Archivio per la categoria ‘Campi profughi’

Da dicembre dell’anno scorso, la Bosnia ha visto un crescente afflusso di persone in fuga da guerra e persecuzioni. I numeri, piccoli all’inizio, non hanno destato particolare allarme. Si trattava in particolare di giovani uomini che avevano trovato ricovero nei parchi e nelle strutture abbandonate intorno a Sarajevo. Decine, una cinquantina, adesso si dice siano quasi duecento. Da un mese circa, i numeri si stanno alzando. Agli uomini si uniscono le famiglie con bambini, i paesi di provenienza stanno mutando e da Sarajevo le persone si spostano verso i confini della Bosnia occidentale, in particolare Bihać e Velika Kladuša. Qui si dice che ci siano quasi 400/500 persone.

Il relativamente facile passaggio lungo le ampie frontiere non controllate tra Bosnia e Croazia, ha dato il via a un movimento sempre più ampio di persone che da due anni si trovano bloccate alle porte d’Europa, lungo la Balkan Route.
La presenza di siriani tra le persone che cercano di uscire dalla Bosnia – per chi conosce la geografia e la demografia dei campi profughi allestiti nei balcani –  fa capire che c’è una rotta meridionale (Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia) mentre la presenza di Afghani e Pakistani indica l’apertura di una rotta nord-orientale (Serbia).

La Polizia croata ha repentinamente messo in campo nuove misure di sicurezza lungo le nuove zone di passaggio, dando il via a respingimenti con uso eccessivo di violenza, come testimoniano le parole dei migranti che incontro a Bihać, che non sono diverse da quelle che mi raccontano i migranti che tentano da anni di attraversare tra le Serbia e la Croazia, al confine settentrionale di Šid.

Persone ferite, cellulari spaccati, passaporti requisiti, soldi rubati. I migranti vengono riportati al confine con le camionette e ributtati in Bosnia, dove, con il permesso temporaneo di richiesta di asilo (durata tre mesi), possono soggiornare regolarmente.

Chi ha i soldi, dorme negli ostelli e negli alberghi e per le categorie vulnerabili (donne con bambini) è l’UNHCR che paga le strutture di accoglienza (ma in particolare a Sarajevo e Bihać cominciano a lamentare il fatto che tra poco inizia la stagione turistica). Chi non ha i soldi dorme nel parchetto di fronte alla biblioteca di Sarajevo o nella zona termale di Ilidža (dove nel frattempo il mondo arabo costruisce resort e alberghi a 8 stelle) o nelle strutture abbandonate distrutte dalla guerra. Esiste un centro per richiedenti asilo a Delijaš, lontano da tutto, tra le montagne poco lontano da Sarajevo. Può ospitare meno di duecento persone, non prende la rete cellulare, non ci sono negozi e tanto meno Internet. I migranti, piuttosto che andare lì, preferiscono dormire sotto le stelle.

A Bihać le persone hanno scelto come loro sede un ex dormitorio per studenti, vicino al campo da calcio e alla facoltà islamica e un ospizio devastato lungo il fiume Una. E’ qui che ogni giorno un team di operatori e volontari della Croce Rossa di Bihać distribuisce pasti caldi, vestiti, scarpe. Anche qui come a Sarajevo all’inizio i profughi stavano nel parco cittadino dove due piccole organizzazioni locali cercavano di aiutare come potevano. Con l’arrivo di numeri diversi e sempre più importanti e con l’attenzione dei media locali in crescita, il sindaco di Bihać ha dato incarico di coordinamento alla Croce Rossa che si sta veramente facendo in quattro per gestire questa nuova emergenza. Parlando con il coordinatore locale, dice che  “si parla di almeno mille persone che arriveranno e resteranno qui prima dell’estate”. E che “attraversare le frontiere con la Croazia sarà sempre più difficile”.

Quello che molti migranti inoltre non sanno è che i confini che vogliono attraversare, lungo la dorsale che da Kladuša scende sotto Bihać, tra i boschi della Petrova Gora, la montagna della Plješevica e le piste abbandonate dell’aeroporto di Željava, sono tra i più minati della regione.

