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E’ una settimana che ci penso e tuttora ci rimugino.
Ripenso a dove mi trovavo lo scorso venerdì.

Sto vivendo una specie di sospensione.
Non ho trovato il tempo, e le parole, per ricordare.

Voglio essere sincera: non le ho volute trovare.

Mi hanno urtato le tante ricorrenze, specialmente i tanti servizi da parte degli stranieri.

Ho un rapporto personalissimo con Sarajevo, fatto di un amore a distanza di quelli adolescenziali.  Io 18 anni e lei qualche secolo in più di me. Io lontana, che la guardavo attraverso i libri e i video terribili di allora e lei lì, così altezzosa e sicura di sé nonostante il massacro. 

E poi i viaggi. I cambiamenti.

Crescevo io e cambiava lei. Si rifaceva il trucco. Anche un po’ pesantemente, oggi. Un po’ puttana, oggi.
Ma sempre così, fiera, altezzosa e sicura di sé.

Posso dirlo, sono quasi gelosa di questa città, ma visto che lei non mi appartiene e io non appartengo a lei, non mi oppongo a ciò che accade, e anzi, lo riconosco pubblicamente.

Sì, questa è una dichiarazione d’amore. Amo Sarajevo. 

…dicevamo.

Sarajevo nel ventennale dell’inizio dell’assedio.

Uh. Non lo trovate …..Strano?

Ricordare un inizio e non una fine.

In Italia non festeggiamo l’inizio della guerra, ma il 25 aprile, la liberazione. La presa della Bastiglia indica la fine di una dittatura. Il 4 luglio decreta la nascita di un Paese…
Coincidenza (per chi crede nelle coincidenze) ha voluto che sino a poco tempo fa  il 6 aprile in Bosnia fosse un giorno di festa, la liberazione della città di Sarajevo da parte dei partigiani, nel 1945.
Oggi il 6 aprile è ancora la giornata di Sarajevo, ma non si commemora (e non si festeggia) la Liberazione, ma l’Occupazione.

Come molte altre date balcaniche, contrassegnate da curiose coincidenze, il 6 aprile del 1992 iniziò l’assedio della città, nel cuore dell’Europa. La città che sino al 1996 visse separata e mutilata da sé stessa, sotto il terrore delle bombe, dei cecchini, delle stragi. Senza acqua, luce o gas. Ma dimostrando una sua capacità di resistere alla barbarie e piangere i suoi morti, chiunque fossero.

11541 vittime ricordate vent’anni dopo da 11541 sedie rosse (made in Serbia, come fa notare qualcuno), più piccole quelle degli oltre 600 bambini uccisi, su cui vengono appoggiati non solo fiori, ma cioccolato, peluche, caramelle di cui sono stati privati durante l’assedio e di cui sono ora privi per l’eternità (anche se forse il Paradiso dei bambini è un enorme luna-park pieno di musica, zucchero filato e grandi pony di pezza).

MA la cosa più importante, più commovente, più drammatica e più giusta è che oggi a ricordare, al contrario di dieci anni fa, sono loro.

I cittadini di Sarajevo.

Lentamente e in silenzio entrano nel corso che dalla Alipasina Dzamija li porta verso la fiamma. Sono giovani, sono famiglie, ma io vedo sopratutto tante persone adulte. Donne e uomini con capelli grigi e bianchi che piangono in silenzio e non di certo a favore di qualche telecamera o fotografo sciacallo (come ai vecchi tempi… magari capita lo scoop di una vita! che strazio, morire due volte: sotto l’obiettivo di un cecchino e sotto l’obiettivo di un fotografo della Reuters).

La Patetica di Tchaïkovski sommata al cielo grigio che fa risaltare ancor di più questo rosso e queste lacrime comincia a farmi venire l’ansia, ma attraverso tre volte l’intero corso, anche per vedere i poster e le locandine attaccate sulle vetrine dei negozi (stranamente Mc Donald’s ha solo i suoi poster con in promozione gli hamburger) . Sono i poster della resistenza culturale e artistica di Sarajevo. Non avranno avuto il gas e avranno bruciato i loro alberi per riscaldarsi e cucinare, ma il senso dello humour non è mancato (purtroppo sopratutto a favore dei giornalisti stranieri e dei soldati Unprofor che hanno preso i poster come souvenir, ai tempi).

E che i giornalisti internazionali si ritrovino pure nell’Holiday Inn a bere vodka, mangiare kupus, e rievocare con nostalgia i bei tempi dell’assedio.
Che i politici e chi per loro facciano pure cerimonie self-centered.
Che i giovani freelance scattino foto ai bambini che lasciano sulle sedie dei loro coetanei morti in guerra i peluche.
E che noi italiani, europei, occidentali, andiamo pure a passeggio su questo corso.

In mezzo a una folla di sarajevesi che non ci guarda neanche, perchè hanno altro da vedere.

La ricorrenza è finita con un arcobaleno doppio di incredibile bellezza.

La sera, verso mezzanotte, sono passati a ritirare le sedie  e a seguire i camion delle pulizie con le spazzole hanno raccolto i fiori caduti dalle sedie.

La mattina dopo la Marsala Tita e la zona pedonale erano piene di gente che passeggiava e beveva il caffè.

So solo che adesso, oggi, una settimana dopo quel 6 aprile, si festeggia in Federazione il ventennale della creazione dell’Armata bosniaca, l’Armija.

Non so quando in Bosnia ci sarà un tempo per cucire,un tempo per guarire, un tempo per ricostruire, un tempo per ballare e un tempo per la pace. So quando c’è stato il tempo per fare altro. Per odiare, per bruciare, per ferire, per uccidere. E non è tanto lontano da ora.

 

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