Archivio per la categoria ‘Western Balkan Route’

Numeri.

L’altra sera mi trovavo a Milano e leggevo i numeri delle migrazioni negli ultimi quattro anni. Oltre ai diversi ingressi registrati, c’è un’altra statistica che viene citata poco. Il numero delle persone morte nel tentativo di arrivare da noi, in Europa. Sono stime, perchè di tante persone non conosceremo mai veramente il destino. Chi annega in mare e viene sommerso dai flutti. Chi muore di sete e di caldo nel deserto e sparisce ingoiato dalla sabbia rovente. Chi congela nei fiumi e tra le montagne dei Balcani e viene divorato dagli animali selvatici. Sono in media quattromila all’anno le persone che spariscono così. Seppellite in fosse comuni, lontane dalle proprie famiglie e dalle proprie case. Noi li vediamo come una massa indistinta, fatta di numeri. E non ci sconvolge.

Viviamo tra i morti, nuotiamo tra i cadaveri nel Mediterraneo. E non ci pensiamo, se non quando magari una foto più di un’altra non ci colpisce. Ci fu il caso di Aylan nel 2015, con la sua maglietta rossa, riverso a faccia in giù sulla riva del mare, che ci fece trattenere per un attimo il fiato e che spalancò di colpo le porte del sogno EU a quasi un milione di persone. Dopodichè, quel quasi milione di persone divenne troppo da gestire e firmammo un accordo a Marzo 2016, per chiudere la rotta balcanica, lasciando quasi 80.000 persone ferme tra la Grecia, la Macedonia e la Serbia.

Di loro, dei quasi settemila bloccati in Serbia, la maggioranza Afghani, ci siamo dimenticati in fretta. Sono stati sistemati tutti quanti nei 18 campi profughi aperti dal governo con il finanziamento dell’UE. I siriani sono rimasti in Grecia, prima o poi verranno ricollocati. E quasi quattro milioni sono in Turchia, bloccati dopo l’accordo di cui sopra.

In questi mesi, da Maggio, quando sono arrivata in Serbia, ho conosciuto diverse centinaia di persone. Famiglie sopratutto, ragazzi, uomini. Sono in viaggio da due anni, per lo più. Hanno già conosciuto la durezza del cammino, la paura dell’acqua, il dolore dei colpi dati dal manganello. Uomini, donne, bambini.

Quando ho cominciato a fare volontariato vent’anni fa nei campi profughi in Slovenia, erano sopratutto loro, i bambini, l’energia in più che faceva sembrare meno brutta la vita in quel limbo. Con loro era facile dimenticare dove ti trovavi, la durezza e la noia della vita nel campo, l’incertezza del futuro. Quei pensieri consumavano e consumano sopratutto gli adulti, coloro che sanno quanti soldi hanno già speso e quanto ancora devono indebitarsi per andare avanti nel game. Quanto costerà provare ad attraversare la Croazia o l’Ungheria con i trafficanti.

Negli ultimi mesi molti hanno cominciato a tentare di attraversare i boschi tra la Serbia e la Croazia da soli, con le mappe di Google. L’Ungheria è più difficile da attraversare, lì il confine è più sorvegliato, ci sono fili spinati doppi con lame di rasoio in cima, ci sono i cani, ci sono i sensori di rilevamento termico e le telecamere a infrarossi. E poi ci sono i manganelli, gli ungheresi prima di cacciarti ti pestano, così forse non proverai più la prossima volta. E’ così che rimandano in Serbia brandelli di umanità, feriti nello spirito e nel corpo. La Croazia invece da quest’estate sembrava più porosa, sembrava quasi si riuscisse a passare e poi se proprio non si riusciva ad andare più in là, verso Austria o Ungheria, si poteva chiedere l’asilo. Non sarà Shengen, ma è pur sempre EU.

Da novembre, osserviamo impotenti i tentativi che le persone fanno di andare di là, a Nord dalle parti di Šid. Dal nostro campo decine di persone sono partite e le abbiamo viste ritornare.

Una di queste famiglie non è tornata intera. Avevano lasciato il nostro campo ad Agosto e passato un paio di mesi tra Tutin e Belgrado, fino a quando non hanno provato ad attraversare il confine.

Di Madina ricordo che aveva gli occhi grandi, i capelli neri e folti, uno sguardo vispo e un sorriso furbo. Era piccolina e si confondeva in mezzo ai suoi fratelli e sorelle. Una mattina di Maggio, ero da poco arrivata in Serbia, arrivo al campo e sento i bambini che urlano e corrono verso di me: “cats, cats”! Madina mi prende per mano e mi porta a un grande vaso in cemento, dentro il quale ci sono due gattini neri di meno di un mese, terrorizzati. I bambini sono eccitati e contenti, giocano coi gatti, senza pensare a quanto siano spaventati. Prendo i gatti, li metto in una scatola e li porto in auto. I gatti, avranno molta più fortuna dei profughi bloccati da anni nel limbo migratorio, loro sono a Milano e vivono pasciuti e felici in una bella famiglia, con documento di identità e regolarmente registrati in Comune.

Madina era così, curiosa, sorridente, chiacchierona. Anche se non parlava così bene inglese riusciva a farsi capire e ti saltellava intorno.

Mi immagino come sia stato faticoso per lei, con le sue gambette corte, attraversare la “jungle” tra la Serbia e la Croazia, di notte, tra i fili spinati e le pattuglie della polizia, senza probabilmente capire cosa stava succedendo. Così come non avrà capito cosa è successo, quanto un treno l’ha travolta, uccidendola e lasciando il suo corpo insanguinato al buio, vicino ai binari, mentre gli altri della sua famiglia cercavano di capire al buio dove fosse finita la piccola. L’ha trovata Rashid, suo fratello. Un ragazzo alto e gentile, taciturno, sempre disponibile e attento ai piccoli della famiglia. Mi immagino le urla di Nilab, la sorella maggiore con cui giocavo a pallavolo e con cui parlavamo dei sogni di arrivare in Europa e poter vivere liberamente, in Germania.

La versione ufficiale della polizia croata è che abbiano assistito con i visori infrarossi ai movimenti di un gruppo di persone lungo la ferrovia, dal lato serbo del confine e di come sia passato il treno, a seguito di questo parte del gruppo è andata di corsa verso le pattuglie portando in braccio il corpo di una bambina. La polizia afferma che stavano compiendo i loro compiti routinari di difesa delle frontiere, così come previsto dalle leggi del’UE, applicando i respingimenti forzati.

La versione della famiglia, supportata da organizzazioni umanitarie (tra cui MSF) e gruppi di attivisti e volontari è che la famiglia avesse invece già raggiunto la Croazia e che sia stata respinta verso la Serbia, ricevendo come indicazioni di seguire la ferrovia, senza essere avvisati del potenziale pericolo del passaggio dei treni anche di notte e rifiutando la richiesta della madre stremata che chiedeva solo di poter riposare un po’ con i figli, stanchi, affamati e infreddoliti. Oltre a questo, in nessun modo la famiglia ha avuto alcun aiuto da parte né dei croati, né tantomeno dei serbi, che per alcuni giorni non hanno nemmeno dato il corpo alla famiglia e hanno loro imposto un funerale senza rispettare le usanze musulmane. E’ così che la piccola Madina ora si trova sepolta a pochi chilometri dal luogo in cui è stata uccisa, lontana dalla sua casa, dalla sua famiglia. Era la notte tra il 20 e il 21 Novembre.