Parlavo di questo con una famiglia ospite al  campo di Bogovadja, dove lavoro in Serbia, che si apprestava ad andare lungo la nuova rotta.

“Hanno aperto un confine, Zilbia!”
“No, i confini sono chiusi, forse alcune persone sono riuscite a passare da una nuova strada”.
“Il nostro smuggler ci ha detto che adesso passeremo dalla Bosnia, basta camion con la Croazia…”
“Se passate dalla Bosnia, vi faranno andare da Bihać, è la cosa più probabile. Ma dovete stare attenti, se vi mandano a piedi nei boschi o in montagna, guardate questo cartello”. Mostro loro le foto che ho scattato alcuni anni fa in tutta quella zona.

La donna si spaventa, conosce il segno col teschio su sfondo rosso. Mi chiede quante ce ne siano. Cerco di tranquillizzarla, ha una bambina piccola piccola, le dico che deve camminare sui sentieri e sdrammatizzo: “se devi fare la pipì, falla sulla strada, non importa se ti vedono”. Ridono. Mi consegnano delle spezie, un quaderno con delle lezioni di inglese e spagnolo, un mini pimer e altre cose personali. Mi dicono: ce le dai quando siamo in Europa.

Loro, come molti altri dei migranti bloccati in Serbia, stanno cercando da anni di attraversare le maledette frontiere. Hanno sentito di qualcuno che ce la fa dalla Bosnia e come molti altri, si stanno rimettendo in cammino. Destinazione finale? Norvegia, Svizzera, forse Germania. Confusi sul sistema d’asilo, sulle leggi e i diritti, sulla geografia. Non hanno niente da perdere, se non la vita. Migrano, come le foglie che si staccano d’autunno e si fanno trasportare dal vento.

Mi arriva un loro messaggio, il 26 aprile: “the smugler cheet to us. There were no car. We stay 2 days in jungel. Last night with a smal boat cross the river and all night walking. There were no guid man. Just show the map to one pasenger and in grups 8 person we came. baby has sick, now we are in tuzla and go sarajevo”.

Stanno aspettando un passaggio giusto, sono in contatto con un trafficante locale “he speak english and arabic”. Ogni giorno cambia piano. “Tomorrow no go, is this holiday in slovenia and croazia,  driver say that is to much police and control”. Mi fa sorridere pensare che né lo smuggler né i migranti sappiano cosa sia il primo maggio “this holiday” che fa aumentare i controlli della polizia…

Sono arrivata a Bihać da pochi giorni e faccio qualche giro alla stazione dei bus, per vedere cosa succede. Vedo dei ragazzi che ho incontrato il giorno prima alla distribuzione dei pasti che salgono sui bus per Velika Kladuša. Io loro li riconosco a distanza, dal modo in cui camminano, dalle loro scarpe, dal taglio di capelli, e dagli zaini che si portano sulle spalle. Uno di loro invece non mi riconosce, e chiede dei soldi al collega di fianco a me, “I need to go to … vka..slladss..”. Migranti alle prese con questa dura lingua slava e l’impossibilità di pronunciare bene i nomi dei paesi.

Al tempo stesso mi rendo conto che sono arrivate delle persone scese dal bus di Sarajevo. Qua dicono che ogni giorno scendono 50/60 persone dalla capitale. Alcune di loro tenteranno di attraversare il confine a Željava o sulla Plješevica, altri più a nord, verso la Petrova Gora. In un piccolo gruppo seduto sul marcapiede vedo una donna col velo con 3 bambini, è la seconda dopo quella che ho visto il giorno prima all’ex studentato. Sono poche, rispetto al numero dei single men che si vedono sinora, ma ieri pomeriggio un messaggio dalla Croce Rossa mi dice che adesso ci sono 160 persone e nuove famiglie sono arrivate, non sanno dove farle dormire.

