speranza, all’Amore.
Tutto va male, tutto è grigio, tutto va a rotoli, ma anzichè aspirare al meglio (te best is far to come!), c’è questa tendenza suicida e distruttiva a sprofondare tutti a picco.

Ma per non finire in discorsi troppo autunnali, per ora stiamo soltanto a vedere.

E dunque la Croazia nel Luglio 2013 si appunterà al petto le stellette dell’Unione Europea, anche se è innegabile che siano molto più brillanti e desiderate quelle del Generale Gotovina, che finalmente torna a casa! Dopo una dieta di polpettine modello Ikea, sono certa che affonderà i suoi forti denti nello stinco di un bel maialino allo spiedo, innaffiato non più da succo di mirtillo, ma da una Sljivovica intitolata a lui!

Zivijeli Generale, e Zivijela Crozia!

 

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La Tempesta

Pubblicato: aprile 20, 2011 in Uncategorized
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Parlar di tempeste in questi posti, non significa parlare né di Shakespeare, né di maltempo.

Significa tornare all’estate del 1995, quando un’operazione guidata dalle forze croate insieme a quelle bosgnacche ha “permesso” di riprendersi, nel giro di poche settimane, gran parte di ciò  che che i precedenti anni di guerra avevano saldamente lasciato nelle mani dei serbi…

La zona nella quale si è combattuta la Tempesta (Oluja) sono le cosidette Krajine, ovvero le zone militarizzate create durante il periodo della “gestione” austro-ungarica del Paese (parliamo dalla metà del 1500 e oltre) a difesa dei confini sacri dell’Impero Cristiano. E quindi queste zone vennero popolate con serbi in fuga dall’avanzata ottomana che lì si stanziarono in mezzo ai lupi, con l’incarico di difendere i confini dall’avanzata della mezzaluna…Insomma, garbugli balcanici di secoli fa, in terre di pietre e animali selvatici. Roba che a un occidentale, non gli piace tanto e fa pure fatica…

Per semplificare, diciamo che le cose qua andavano in un certo modo da secoli, sino a quando a qualcuno non gli è venuto il ghiribizzo di ritirare fuori storie vecchie (per nascondere i proprio interessi) e pensar bene di lavare il sangue col sangue.

Ad ogni modo altri prima e meglio di me han già raccontato queste storie e sopratutto ognuno ha la sua versione dei fatti, meglio non immischiarsi troppo…

E tant’è torniamo alla storia che vi volevo raccontare. Come dicevo sopra l’operazione Oluja riprese i territori perduti, spazzando via come una tempesta estiva tutto quello che c’era sulla propria strada, a partire dai poveracci che non avevano voluto prendere su le proprie misere cose da contadini e avevan deciso di restare (vecchierelli innocui per lo più, trovati sgozzati nelle proprie case bruciate, dopo la tempesta).

La tempesta al  proprio passaggio ha fatto in modo che nessuno poi potesse ritornare troppo facilmente nelle zone in cui aveva vissuto per secoli la propria famiglia. E quindi trafile di case bruciate, senza tetto, in mezzo a campi incolti e sopratutto minati.

In una delle mie prime gite fuori porta, mi son spinta appena fuori Bihac andando verso il confine croato, nel villaggio di Lohovo. Oggi questo posto praticamente è diviso a metà, da una parte ci sono le nuove ville dei ricchi, le Vikendice (case del week end), che han comprato per poco (o hanno direttamente espropriato) le case di chi lì non sarebbe mai più rientrato. Dall’altra parte, misere case bruciacchiate e annerite.

Il tardo pomeriggio di ieri è stato dedicato all’apprendimento del cuocere la grappa di mele, all’interno di una stalla bruciata. Stalla che era di Branko e di Mira, due vecchietti che ora vivono a Gradiska, ma che nella bella stagione si trasferiscono in una casetta di mattoni completamente vuota, ricostruita con le donazioni esattamente di fianco alla vecchia villa di famiglia, che era lì da cent’anni.

I due vecchietti non han mai fatto male a nessuno, così come i loro figli, la loro unica colpa era quella di essere nati lì, e di essere di origine serba.

Come spieghi a una donna che ha perso tutto, e a un uomo che ha perso tutto, che così è la vita, tako je zivot? E c0me la racconti quella rassegnazione, quel muovere le mani, quegli occhi azzurri? Chi sono io, 35 anni, italiana, per dire a un serbo, a un croato a un musulmano: così è la vita? Ma so che quella è la frase, nella loro lingua, che significa qualcosa.

Significa che ciò che è perso, e chi si è perso, non torna, e che non c’è giustizia forse in questa vita, ma che bisogna viverla.

Il pane di Mira era caldo, appena uscito dal forno a legna, e lei si scusava con noi, perchè sarebbe stato più buono se mangiato un po’ più tiepido.

Era il pane più buono che avessi mai mangiato.