Questa notizia all’inizio era passata in silenzio, diffusa tra i social, twittata da alcuni organizzazioni, sino a quando Al Jazeera non l’ha ripresa, seguita dal Guardian e anche dal nostro Corsera. Le parole di Nilab, che Madina non venga dimenticata, sono state ascoltate.

E noi, cosa possiamo fare? Come si può restare indifferenti alla morte di Madina e delle migliaia di innocenti che cercano solamente un futuro migliore, mettendo in gioco tutto ciò che hanno, cioè la loro vita?

Io li vedo questi confini insaguinati e queste vite miserabili. Ero in Croazia il giorno dopo che Madina era morta, lungo la strada che passa dietro il confine. Ho visto le pattuglie, i cani, la caccia all’uomo. Ho visto la polizia croata. E ho visto la polizia ungherese e la caccia all’uomo da quella parte del confine. Ho visto il filo spinato, ho respirato la paura, il buio e il freddo. Ho visto i fuocherelli accesi nella notte da chi parte per il game, le immondizie abbandonate dietro di sé, le scarpe spaiate, le coperte grigie dell’UNHCR. Ho sentito i racconti di bambini di sei-sette anni, di come dopo aver camminato per tanti chilometri non riuscivano più a fare un passo e si addormentavano ogni volta che si dovevano abbassare per sfuggire alle vedette. Mi hanno parlato del freddo, della sete, della fame. Della paura.

E no, bambini, non è questo il game. Non è giusto che il gioco sia questo. Io ho avuto fortuna, sono stata una bambina amata e cresciuta in una grande città, dove andavo a scuola, giocavo coi compagni, ho fatto gli scout, sport e volontariato. Dopo la Slovenia, sono stata in Bosnia e in Kosovo e ora qua in Serbia, e provo a portare sorrisi e giocare, a dimenticare, a ricordare che siete solo bambini e che avete diritto alla felicità e alla spensieratezza, ad andare a scuola, avere vestiti caldi e puliti, pupazzi e giocattoli, dei nonni che vi coccolino e vi vizino, dei genitori che si preoccupino per voi.

E no, non posso dimenticare Madina, non posso dimenticare il suo entusiasmo per i gattini, il modo in cui ballava “tutte le scimmiette in fila per sette”. Non posso dimenticare lei, la sua famiglia e tutte le persone incontrate in questi anni di Balkan route, accampate a Idomeni, a Hotel Hara, a Eko station, al campo profughi di Sounio, a Helliniko, a Horgos e Kelebija, nelle barracks di Belgrado, nell’Afghan park e il modo in cui nonostante tutto, i bambini riescano a giocare. Non posso.

E se vi chiedete come si fa, non lo so nemmeno io come si fa, so solo che quando vedo mia nipote Anna che ha 4 anni e dei ricci bellissimi e le ho appena regalato un pigiama con Elsa di Frozen, penso solo che lei è fortunata e le auguro che la vita non le dia mai quello che sta dando a queste migliaia di Madina in giro per il mondo alla ricerca di fortuna.

Tra poco è Natale, spenderemo un sacco di soldi per cibo, regali, luminarie e decorazioni.
Qualcosa lo potete fare anche voi.  Ricordatevi di Madina e di quelli che stanno ancora facendo il game.

Potete fare un regalo ai bambini di Bogovadja. Non sono giocattoli, non sono dolci e caramelle, sono scarpe e vestiti per l’inverno, dignitosi e caldi, che forse gli serviranno quando dovranno attraversare i boschi al confine.
http://www.caritasambrosiana.it/emergenze-caritas/emergenze-in-corso/emergenza-freddo-bogavadja

Ciao, Madina.

Madina

https://www.theguardian.com/world/2017/dec/08/they-treated-her-like-a-dog-tragedy-of-the-six-year-old-killed-at-croatian-border

http://www.aljazeera.com/news/2017/12/tragic-death-year-refugee-serbia-171206120406637.html

http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_08/bambina-respinta-croazia-travolta-treno-confine-5a17075e-dbfa-11e7-96bf-2722fd237ccc.shtml

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La gabbia

Pubblicato: maggio 25, 2017 in Campi profughi, Migranti, Western Balkan Route

Deal done

Che nel marzo 2016 l’UE avesse fatto un accordo con la Turchia per gestire il flusso di migranti in arrivo attraverso la rotta balcanica è cosa nota. Meno noti forse i risultati sul lungo periodo che la chiusura ha creato, da una parte il ritorno a pieno regime della rotta del sud mediterraneo, con il suo carico di morte quotidiano e il suo carico di polemiche sulle ONG che l’italico e ignorante popolo italiano diffonde via social (del resto informarsi è troppo faticoso). Dall’altra parte c’è l’esistenza bloccata in terra balcanica di circa 60.000 persone. Detto così sembra un numero enorme, ed è vero, se pensiamo che ognuno di questi numeri è una persona, con una storia probabilmente di grande sofferenza alle spalle, una famiglia, un’identità e un passato. Ma sarebbe anche un numero facilmente gestibile, se solo i paesi “ricchi” decidessero che la questione migratoria è la questione del futuro ed è inevitabile. L’essere umano, così come gli altri esseri viventi da sempre nella storia del mondo, si sposta in cerca di condizioni di vita migliori e per garantire alla sua specie la possibilità di sopravvivere e non estinguersi. Per questo motivo è inutile barricarsi dietro a muri (ideologici o fisici che siano) e fare i conti con ciò che è puramente istintivo: la voglia di vivere. Per questo motivo MAI le migrazioni cesseranno ed è giusto imparare a riconoscere il diritto alla libertà, senza dividere il mondo in popoli e paesi di serie A e popoli e paesi di serie B o C, anche perchè storicamente ed economicamente parlando, i paesi di serie B o C restano lì perchè sono i paesi di serie A che hanno gli interessi a tenerceli.

Dove eravamo rimasti?

Tra queste 60.000 persone bloccate lungo la rotta balcanica, la maggioranza (circa 50.000) si trova in Grecia, paese che nonostante la rotta sia chiusa ha visto dall’inizio del 2017 l’approdo di 6.421 persone (40% bambini, 21% donne, 42% uomini di cui il 42% dalla Siria, e a seguire Iraq e Afghanistan).

In Serbia ci sono ufficialmente 7.364 persone suddivise in 18 campi gestiti dal Commissariato per le migrazioni.  43% sono minori, 42% uomini, 15% donne. Vengono sopratutto dall’Afghanistan 57% , Iraq 19% , Pakistan 13%, Siria 6% . Il grosso dei siriani che ha viaggiato sulla rotta si è fermato in Grecia, perchè le procedure per il ricollocamento negli altri paesi EU sono più veloci che non dalla Serbia, altrimenti la percentuale sarebbe molto più alta.

La gabbia

Da quel 18 marzo 2016 sono passati 433 giorni (data di oggi). Quattrocentotrentatre.
In molto meno tempo si viene al mondo, ci si sposa, si festeggia il compleanno, si brinda alla casa nuova e al nuovo lavoro, si va alle feste, ci si commuove al cinema o a un concerto, ci si laurea… si vive, in poche parole, con un discreto margine di libertà, fisica ed emotiva.