I volontari sul campo sono affaticati e un po’ disorganizzati, fanno turni in magazzino, per la distribuzione di colazione, pranzo e cena, e non capiscono la mancanza di risposta e l’abbandono da parte del governo e delle grandi organizzazioni internazionali, che possono far solo deteriorare la situazione. Le persone nel Cantone di Una Sana cominciano a raccontare di furti e violenze. Più amici mi raccontano di aver sentito la storia da un amico che ha visto con i suoi occhi come dei migranti chiedessero informazioni e mentre la persona rispondeva venisse rapinata da altri migranti. Questa tecnica pare sia stata messa in atto: alla porta di una casa (e il migrante è entrato dalla finestra) – dal finestrino di un auto (il migrante rubava la borsa dal sedile del passeggero) – per strada (scippo di borsa). In tre posti diversi (Kladuša, Bihać, Otoka). Non credo sia vero, ma il segnale non mi piace per niente. Sono le stesse storie che sentivo quando andavo al confine a Šid. E’ certo vero che il minore controllo delle persone che vivono all’aperto e non nei campi, fa alzare la percezione di insicurezza da parte delle persone del posto. Ed è statisticamente vero che nella popolazione migrante ci siano individui propensi alla violenza o al crimine, così come in un qualunque campione demografico nel mondo. Peccato che la manipolazione di queste persone sia esercizio oramai comune, come tutti sappiamo. Le destre europee e i movimenti xenofobici cavalcano da anni la tigre dello straniero invasore e violento per accaparrare consensi tra la popolazione più ignorante, nascondendo i reali problemi.

Nel frattempo, il governo bosniaco tiene un profilo basso sulla questione, così come l’UNHCR che ha cominciato a indire riunioni settimanali di coordinamento. Al momento sembra che non si vogliano aprire nuove strutture, tant’è che un gruppo di volontari di Sarajevo ha portato e montato le tende davanti alla biblioteca. E’ evidente che non si vuole creare un nuovo imbuto e aumentare il pull-factor per chi dai campi di Grecia e Serbia si vuole spostare. Tra l’altro la Serbia, che da 7.000 profughi dello scorso anno è arrivata ad accoglierne ad oggi meno di 4.000, ha appena ricevuto dall’Unione Europea 10 milioni di euro per gestire i 18 campi governativi per migranti e richiedenti asilo.

Di fatto, per ora, ricade tutto sulle spalle di associazioni, cittadini, volontari piccole organizzazioni. Summer is coming…

“I am ashamed to say that smugler change his speak. Every day he said tomorrow you go but he canceled. To night he swear to God tomorrow he send us”.

Gli rispondo: “smugglers are really bad persons, but tomorrow is a new day, maybe is the good one. Keep safe”.

“Ok, thank you. Inshallah it is”.

 

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I più bravi sanno quasi urlare il mio nome giusto, uno strano Slvia con poche vocali tra la Esse e la Elle. Sliviaaaaaa, quasi a chiamarmi col nome di una delle grappacce tipiche della jugo.
La maggior parte di loro però, mi chiama Serbiaaaaaaaaaa. Non ho mai capito se è perchè confondono Silvia con Serbia, o se perchè urlano a caso il nome delle persone che lavorano nel campo e che per logica provengono dalla Serbia. Ovviamente senza aver capito che io sono italiana.
Alcuni mi chiamano (e con me i miei colleghi) Caritaaaaaas.
A quest’urlo beduino di solito segue una richiesta a scelta tra: give me balon (palloncino) – give me ball (qua sono i più grandicelli) – give me shoes (adulti).
Per arrivare dalla portiera dell’auto all’entrata del campo, salire mezzo piano di scale e chiudermi a chiave nella Caritas room dove la mattina facciamo attività coi bambini under 3 (che poi alla fine vengono anche i più grandi) mi ci vuole un tempo medio di 10 minuti quando sono fortunata, venti minuti in media. Ogni passo è un saluto: dobar dan, good morning, selam, halo, ciao! E ogni saluto è una persona. Se sono bambini cerco di liquidarli in fretta, di solito basta un: after 11, l’ora in cui si comincia a giocare. Con gli adulti dipende dalla richiesta che hanno o dal loro umore, glielo leggi in faccia se stanno bene, se sono tristi, assonnati, preoccupati. In base a questo, mi intrattengo più o meno tempo, stringendo mani e facendo sorrisi. Se le richieste sono particolari, la mattina tendo sempre a dire: after. Ne parliamo dopo che metto giù lo zaino e la giacca e tendenzialmente mi libero di qualche scatolone o sacchetto che inevitabilmente trasportiamo su e giù da Valjevo.

Il campo è quella cosa lì, in una parola è rumore costante, come una cascata, come in un alveare: non c’è mai silenzio, sono voci e suoni, palline da ping-pong, palle da basket (proibitissimo giocare in corridoio), sciacquoni del gabinetto, la macchina da cucire, i videogiochi dei bambini e le macchine telecomandate (Caritaaaas I need 6 botteri – cosa hai detto Sael? I need 6 botteri. Botteri? ahhhh batteries!), liti e tirate di capelli tra le donne, ma a volte (ultimamente spesso) anche risse tra gli uomini, raramente risate. Rimbomba il vociare dei bambini e i loro schiamazzi. Risuonano gli ordini secchi della security: room control!!! Il fruscio che fanno le donne delle pulizie che passano la scopa e trascinano i sacchi neri. Sono i volontari di Terre e Libertà con i loro ban e le canzoni cantate nel corridoio. E’ la musica del mondo tutta insieme: afghana, cubana, italiana,  africana… Da una parte all’altra delle scale ci chiamiamo tra noi: Andrea riportami la chiave! Nevena, ascolta cosa vuole Tizio! Milica prendi quel bambino prima che voli dalle scale! Silvia hai tu le chiavi del Social cafè?

E ogni tanto il richiamo: Sliviaaaa Serbiaaaa Caritaaaaaas!!! E io che urlo: what do you want Nazir? What’s up Shaker!? Hi Roman, how do you do? Hei Farid sta ima?

Quando finiamo le attività, verso le 5, ci mettiamo la rituale ventina di minuti a rifare il percorso al contrario. E così, ogni giorno, tutti i giorni.

Sono rientrata a Milano la mattina presto dell’11 gennaio, con il solito volo di Air Serbia da Belgrado. Da adesso in poi starò venti giorni in Italia e dieci in Serbia.
Non mi ero mai accorta di quanto fosse silenziosa questa città.

Numeri.

L’altra sera mi trovavo a Milano e leggevo i numeri delle migrazioni negli ultimi quattro anni. Oltre ai diversi ingressi registrati, c’è un’altra statistica che viene citata poco. Il numero delle persone morte nel tentativo di arrivare da noi, in Europa. Sono stime, perchè di tante persone non conosceremo mai veramente il destino. Chi annega in mare e viene sommerso dai flutti. Chi muore di sete e di caldo nel deserto e sparisce ingoiato dalla sabbia rovente. Chi congela nei fiumi e tra le montagne dei Balcani e viene divorato dagli animali selvatici. Sono in media quattromila all’anno le persone che spariscono così. Seppellite in fosse comuni, lontane dalle proprie famiglie e dalle proprie case. Noi li vediamo come una massa indistinta, fatta di numeri. E non ci sconvolge.

Viviamo tra i morti, nuotiamo tra i cadaveri nel Mediterraneo. E non ci pensiamo, se non quando magari una foto più di un’altra non ci colpisce. Ci fu il caso di Aylan nel 2015, con la sua maglietta rossa, riverso a faccia in giù sulla riva del mare, che ci fece trattenere per un attimo il fiato e che spalancò di colpo le porte del sogno EU a quasi un milione di persone. Dopodichè, quel quasi milione di persone divenne troppo da gestire e firmammo un accordo a Marzo 2016, per chiudere la rotta balcanica, lasciando quasi 80.000 persone ferme tra la Grecia, la Macedonia e la Serbia.