In questo anno e qualche mese le persone hanno vissuto dapprima nella vana speranza che le frontiere riaprissero, accalcandosi ai confini dell’Ungheria e vivendo in condizioni disumane nei boschi, senza cibo e senza acqua. Quindi hanno provato più volte, illegalmente e spendendo migliaia di euro a testa a superare i confini, da tutte le parti: Ungheria, Croazia, Romania, Bulgaria. E infine, si sono arresi.

Se negli scorsi mesi visitando la rotta avevo visto persone con un barlume di speranza negli occhi e la voglia di farcela, oggi, dopo 433 giorni nei campi profughi in Europa, io vedo solo adulti sconsolati che cercano di capire cosa fare di sé e della propria esistenza senza darsi una valida risposta. Per molti di loro non esiste nemmeno la possibilità di tornare indietro, le bombe restano comunque un deterrente valido.

I giorni sono tutti uguali in un campo profughi, specialmente se situati in posti un po’ isolati e senza avere particolari risorse economiche. Ci si sveglia, e qualcuno decide cosa mangerete e quando. Il secondo momento fisso  della giornata è il pranzo. Anche qui, qualcuno cucina qualcosa per voi, decidendo sapore, gusto, quantità e orario. Il terzo momento fisso della giornata è la cena. Vedi sopra.

Tutte le mattine vi sveglierete e vedrete le stesse persone, con le quali vivete da 433 giorni. Dopo 433 giorni non sapete più che cosa raccontare. I ricordi del vostro paese e della vostra famiglia vi fanno male. Parlate di quello che non avete, di quello che facevate, di quello che vorreste fare, di quello che vorreste mangiare, ma oramai lo avete già detto e ridetto chissà quante volte e chissà quante volte avete sentito la stessa storia degli altri.

Naturalmente non potete scegliere come vestirvi, dipendete dagli aiuti che sono stati mandati da qualche sconosciuto in giro per il mondo che ha pensato bene che una maglietta bucata e unta un profugo se la metterebbe lo stesso, perchè tanto non ha altro. Quindi non va bene per te, che la vuoi buttare, ma pensi che vada bene per un altro essere umano che non ha scelta.
Le scarpe sono preziose! Vengono distribuite raramente e spesso non sono mai in buone condizioni, ma quelle e i vestiti sono un bene da preservare nonostante le macchie e i rattoppi, anche perchè non avete altro e quello che vi siete portati nello zaino quando siete partiti probabilmente lo avete abbandonato durante il viaggio.
Non potete muovervi, o meglio, potete farlo e andare nei villaggi attorno. Per farlo dovete chiedere un permesso e rientrare prima delle 21, dovete camminare per qualche chilometro (e consumare le vostre già malridotte scarpe) oppure prendere un taxi (e spendere i pochi soldi che avete) e poi spendere altri soldi nel solito e unico villaggio che c’è nelle vicinanze per mangiare cibo che non vi piace perchè il gusto è totalmente diverso dal vostro e vi manca il sapore del cibo di casa o per comprare qualche vestito o qualche cosa che potrebbe vagamente piacervi.

Non avete libri, e se ne avete li avete già letti e riletti. La connessione internet c’è, ma è lenta e la dovete dividere con altre centinaia di persone. Nonostante questo, come dei lobotomizzati, vi attaccate a internet, a facebook, a youtube per passare il tempo.
Non avete un vostro bagno e tantomeno non avete la vostra privacy, ma avete lo stesso imparato a fare l’amore in una camerata o in una stanza da 8 persone (se siete fortunati) senza farvi sentire troppo. Alcune donne restano incinte e nasce una nuova vita in questo limbo, una novità nella monotonia di tutti i giorni. Nascono coppie nuove anche di diverse nazionalità, del resto la scelta è limitata alle solite persone che vivono con voi. E del resto l’amore non fa differenze.

Infine, quando finalmente si spengono le luci, non riuscirete ad addormentarvi. Avrete pochi ricordi della solita giornata che è appena trascorsa e dei soliti discorsi che avete fatto e delle persone che avete visto, perchè sono sempre le stesse cose. Forse avrete dei ricordi delle bombe che cadevano, della traversata nel mare sul gommone con l’acqua che entra dal fondo e le urla dei bambini nelle orecchie. Vi chiederete dove siano i vostri figli, i vostri fratelli e sorelle, madri e padri, mariti e mogli. Qualcuno attorno a voi sta russando, qualcuno piangendo. Non c’è silenzio e non c’è nemmeno buio perchè ci sono le luci di sicurezza accese.

Non riuscirete a dormire sino a quando la stanchezza non vi sopraffarà o sino a che le gocce che avete preso non vi faranno crollare, sino alla solita sveglia, nel solito posto, con le solite persone.

Rompere

Ecco, a chi mi chiede cosa faccio io oggi in Serbia (ma potrei essere in Grecia, come in Libano o chissà dove altro nel mondo) con la mia ONG, rispondo che giochiamo a pallavolo, a calcio e anche a rugby, che facciamo disegnare i bambini, che chiacchieriamo con le persone del più e del meno, che facciamo corsi di inglese e serbo, balliamo, cantiamo …

Noi, semplicemente, rompiamo.

La monotonia, la solitudine, la noia. Rompiamo le sbarre invisibili delle gabbie.

O almeno, ci proviamo.

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Questione di sopravvivenza

La sensazione finale che mi resta dopo 12 giorni lungo l’intera rotta balcanica (dalla punta meridionale della Grecia ad arrivare sin dentro i confini ungheresi) e dopo averla già percorsa 4 volte negli ultimi 8 mesi, è quella che in Europa si stia provvedendo semplicemente a mantenere delle persone, cercando di relegare il problema nelle regioni più marginali dei nostri confini.

I migranti sono un problema, ma va gestito sottovoce, in estrema sintesi. Sembra che le indicazioni condivise tra Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria siano: mantenere un profilo basso, tollerare il traffico di uomini che attraversa la spina dorsale dei Balcani, non esagerare con la violenza e fare in modo che silenziosamente la rotta balcanica continui il suo sgocciolamento quotidiano di anime, direzionate verso altri paesi dove ricostruirsi una vita.

Nel corso di un anno i numeri sono radicalmente cambiati, ma in UE stiamo tuttora affrontando la questione migratoria come un tamponamento all’emergenza, cercando di stoppare un’emorragia con un cerotto senza pensare a come fermare la causa del sanguinamento o quantomeno migliorare le condizioni generali di salute del malato.

Ci si limita a dare da mangiare (poco e male) e dormire (in tenda sui materassini) alle persone che arrivano da noi in cerca di protezione e aiuto, garantendone esclusivamente la sopravvivenza fisica, senza tenere in considerazione le problematiche psico-sociali e senza che ci sia un reale interessamento al destino individuale di questi esseri umani.

È inevitabile chiedersi che cosa raccoglieremo, come civiltà europea, se il nostro tentativo di integrazione e accoglienza verso chi è nato in un paese diverso dal nostro si limita a sbarrare le porte, rinchiudere nei campi e mantenere in vita persone in fuga, calpestandone i diritti umani.

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Dare i numeri

Nell’estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel ha di fatto sospeso l’accordo di Dublino (secondo il quale è possibile presentare una sola domanda di asilo in UE nello Stato in cui il richiedente ha fatto l’ingresso) aprendo le porte della Germania a tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria e invitando “l’Europa a dare una prova comune di solidarietà e rispetto delle regole”. Questo viene identificato come il principale dei pull-factor dell’aumento del flusso dei migranti lungo la Balkan route.

Il risultato è che quasi un milione di persone tra l’estate 2015 e il marzo 2016 sono passate dalla Turchia alla Grecia per riversarsi verso nord, quando la rotta era aperta e funzionante in modo coordinato attraverso il sistema degli hot spot di entrata e uscita. Il numero degli smugglers era nettamente inferiore e i trasporti da un paese all’altro permettevano di percorrere l’intero tragitto in 3 giorni e spendendo molti meno soldi rispetto ai 3.000 euro che oggi vengono chiesti a persona per arrivare dalla Grecia in Ungheria, senza la certezza di farcela.

Dal 20 Marzo 2016, con la chiusura della rotta a seguito del fragile e discusso trattato tra UE e Turchia, i migranti intrappolati in Grecia sono 57.115  ospitati in 55 campi (fonte UNHCR), la maggioranza dei quali dislocati nei campi ufficiali gestiti dal governo greco attraverso il controllo dei militari.

Altre tremila persone circa sono in transito o bloccate negli altri paesi della rotta: cercano di attraversare i confini e raggiungere l’Ungheria dove faranno domanda di asilo per proseguire poi verso altre destinazioni o – viste le misure restrittive sempre più forti messe in atto dal governo nazionalista magiaro guidato da Orban – da pochi giorni si muovono dalla Serbia in direzione della Croazia.

In un certo senso in questo scenario geografico è la Serbia che sta assolvendo il ruolo più delicato: sta assorbendo e gestendo il flusso di persone dal sud (si stima circa 200 migranti al giorno) che puntano al nord.

Il dato interessante è che il numero di persone intrappolate lungo la rotta sostanzialmente non cambia, da Luglio dopo il tentativo di colpo di stato in Turchia sono aumentati gli sbarchi sulle isole e circa 200 persone al giorno sui gommoni raggiungono Lesbo e Chios, generando sovraffollamento nelle strutture già piene. Lo stesso numero di persone che si calcola esca, ogni giorno, dalla Serbia.

 

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Grecia

L’accordo del 18 marzo tra UE e Turchia segue una politica sperimentale di contenimento in stati terzi degli inevitabili flussi migratori che negli anni a venire interesseranno sempre di più gli stati “ricchi”. In sintesi estrema, esso prevede che a fronte di aiuti economici pari a 6 miliardi di euro, liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e ingresso rapido in Unione, la Turchia faccia da cane da guardia del confine europeo e tenga all’interno del suo territorio 2 milioni di profughi.

È da quella data che la rotta balcanica si è ufficialmente chiusa, anche se di fatto era già da metà febbraio con l’introduzione dei limiti di ingresso in Austria (80 ingressi giornalieri per chi avrebbe fatto domanda di asilo lì e il transito sino a 3.200 persone verso la Germania) che i numeri di passaggio – che in alcuni giorni sfioravano i 10.000 – erano drasticamente calati.

Alla decisione austriaca è seguita una conferenza a cui hanno partecipato Croazia, Bulgaria, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, ma non la Grecia, che ha generato nei paesi dei Balcani la chiusura delle frontiere per evitare di rimanere con i profughi bloccati all’interno dei propri confini e ha visto inasprire i criteri di ammissione allo status di rifugiato, accogliendo sostanzialmente solamente le domande di siriani e iracheni e escludendo gli afghani intesi solo come migranti economici.

È da allora che sono rimaste intrappolate in  un limbo dal nome Grecia quasi 60mila persone, per lo più provenienti da Siria (48%), Afghanistan (25%) e Iraq (15%).

Queste persone si dividono ulteriormente in sottocategorie. Chi è arrivato prima del 20 marzo era stato registrato sulle isole e con un provvedimento speciale poteva muoversi sul territorio greco (motivo per cui si è saturato il confine con la Macedonia con 14.000 persone accampate nel campo informale di Idomeni, chiuso poi a fine Maggio).

Dal momento della prima registrazione, 3 sono le opzioni cui poter accedere: fare richiesta per ricongiungimento familiare (domanda che viene accolta principalmente per i minori non accompagnati) o richiesta di ricollocamento in un altro paese dell’UE (possibilità destinata a siriani e iracheni, si può esprimere una preferenza per una destinazione, adducendo la motivazione, ma non è detto che venga accolta perché i numeri delle richieste vengono gestiti in base alle quote di accoglienza dei singoli paesi), tornare nel proprio paese di origine (in questo caso viene garantito il rimpatrio e un supporto economico, i così detti rimpatri volontari sono mirati sopratutto alle popolazioni che molto difficilmente vedranno accolta la domanda di asilo come afghani, pakistani e altre nazionalità).

Chi è arrivato dopo il 20 marzo (e nella maggior parte dei casi ora si trova bloccato sulle isole) può fare domanda di asilo e dunque guadagnare la possibilità di non essere espulso immediatamente.

A loro volta queste persone vengono divise tra i casi vulnerabili (minori non accompagnati, disabili, anziani, madri single con figli) che hanno una sorta di canale preferenziale affinché le loro domande vengano analizzate in tempi rapidi, guadagnando, dunque, il diritto alla terraferma.

Per gli altri, là dove la domanda di asilo non dovesse essere accolta, è previsto il rimpatrio in Turchia, come da accordo di marzo. Per ogni rimpatriato, la Turchia manderà in Grecia una persona di nazionalità siriana, con precedenza per i sopra citati casi vulnerabili.

Per poter svolgere queste pratiche, in primis era stata messa in atto una pre-registrazione via skype. Telefonando all’Asylum service (dipartimento del ministero dell’interno greco che si occupa di asilo) i rifugiati avrebbero ottenuto un appuntamento per la registrazione a cui presentarsi per inoltrare la propria domanda di asilo, relocation o ricongiungimento. È facile immaginare cosa volesse dire per le persone accampate senza corrente e senza internet cercare di prendere la linea con gli uffici governativi, che osservavano inoltre orari ridotti.

Vista l’impossibilità per molti di poter ottenere un appuntamento via skype, il governo ha colto l’occasione di chiudere i campi informali e spingere le persone ad accedere ai campi ufficiali, dove è stata messa in atto la pre-registrazione in situ o organizzando trasporti via bus verso gli uffici competenti sui territori.

La procedura di pre-registrazione rappresenta però solamente il primo passo nella procedura di riconoscimento della protezione internazionale (così come della relocation o del ricongiungimento), necessario per poter ottenere via SMS un successivo appuntamento con l’Asylum service, ed evitare nel frattempo il rischio di essere rimpatriati.

A fine Luglio sono ufficialmente terminate le pre-registrazioni e sono cominciati i colloqui per la registrazione (formalizzazione della domanda, fotosegnalamento e breve intervista). In base al tipo di richiesta presentata durante la registrazione (ricongiungimento, asilo, relocation) cambiano i tempi di attesa che vengono stimati ottimisticamente dai greci in 2-3 mesi per la relocation, sino a 6 mesi per l’asilo. De facto, viste le tempistiche in essere, parlare di un minimo di 12 mesi sembra la prospettiva più rosea, per i richiedenti asilo.