Di loro, dei quasi settemila bloccati in Serbia, la maggioranza Afghani, ci siamo dimenticati in fretta. Sono stati sistemati tutti quanti nei 18 campi profughi aperti dal governo con il finanziamento dell’UE. I siriani sono rimasti in Grecia, prima o poi verranno ricollocati. E quasi quattro milioni sono in Turchia, bloccati dopo l’accordo di cui sopra.

In questi mesi, da Maggio, quando sono arrivata in Serbia, ho conosciuto diverse centinaia di persone. Famiglie sopratutto, ragazzi, uomini. Sono in viaggio da due anni, per lo più. Hanno già conosciuto la durezza del cammino, la paura dell’acqua, il dolore dei colpi dati dal manganello. Uomini, donne, bambini.

Quando ho cominciato a fare volontariato vent’anni fa nei campi profughi in Slovenia, erano sopratutto loro, i bambini, l’energia in più che faceva sembrare meno brutta la vita in quel limbo. Con loro era facile dimenticare dove ti trovavi, la durezza e la noia della vita nel campo, l’incertezza del futuro. Quei pensieri consumavano e consumano sopratutto gli adulti, coloro che sanno quanti soldi hanno già speso e quanto ancora devono indebitarsi per andare avanti nel game. Quanto costerà provare ad attraversare la Croazia o l’Ungheria con i trafficanti.

Negli ultimi mesi molti hanno cominciato a tentare di attraversare i boschi tra la Serbia e la Croazia da soli, con le mappe di Google. L’Ungheria è più difficile da attraversare, lì il confine è più sorvegliato, ci sono fili spinati doppi con lame di rasoio in cima, ci sono i cani, ci sono i sensori di rilevamento termico e le telecamere a infrarossi. E poi ci sono i manganelli, gli ungheresi prima di cacciarti ti pestano, così forse non proverai più la prossima volta. E’ così che rimandano in Serbia brandelli di umanità, feriti nello spirito e nel corpo. La Croazia invece da quest’estate sembrava più porosa, sembrava quasi si riuscisse a passare e poi se proprio non si riusciva ad andare più in là, verso Austria o Ungheria, si poteva chiedere l’asilo. Non sarà Shengen, ma è pur sempre EU.

Da novembre, osserviamo impotenti i tentativi che le persone fanno di andare di là, a Nord dalle parti di Šid. Dal nostro campo decine di persone sono partite e le abbiamo viste ritornare.

Una di queste famiglie non è tornata intera. Avevano lasciato il nostro campo ad Agosto e passato un paio di mesi tra Tutin e Belgrado, fino a quando non hanno provato ad attraversare il confine.

Di Madina ricordo che aveva gli occhi grandi, i capelli neri e folti, uno sguardo vispo e un sorriso furbo. Era piccolina e si confondeva in mezzo ai suoi fratelli e sorelle. Una mattina di Maggio, ero da poco arrivata in Serbia, arrivo al campo e sento i bambini che urlano e corrono verso di me: “cats, cats”! Madina mi prende per mano e mi porta a un grande vaso in cemento, dentro il quale ci sono due gattini neri di meno di un mese, terrorizzati. I bambini sono eccitati e contenti, giocano coi gatti, senza pensare a quanto siano spaventati. Prendo i gatti, li metto in una scatola e li porto in auto. I gatti, avranno molta più fortuna dei profughi bloccati da anni nel limbo migratorio, loro sono a Milano e vivono pasciuti e felici in una bella famiglia, con documento di identità e regolarmente registrati in Comune.

Madina era così, curiosa, sorridente, chiacchierona. Anche se non parlava così bene inglese riusciva a farsi capire e ti saltellava intorno.