Le persone che hanno fatto la pre-registration hanno libertà di movimento, possono accedere ai servizi come sanità e scuola, ma la prospettive che questi bambini (che rappresentano quasi il 40% della popolazione migrante) possano realmente inserirsi nelle scuole in autunno, come ha dichiarato il primo ministro greco Alexis Tsipras, sembra invece molto difficile.

Nel frattempo, come vivono queste 60.000 persone? La risposta è semplice: sopravvivono.

In larga parte i campi ufficiali sono stati allestiti all’interno di fabbriche abbandonate nelle periferie industriali delle città, nella maggior parte dei casi sono state montate all’interno di capannoni in alluminio tende da 8 posti, una di fianco all’altra, attrezzate solamente con brandine o materassi appoggiati sui pallets e coperte grigie militari. Le temperature estive in agosto hanno sfiorato quasi i 40 gradi, rendendo impossibile la permanenza in queste strutture. In alcuni casi, come a Nea Kavala,  le tende sono state montate direttamente sul terreno, in appezzamenti agricoli, e non c’è alcun tipo di protezione da pioggia o sole. In altri casi ancora, sono, invece, state montate casette prefabbricate, ma lontane decine di chilometri dal primo centro abitato. Nella stragrande maggioranza dei casi i servizi igienici sono costituiti da bagni chimici e poche docce senza acqua calda.

Le giornate sono scandite dal ritmo monotono della distribuzione dei pasti, cibo insapore – se non cattivo – cucinato per migliaia di persone e consegnato in vaschette di plastica. Cibo che viene buttato dai profughi, che si lamentano e che vorrebbero poter cucinare per sé stessi, ma che non possono farlo per motivi di sicurezza. In realtà nei campi ciò che è proibito avviene comunque. Le persone più intraprendenti si muovono: vanno a piedi o con i taxi anche per chilometri, per raggiungere paesi e cittadine nei dintorni, dove comprano cibo e suppellettili che, in larga parte, rivendono nei campi, dove dunque si trovano anche oggetti proibiti coltelli e fornelli a gas. I militari di guardia lasciano fare, per evitare problemi. Gestire mille e più persone nel modo sbagliato vorrebbe dire trovarsi di fronte a folle inferocite, stanche di questa situazione di incertezza e degrado.

Quando sono state spostate le persone all’interno dei campi non sono stati rispettati criteri che tengano conto delle diverse nazionalità, pertanto si sono già verificati scontri e pestaggi tra gruppi differenti. Inoltre, si vanno verificando con sempre maggiore frequenza anche episodi di violenza nei confronti delle donne, che, di notte, non vanno in bagno se non sono accompagnate, per la paura di essere molestate. Il tutto nel silenzio delle istituzioni greche.

I volontari e le organizzazioni sono mal tollerati e perlopiù viene negato loro l’accesso ai campi, specialmente per i singoli e i gruppi non appartenenti a grandi organizzazioni, il che rende la vita dei profughi ancor più difficile e monotona, senza nemmeno la possibilità di poter fruire di attività di animazione o corsi di lingua. Di fatto, quello che vanno a perdere è la possibilità di potersi relazionare con persone diverse da quelle con le quali convivono tutti i giorni da mesi.

Non c’è dunque da stupirsi se la maggior parte dei rifugiati che ha ancora dei risparmi stia semplicemente guadagnando il tempo necessario per capire il modo migliore per lasciare la Grecia, il che equivale ad affidarsi ai trafficanti di uomini e attraversare i confini illegalmente per raggiungere l’Ungheria. Dall’altra parte è evidente che chi resterà all’interno dei campi sarà la popolazione economicamente e culturalmente più svantaggiata.

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Macedonia

Durante la storia dell’ultimo anno, la Macedonia è sempre stata attraversata di corsa dai migranti in transito e non si è mai dimostrato un paese particolarmente accogliente. L’entry point di Gevgelija e l’exit point di Tabanovce sono stati progettati come hotspot in grado di accogliere più di qualche centinaio di persone e anche durante i giorni di maggior picco, con più di 10.000 persone al giorno di passaggio, non è quasi mai capitato che i rifugiati si fermassero all’interno di questi hotspot, se non costretti da motivi di salute o per aspettare di ricongiugersi con parenti rimasti indietro sulla rotta.

Si può dire che in maniera molto ordinata ognuno abbia fatto il suo lavoro, suddiviso tra militari, responsabili dei centri e organizzazioni umanitarie.

Per far capire però il clima più generale del paese: al di fuori dei campi di transito, nei mesi invernali, i taxisti macedoni avevano dato il via al blocco dei treni che venivano usati dai migranti (pagando regolarmente la corsa) che dal sud del paese li conducevano al confine con la Serbia. Il governo ha dovuto sottostare alla richiesta della lobby dei taxisti che così hanno ottenuto il permesso di poter portare in auto, a una tariffa fissa di 25 euro a persona (equivalente al costo della corsa del treno), i profughi in transito. Tutti i taxisti della Macedonia si sono riversati a  Gevgelija, guadagnando in pochi mesi lo stipendio di un anno.

Allargando la visuale, il ruolo della Macedonia non è affatto secondario per capire cosa è successo in Grecia e perché 60.000 persone sono intrappolate lì da marzo 2016, ma anche per capire quali siano in senso più ampio le politiche migratorie europee.

Dal 18 febbraio le polizie di Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia hanno cominciato ad applicare le linee guida concordate insieme all’Austria per gestire il transito e l’ingresso dei migranti in Europa. Queste direttive non sono altro che la messa in atto delle misure di sicurezza che diversi stati dell’UE hanno cominciato ad attuare dopo le stragi di Novembre 2015 a Parigi, con la conseguente sospensione del trattato di Schengen da parte di alcuni dei paesi.

Da Febbraio dunque i numeri dell’accoglienza e transito giornalieri stabiliti dall’Austria ammettevano solamente 580 persone (provenienti da Siria e Iraq) a poter varcare i confini macedoni. Di fatto i numeri sono stati molto più bassi: la polizia ha rallentato drasticamente il passaggio delle persone applicando procedure di registrazione lentissime nei centri di transito – e chiudendo a tratti i confini. Durante il periodo di chiusura intermittente della frontiera non sono mancati gli scontri tra la polizia e i migranti che in più occasioni hanno provato a sfondare il confine, tra lacrimogeni e manganelli.

Questa situazione ha creato un blocco nel passaggio delle persone che per giorni è stata costretta, con le temperature invernali, ad aspettare al lato greco del confine, cioè a Idomeni. Da qui, a dare via al campo informale che è arrivato ad ospitare più di 10.000 persona nella speranza di poter passare di là del confine, c’è voluto poco. Sino alla chiusura totale della rotta, avvenuta il 20 marzo e la creazione di quella che è stata definita dal ministro dell’Interno greco Panagiotis Kouroublis la “Dachau dei giorni nostri”.

Oggi a Gevgelija vivono circa 150 persone, per lo più donne con bambini, intrappolati in quella che è la terra di nessuno. I macedoni non accoglierebbero mai le loro richieste di asilo, semmai i rifugiati decidessero di farle e impediscono a queste persone di uscire dal campo. Restano così profughi e operatori umanitari a condividere insieme il tempo che scorre uguale a sé stesso, in una struttura molto dignitosa visto il basso numero di ospiti presenti nel centro, ma senza alcuna prospettiva a meno che non vengano riaperte le frontiere, speranza che ancora oggi resiste nel cuore dei rinchiusi di Gevgelija.

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Serbia

In questo momento la Serbia sta vivendo un ruolo che ha già pubblicamente dichiarato di non voler sostenere: quello di stato cuscinetto di accoglienza per i profughi, pressato com’è dalla chiusura dei confini al nord e al sud del Paese.

I migranti bloccati in Grecia si affidano a trafficanti che dal confine di Idomeni per 3.000 euro a persona promettono ai rifugiati di condurli in territorio ungherese, attraversando la Macedonia e la Serbia.

Chi non viene catturato e respinto dalla Macedonia verso la Grecia viene, spesso, sorpreso nei boschi dell’Ungheria da una polizia di confine particolarmente incattivita nei confronti dei migranti e rispedito in Serbia.

Altri ancora vengono scaricati giù dalle auto dei trafficanti in qualche paese sperduto e viene detto loro di trovarsi in Austria o in Ungheria. Intere famiglie dopo aver dato fondo a tutti i loro risparmi scoprono di essere alle porte di Belgrado, nella totale disperazione.

Per chi è stato espulso da altri paesi, così come per chi sta transitando per provare a passare i confini, la prima via da percorrere è quella di registrarsi al centro per richiedenti asilo di Krnjaca, poco fuori Belgrado. Il centro è costituito da una dozzina di baracche che ospitavano gli operai al tempo del socialismo. Negli anni ’90 sono state utilizzate per alloggiare gli sfollati interni delle guerre civili jugoslave, provenienti da Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Registrarsi in Serbia permette di stare legalmente nel Paese, ma di fatto quasi nessuno chiede asilo qui. Nel 2016 sono state registrate 7.100 domande di asilo, ma oggi sono presenti circa 4.000 profughi. Questo vuol dire che almeno 3.000 persone hanno trovato un modo durante quest’anno di uscire illegalmente dalla Serbia e raggiungere verosimilmente l’agognata UE.

Oggi, nelle baracche di Krnjaca – struttura che ha una capacità di accoglienza per 500 persone – ne dormono 750. È corretto dire che lì dormono solamente, perché di fatto il centro di ritrovo per i migranti resta il parco attorno alla stazione dei bus e il centro Miksaliste, gestito da 15 associazioni di volontariato, locali e internazionali. Al centro vengono distribuiti cibo, vengono fatte attività con i bambini ed è possibile usare la rete wi-fi, attraverso la quale restare in contatto con chi deve ancora arrivare e con chi ce l’ha fatta. È così che i migranti si organizzano, per poter capire quali strade percorrere, con chi prendere contatti, a quali rischi si va incontro. Nella maggior parte dei casi le errate informazioni che circolano, generano false speranze, destinate a infrangersi contro a un muro.

I centri di accoglienza coordinati e gestiti dal Commissariato per richiedenti asilo serbo stanno aumentando la propria capacità di accoglienza in tutto il Paese, ma non possono trattenere le persone al proprio interno. Le condizioni di alcuni di questi centri sono al limite, nel campo di Subotica che potrebbe ospitare 150 persone, ce ne sono 500 in questi giorni. Non esistono strutture al chiuso, ma tende da campeggio. I bagni e le docce oltre ad essere pochi, sono in condizioni miserevoli. Nonostante questo, la gente non si lamenta, in fondo sa di essere lì solo per il tempo necessario a riorganizzarsi e riprovare, a volte anche per la terza volta, a riattraversare i confini.

La difficoltà maggiore dunque non è restare per alcuni giorni in un campo fatiscente, ma è arrivare alle porte dell’Ungheria per essere poi reindirizzati dal commissariato serbo in cittadine lontane, al confine con la Bosnia e il Kosovo. In un certo senso si tratta di un perverso gioco dell’oca in cui tocca ricominciare e partire dal via. Nonostante questo, le persone non si arrendono, tornano in qualche modo a Belgrado e ripartono dal parco per raggiungere i confini al nord, con l’Ungheria, o ultimamente con la Croazia.

La polizia di Belgrado sta attuando misure deterrenti per impedire alle persone di dormire all’aperto, hanno, dunque, cominciato a recintare con reti arancione da cantiere le aiuole e i giardini nei quali i migranti stavano alcuni giorni, con la scusa di dover sistemare l’erba e i parchi, anche se tutti sanno che si tratta di una manovra per rendere la vita dei rifugiati ancor più difficile di quanto già non sia.

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Ungheria

L’Ungheria ha completato la costruzione di un muro fatto da reti e filo spinato alto quattro metri per una lunghezza di circa 150 chilometri, sulla frontiera meridionale di Schengen, che ha incluso anche un tratto fluviale e il passaggio ferroviario di Röszke.

Nonostante la politica tutt’altro che conciliante nei confronti dei migranti da parte del governo magiaro, l’unica via d’uscita rimasta aperta è il confine serbo-ungherese. Ogni giorno 15 persone vengono autorizzate dalle autorità ungheresi a passare dal valico di Horgos e altrettante dal valico di Kelebija, in quelle che sono definite transit zone.

Per gli altri in attesa, non resta che la strada della clandestinità, ma chi viene catturato in Ungheria ad attraversare illegalmente entro una fascia di territorio di 8 km dal confine viene spesso malmenato e quindi respinto. Nonostante i rischi che si corrono le persone continuano a cercare di  passare attraverso i boschi e i fiumi. È così che il primo giugno – nel silenzio generale della stampa – è morto annegato nel fiume Tisza, in Ungheria, Farhan al-Hwaish un rifugiato siriano.

Al confine si sta ricreando in piccolo una situazione simile a quella di Idomeni. Da una parte l’Ungheria fa la parte della Macedonia, dall’altra la Serbia la parte della Grecia. I rifugiati vivono in tendopoli senza acqua corrente e senza che venga dato il permesso alle organizzazioni di costruire strutture di accoglienza o di operare, se non per la distribuzione di acqua e cibo. Ma nonostante le condizioni terribili, vista la chance di poter essere inseriti nelle liste di accesso alla transit zone ungherese, i migranti continuano ad arrivare. Sono circa mille e cinquecento le persone dal lato serbo accalcate di fianco ai reticolati o nel centro di Subotica, nella speranza di poter passare in UE.

I 30 fortunati (per lo più famiglie con donne e bambini) dovranno poi effettuare domanda di asilo in Ungheria e – se maschi soli in viaggio – devono passare sino a 28 giorni reclusi all’interno dei container blu disposti lungo la frontiera e guardati a vista dai militari, in attesa che la loro posizione venga vagliata dalla commissione ungherese, che definirà il respingimento o l’ingresso in uno dei centri di accoglienza del paese.

I racconti di chi non ce la fa a passare sono tutti simili: utilizzo dei manganelli, pestaggi, cani poliziotto lasciati liberi. Nessuno si cura di quello che accade, nonostante le ripetute denunce da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

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Quali prospettive?

Allargare lo sguardo sulla storia e sulla geografia della Balkan route, a un anno dalla sua apertura e (parziale) chiusura ci racconta molto di più di una crisi contingentata di popolazioni in fuga da guerra e miseria. Ci dà un quadro chiaro di una politica europea che non si muove uniformemente e in cui gli Stati (sia membro, che non) utilizzano a proprio piacimento norme e cavilli non condivisi delle leggi di accoglienza e integrazione.