Mi immagino come sia stato faticoso per lei, con le sue gambette corte, attraversare la “jungle” tra la Serbia e la Croazia, di notte, tra i fili spinati e le pattuglie della polizia, senza probabilmente capire cosa stava succedendo. Così come non avrà capito cosa è successo, quanto un treno l’ha travolta, uccidendola e lasciando il suo corpo insanguinato al buio, vicino ai binari, mentre gli altri della sua famiglia cercavano di capire al buio dove fosse finita la piccola. L’ha trovata Rashid, suo fratello. Un ragazzo alto e gentile, taciturno, sempre disponibile e attento ai piccoli della famiglia. Mi immagino le urla di Nilab, la sorella maggiore con cui giocavo a pallavolo e con cui parlavamo dei sogni di arrivare in Europa e poter vivere liberamente, in Germania.

La versione ufficiale della polizia croata è che abbiano assistito con i visori infrarossi ai movimenti di un gruppo di persone lungo la ferrovia, dal lato serbo del confine e di come sia passato il treno, a seguito di questo parte del gruppo è andata di corsa verso le pattuglie portando in braccio il corpo di una bambina. La polizia afferma che stavano compiendo i loro compiti routinari di difesa delle frontiere, così come previsto dalle leggi del’UE, applicando i respingimenti forzati.

La versione della famiglia, supportata da organizzazioni umanitarie (tra cui MSF) e gruppi di attivisti e volontari è che la famiglia avesse invece già raggiunto la Croazia e che sia stata respinta verso la Serbia, ricevendo come indicazioni di seguire la ferrovia, senza essere avvisati del potenziale pericolo del passaggio dei treni anche di notte e rifiutando la richiesta della madre stremata che chiedeva solo di poter riposare un po’ con i figli, stanchi, affamati e infreddoliti. Oltre a questo, in nessun modo la famiglia ha avuto alcun aiuto da parte né dei croati, né tantomeno dei serbi, che per alcuni giorni non hanno nemmeno dato il corpo alla famiglia e hanno loro imposto un funerale senza rispettare le usanze musulmane. E’ così che la piccola Madina ora si trova sepolta a pochi chilometri dal luogo in cui è stata uccisa, lontana dalla sua casa, dalla sua famiglia. Era la notte tra il 20 e il 21 Novembre.

Questa notizia all’inizio era passata in silenzio, diffusa tra i social, twittata da alcuni organizzazioni, sino a quando Al Jazeera non l’ha ripresa, seguita dal Guardian e anche dal nostro Corsera. Le parole di Nilab, che Madina non venga dimenticata, sono state ascoltate.

E noi, cosa possiamo fare? Come si può restare indifferenti alla morte di Madina e delle migliaia di innocenti che cercano solamente un futuro migliore, mettendo in gioco tutto ciò che hanno, cioè la loro vita?

Io li vedo questi confini insaguinati e queste vite miserabili. Ero in Croazia il giorno dopo che Madina era morta, lungo la strada che passa dietro il confine. Ho visto le pattuglie, i cani, la caccia all’uomo. Ho visto la polizia croata. E ho visto la polizia ungherese e la caccia all’uomo da quella parte del confine. Ho visto il filo spinato, ho respirato la paura, il buio e il freddo. Ho visto i fuocherelli accesi nella notte da chi parte per il game, le immondizie abbandonate dietro di sé, le scarpe spaiate, le coperte grigie dell’UNHCR. Ho sentito i racconti di bambini di sei-sette anni, di come dopo aver camminato per tanti chilometri non riuscivano più a fare un passo e si addormentavano ogni volta che si dovevano abbassare per sfuggire alle vedette. Mi hanno parlato del freddo, della sete, della fame. Della paura.

E no, bambini, non è questo il game. Non è giusto che il gioco sia questo. Io ho avuto fortuna, sono stata una bambina amata e cresciuta in una grande città, dove andavo a scuola, giocavo coi compagni, ho fatto gli scout, sport e volontariato. Dopo la Slovenia, sono stata in Bosnia e in Kosovo e ora qua in Serbia, e provo a portare sorrisi e giocare, a dimenticare, a ricordare che siete solo bambini e che avete diritto alla felicità e alla spensieratezza, ad andare a scuola, avere vestiti caldi e puliti, pupazzi e giocattoli, dei nonni che vi coccolino e vi vizino, dei genitori che si preoccupino per voi.

E no, non posso dimenticare Madina, non posso dimenticare il suo entusiasmo per i gattini, il modo in cui ballava “tutte le scimmiette in fila per sette”. Non posso dimenticare lei, la sua famiglia e tutte le persone incontrate in questi anni di Balkan route, accampate a Idomeni, a Hotel Hara, a Eko station, al campo profughi di Sounio, a Helliniko, a Horgos e Kelebija, nelle barracks di Belgrado, nell’Afghan park e il modo in cui nonostante tutto, i bambini riescano a giocare. Non posso.

E se vi chiedete come si fa, non lo so nemmeno io come si fa, so solo che quando vedo mia nipote Anna che ha 4 anni e dei ricci bellissimi e le ho appena regalato un pigiama con Elsa di Frozen, penso solo che lei è fortunata e le auguro che la vita non le dia mai quello che sta dando a queste migliaia di Madina in giro per il mondo alla ricerca di fortuna.

Tra poco è Natale, spenderemo un sacco di soldi per cibo, regali, luminarie e decorazioni.
Qualcosa lo potete fare anche voi.  Ricordatevi di Madina e di quelli che stanno ancora facendo il game.

Potete fare un regalo ai bambini di Bogovadja. Non sono giocattoli, non sono dolci e caramelle, sono scarpe e vestiti per l’inverno, dignitosi e caldi, che forse gli serviranno quando dovranno attraversare i boschi al confine.
http://www.caritasambrosiana.it/emergenze-caritas/emergenze-in-corso/emergenza-freddo-bogavadja

Ciao, Madina.

Madina

https://www.theguardian.com/world/2017/dec/08/they-treated-her-like-a-dog-tragedy-of-the-six-year-old-killed-at-croatian-border

http://www.aljazeera.com/news/2017/12/tragic-death-year-refugee-serbia-171206120406637.html

http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_08/bambina-respinta-croazia-travolta-treno-confine-5a17075e-dbfa-11e7-96bf-2722fd237ccc.shtml

La gabbia

Pubblicato: maggio 25, 2017 in Campi profughi, Migranti, Western Balkan Route

Deal done

Che nel marzo 2016 l’UE avesse fatto un accordo con la Turchia per gestire il flusso di migranti in arrivo attraverso la rotta balcanica è cosa nota. Meno noti forse i risultati sul lungo periodo che la chiusura ha creato, da una parte il ritorno a pieno regime della rotta del sud mediterraneo, con il suo carico di morte quotidiano e il suo carico di polemiche sulle ONG che l’italico e ignorante popolo italiano diffonde via social (del resto informarsi è troppo faticoso). Dall’altra parte c’è l’esistenza bloccata in terra balcanica di circa 60.000 persone. Detto così sembra un numero enorme, ed è vero, se pensiamo che ognuno di questi numeri è una persona, con una storia probabilmente di grande sofferenza alle spalle, una famiglia, un’identità e un passato. Ma sarebbe anche un numero facilmente gestibile, se solo i paesi “ricchi” decidessero che la questione migratoria è la questione del futuro ed è inevitabile. L’essere umano, così come gli altri esseri viventi da sempre nella storia del mondo, si sposta in cerca di condizioni di vita migliori e per garantire alla sua specie la possibilità di sopravvivere e non estinguersi. Per questo motivo è inutile barricarsi dietro a muri (ideologici o fisici che siano) e fare i conti con ciò che è puramente istintivo: la voglia di vivere. Per questo motivo MAI le migrazioni cesseranno ed è giusto imparare a riconoscere il diritto alla libertà, senza dividere il mondo in popoli e paesi di serie A e popoli e paesi di serie B o C, anche perchè storicamente ed economicamente parlando, i paesi di serie B o C restano lì perchè sono i paesi di serie A che hanno gli interessi a tenerceli.