Ripercorrere le decisioni prese in questi mesi dai diversi Paesi ci fa capire l’equilibrio tra le forze in campo, i “dispetti” messi in atto gli uni contro gli altri: in questo momento storico nel vecchio continente non stiamo combattendo una guerra con le armi, ma con le persone.

Esserne consapevoli, informarsi e non sottostare muti al volere dei nostri governi, trincerandoci dietro filo spinato e paura del diverso, è il minimo passo che ogni cittadino con uno spirito democratico e pluralista dovrebbe compiere oggi.

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Inshallah, Germany

Pubblicato: giugno 1, 2016 in Idomeni, Migranti, Western Balkan Route

Terza volta sulla Western Balkan Route. 7 giorni, 3554 Km da Milano a Policastro e dintorni, e tornare indietro. Centri e Hotspot visitati:
Croazia – Centro temporaneo di transito Slavonski brod. Chiuso e smantellato completamente.
Serbia – Belgrado. Centro richiedenti asilo di Krnjaca pienamente operativo accoglie persone che si fermano qualche giorno e ripartono poi illegalmente per l’Ungheria – Miksaliste sgomberato e abbattuto – Stazione dei bus punto di ritrovo per prendere informazioni e riprendere il viaggio verso l’Ungheria.
Macedonia – Gevgelija. luogo in cui sono intrappolate 140 persone in attesa di capire cosa sarà di loro.
Grecia – Campo informale di Idomeni: sgomberato e smantellato.
Campo informale Hotel Hara: accoglie circa 3000 persone, si trova al margine dell’autostrada, senza nessun presidio fisso, solo unità mobili. Le persone aumentano di giorno in giorno. Pochi bagni, no cucine, condizioni estremamente precarie.
Campo informale pompa di benzina Eko: sino a pochi mesi fa era un punto di passaggio in cui attendere che la frontiera macedone riaprisse a orari determinati il passaggio. Oggi è un campo ben organizzato rispetto a quanto visto mesi fa, che accoglie più di mille persone. Buona presenza di volontari e organizzazioni.
Campo governativo di Nea Kavala, seppure per entrare occorra un permesso, siamo passati da un passaggio sul retro nella recinzione. Campo sovraffollato specialmente dopo il ricollocamento dei profughi sgomberati da Idomeni. Non sono ammessi volontari. Si lamenta scarsità di cibo.

La prima volta, una tappa breve a novembre 2015, all’apertura del campo di Slavonski Brod. Un monitoraggio veloce, per capire la portata della situazione e poter constatare con sollievo che in qualche modo, nonostante migliaia di persone che transitavano ogni giorno per quella stazione nello scalo della raffineria INA, le associazione locali insieme al governo croato e alla croce rossa, riuscivano a gestire un’emergenza che in quelle terre non si vedeva dagli anni ’90, quando i profughi però erano loro.

Il secondo viaggio, a febbraio, con i colleghi e amici di Caritas ambrosiana e le tante Caritas locali, colpite dallo tsunami di richiedenti asilo, migranti, profughi -che comunque li si voglia chiamare sono e restano prima di tutto persone e non volti o numeri su un giornale.
Da quel viaggio ero tornata con più chilometri sulle spalle e una sensazione meno ottimista della prima volta. Era freddo, soffiava un vento balcanico, abbiamo visto centinaia di persone marciare con calzature inadatte verso l’Europa, con l’unico desiderio di lasciare in fretta quelle stazioni di transito che rallentavano il loro cammino. Riconoscenti, sì, per l’aiuto ricevuto lungo la rotta nei tanti hotspot. Dove una zuppa calda, dove del té, dove delle coperte e dei vestiti, ma con la fretta di andarsene, quasi a presagire che da lì a poco quelle frontiere miracolosamente aperte si sarebbero chiuse come una trappola, per chi non aveva lasciato in tempo il confine di uno Stato nel quale nessuno vuole restare.

Il terzo viaggio è stato una corsa contro il tempo, a due mesi dalla chiusura della rotta. Che a ben vedere, come racconta bene Caritas Serbia, non è chiusa, è solo più lenta, più pericolosa e più costosa di prima. Chi ha i soldi per andarsene dalla Grecia o dalla Macedonia, trova ancora un modo per andarsene, il passaggio verso nord costa circa 1500 euro. Per i bambini, un po’ meno. Il transito avviene ancora dal confine serbo-ungherese, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. A proprio rischio e pericolo. Chi viene catturato e respinto, deve ricominciare da capo, avendo perso probabilmente gli ultimi risparmi rimasti.

Ma la meta principale che avevo in mente era Idomeni. La nuova Dachau d’Europa, un campo profughi fatto di tendoni e tendine, che dal 19 marzo ha visto accamparsi sotto la neve, il sole, la pioggia e il fango, tanto fango, circa 14.000 persone.

Idomeni era un così detto campo informale, cioè non in gestione al governo greco, al contrario dei campi in gestione militari che oggi ospitano in maniera inumana le quasi 50.000 persone bloccate in Grecia. Le organizzazioni prima tra tutte MSF hanno fatto il possibile in questi mesi per garantire gli standard minimi di dignità che si possano offrire a 14.000 anime intrappolate nel limbo, costituite in ampio numero da bambini, donne, e uomini senza niente, se non un documento comprovante la propria nazionalità, unica speranza che – in caso di riapertura delle frontiere o di registrazione per il ricollocamento in qualche agognata meta EU – resta a questa gente.

Lo sgombero del campo è stato improvviso, in capo a pochi giorni il governo greco ha comunicato (come altre volte in passato) che da 3 a 10 giorni la grande tendopoli sarebbe  stata evacuata, spostando le persone negli altri centri della Grecia, in particolare al Nord, nella regione di Salonicco.

Lunedì 23 è iniziata l’evacuazione. Soldati in tenuta antisommossa hanno circondato zona per zona il campo, costringendo le persone a lasciare tutto e salire in autobus, tanto avrebbero trovato tutto quello di cui avevano bisogno nelle nuove sistemazioni. Ci sono voluti 4 giorni per far evacuare i 10.000 rimasti a Idomeni, gli altri 4.000 avevano deciso di spostarsi volontariamente nei mesi precedenti. Alcune volte, per tornare indietro. Meglio vivere nel fango, senza acqua e in mezzo ai boschi piuttosto che nei centri dei militari, così hanno detto.

E così ciò che trovo io a 4 giorni dall’inizio dell’evacuazione è una Idomeni deserta e sgomberata, senza persone, dove si percepiva ancora la fretta e la confusione di lasciare il posto, con roba buttata ovunque, stampelle, pupazzi, vestiti, cibo appena cucinato rovesciato in giro. Quaderni dei corsi di lingua inglese e tedesca tenuti da chissà quale volontario, che raccolgo insieme al corano e che mi porto a casa.
Le prime frasi sul quaderno sono I feel pain. I’m hungry. Andando avanti a leggere il quaderno vengo a scoprire che chi ha scritto diligentemente queste poche frasi è un uomo di 3 anni più giovane di me, di Damasco, con una bimba e una moglie. How long have you been here? 50 days. What happened to you? I lost my money.

I più sfortunati sono stati quelli evacuati all’alba del primo giorno. Già a partire da martedì sera alcune persone, capendo la situazione, hanno preferito lasciare Idomeni e partire con le tende e i propri miseri bagagli per accamparsi in altrettanti campi informali, sempre nella zona di Policastro, al confine con la Macedonia.

La paura di rimanere bloccati ancora e chissà per quanto, è ciò che connota il clima generale che si respira tra le persone, che nei diversi posti che visitiamo non fanno altro che chiedere: quando aprono le frontiere? Non chiedono RIAPRONO, ma QUANDO. Ultima speranza rimasta, nonostante la Grecia non stia facendo nulla per offrire protezione internazionale, ma stia consegnando alle persone dei documenti in greco che altro non sono se non un ordine di deportazione sospeso della durata di 6 mesi esclusivamente per i cittadini siriani. Tutti gli altri, fondamentalmente, sono illegali e non avranno alcuna chance di fare richiesta di asilo. La protezione internazionale tanto agognata non si riesce a richiedere perchè nei campi governativi non esistono le strutture preposte e gli uffici a Salonicco sono sottodimensionati e comunque difficili da raggiungere. Altrimenti si potrebbe ricorrere a inoltrare richiesta solo a mezzo skype, in orari limitatissimi. Nessuno è mai riuscito in questi mesi a ottenere informazioni e portare avanti la propria pratica. E così una delle scuse dell’evacuazione di Idomeni è stata proprio quella di “garantire” la possibilità di fare la registrazione e la richiesta di asilo all’interno di campi meglio organizzati, in cui sarà possibile gestire meglio le domande. Tutte baggianate, in piena violazione della convenzione di Ginevra. Le persone non hanno ricevuto informazione, tantomeno in una lingua comprensibile e non hanno potuto presentare domanda di protezione, in quanto palesemente ostacolati dal governo e da una UNHCR che oltre che fare rapporti e dichiarazioni in cui prende le distanze da ciò che sta accadendo non sta facendo niente.

E dunque, quando riaprono le frontiere? Questa domanda me l’hanno fatta in inglese e in arabo, lingua che non parlo, ma che per uno strano destino fatto di empatia e di esperienze con altre persone in condizioni simili negli ultimi vent’anni, mi sono ritrovata a capire in questi pochi giorni passati tra la Grecia e il nulla. Arabic? No, non ti capisco, e ti rispondo in inglese e in italiano e anche in serbo. Non la parlo io la tua lingua, ma capisco quello che vuoi dirmi. Capisco che vuoi sapere quando andrai in Alemania, capisco che mi chiedi quando aprono le borders, capisco che Inshallah Germany è tutto quello che ti è rimasto. So che sei una donna da sola con tanti figli, senza maschi che ti proteggano da qualunque cosa ti possa capitare in questa giungla che si chiama Grecia. So che sei un padre disperato disposto a tutto per mettere in salvo l’unica cosa che ti è rimasta, i tuoi figli e che non sai più da che parte sbattere la testa, perchè ti hanno portato via tutto e la prima cosa che hai perso qua, in Europa da noi e con noi è la dignità.
Lo vedo nei tuoi occhi di bambina afghana che avrai sì e no 4 anni che ti stupisci a vedere che io e te quegli occhi li abbiamo dello stesso colore e mi chiami “sista sista”. Sì sono tua sorella in questo posto di merda, dove c’è solo rovina, tende attaccate una all’altra, vestiti che puzzano, cibo cotto sulle immondizie che bruciano, e sono contenta che non hai dimenticato come si fa a giocare, perchè l’unica cosa che posso fare io per te e con te adesso è farti vivere quello che ti meriti, cioè un’infanzia fatta di sorrisi e giochi e corse, sino a quando non mi riporti alla realtà urlando divertita “smuggler smuggler”. Ma come, non erano guardie e ladri? La tua realtà mi riporta in questo posto terribile, in cui il nemico da cui scappare è un trafficante e qualcuno ti ha insegnato a starne lontana.

L’unica cosa che posso fare io in questi giorni in Grecia è tornare ancora e ancora e ancora una volta al tuo accampamento in mezzo a una piazzola di un albergo e farti giocare con i palloncini, farti un braccialetto con le cannucce e provare a mettere te e i tuoi amici che non so da dove spuntano in fila, un po’ arrabbiandomi perchè fate un casino incredibile, un po’ giocando.
E ridendo coinvolgo le donne e i ragazzi più grandi per aiutarmi a distribuire quei 5000 palloncini che abbiamo comprato per voi in un supermercato macedone la sera prima.

Faccio quello che ho imparato a fare in Slovenia, vent’anni fa nei campi profughi, prima di imparare la lingua di altre persone in fuga. Gioco, faccio la buffona, ascolto una lingua che non conosco ma riesco sempre a metterci un intercalare che in qualche modo ho capito come vada usato, Mashallah, Inshallah, Bismillah, Shukran. 4 parole per raccontarci una vita.

Mi dispiace, non parlo arabo e le frontiere non riapriranno, ma non voglio dirtelo perchè lo sai già, tu e le persone con te. L’unica cosa che posso fare è portarvi un po’ dei catini e dei pupazzi che ho portato via da Idomeni abbandonata, prima che li buttassero via per sempre, spazzati via dalle ruspe. Li lavo a casa di Susanna che è lì da mesi con MSF e che vi conosceva, a voi anime di Idomeni, e ancora oggi non si dà pace, perchè non sa dove siete andati a finire.

Il mio viaggio finisce in un hotel abbandonato, l’ennesima struttura che è stata occupata da un gruppo di rifugiati che da Idomeni si è spostata senza andare in un campo.

Tutto comincia con una partita di pallone, con 4 bambinetti mezzi scalzi, esaltati dal giocare con una persona adulta, straniera e pure femmina a quel gran gioco che è il pallone. Non parlo arabo, nanetti, ma stai attento a quando tiro di sinistro. E così, non posso non pensare al film “Mediterraneo” e a un certo punto mi invitano a salire dove ci sono le tende. Lì faccio la conoscenza con il resto delle famiglie che hanno occupato un piano della palazzina, montando le tende all’interno. Sono donne, con bambini e ragazzini, tutte senza marito (chi morto, chi disperso). La sorpresa me la fa il mio nuovo amico, che ho soprannominato visti i meriti calcistici Messi, dicendomi: cat, cat! E vedo, in una delle tende, mamma gatta con 3 gattini di 15 giorni, nati a Idomeni. Scappata anche lei, all’interno di una gabbietta, che ancora oggi si portano dietro. In salvo dalla Siria, ha ben pensato di viaggiare incinta come hanno fatto le persone, per dar luce ai suoi piccoli in questa miserabile Europa.

Questa storia finisce davanti a un fornello a gas, bevendo un caffè istantaneo. Prima di offrircelo, le donne hanno dovuto parlottare per un bel po’, non so se si vergognavano perchè eravamo seduti per terra a bere una brodaglia in un bicchiere di plastica, o se semplicemente non volevano un’invasione di spazio così forte, ma alla fine siamo rimasti a bere caffè tutti intorno al fornelletto, grandi e piccoli, parlando uno strano arabo inglese, facendo battute, abbracciando i bambinetti e immaginandoci un futuro migliore in Europa, Inshallah.

C’è stato un momento in cui, con quella che ho riconosciuto essere una giovane donna straordinaria e della quale ahimé non ho imparato il nome, eravamo quasi arrivate a fare la pazzia di “trafugare” il suo figlio più piccolo in Italia. E’ stato un attimo, una battuta. Ma ci siamo guardate e per un attimo era reale.

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