Dove eravamo rimasti?

Tra queste 60.000 persone bloccate lungo la rotta balcanica, la maggioranza (circa 50.000) si trova in Grecia, paese che nonostante la rotta sia chiusa ha visto dall’inizio del 2017 l’approdo di 6.421 persone (40% bambini, 21% donne, 42% uomini di cui il 42% dalla Siria, e a seguire Iraq e Afghanistan).

In Serbia ci sono ufficialmente 7.364 persone suddivise in 18 campi gestiti dal Commissariato per le migrazioni.  43% sono minori, 42% uomini, 15% donne. Vengono sopratutto dall’Afghanistan 57% , Iraq 19% , Pakistan 13%, Siria 6% . Il grosso dei siriani che ha viaggiato sulla rotta si è fermato in Grecia, perchè le procedure per il ricollocamento negli altri paesi EU sono più veloci che non dalla Serbia, altrimenti la percentuale sarebbe molto più alta.

La gabbia

Da quel 18 marzo 2016 sono passati 433 giorni (data di oggi). Quattrocentotrentatre.
In molto meno tempo si viene al mondo, ci si sposa, si festeggia il compleanno, si brinda alla casa nuova e al nuovo lavoro, si va alle feste, ci si commuove al cinema o a un concerto, ci si laurea… si vive, in poche parole, con un discreto margine di libertà, fisica ed emotiva.

In questo anno e qualche mese le persone hanno vissuto dapprima nella vana speranza che le frontiere riaprissero, accalcandosi ai confini dell’Ungheria e vivendo in condizioni disumane nei boschi, senza cibo e senza acqua. Quindi hanno provato più volte, illegalmente e spendendo migliaia di euro a testa a superare i confini, da tutte le parti: Ungheria, Croazia, Romania, Bulgaria. E infine, si sono arresi.

Se negli scorsi mesi visitando la rotta avevo visto persone con un barlume di speranza negli occhi e la voglia di farcela, oggi, dopo 433 giorni nei campi profughi in Europa, io vedo solo adulti sconsolati che cercano di capire cosa fare di sé e della propria esistenza senza darsi una valida risposta. Per molti di loro non esiste nemmeno la possibilità di tornare indietro, le bombe restano comunque un deterrente valido.

I giorni sono tutti uguali in un campo profughi, specialmente se situati in posti un po’ isolati e senza avere particolari risorse economiche. Ci si sveglia, e qualcuno decide cosa mangerete e quando. Il secondo momento fisso  della giornata è il pranzo. Anche qui, qualcuno cucina qualcosa per voi, decidendo sapore, gusto, quantità e orario. Il terzo momento fisso della giornata è la cena. Vedi sopra.

Tutte le mattine vi sveglierete e vedrete le stesse persone, con le quali vivete da 433 giorni. Dopo 433 giorni non sapete più che cosa raccontare. I ricordi del vostro paese e della vostra famiglia vi fanno male. Parlate di quello che non avete, di quello che facevate, di quello che vorreste fare, di quello che vorreste mangiare, ma oramai lo avete già detto e ridetto chissà quante volte e chissà quante volte avete sentito la stessa storia degli altri.

Naturalmente non potete scegliere come vestirvi, dipendete dagli aiuti che sono stati mandati da qualche sconosciuto in giro per il mondo che ha pensato bene che una maglietta bucata e unta un profugo se la metterebbe lo stesso, perchè tanto non ha altro. Quindi non va bene per te, che la vuoi buttare, ma pensi che vada bene per un altro essere umano che non ha scelta.
Le scarpe sono preziose! Vengono distribuite raramente e spesso non sono mai in buone condizioni, ma quelle e i vestiti sono un bene da preservare nonostante le macchie e i rattoppi, anche perchè non avete altro e quello che vi siete portati nello zaino quando siete partiti probabilmente lo avete abbandonato durante il viaggio.
Non potete muovervi, o meglio, potete farlo e andare nei villaggi attorno. Per farlo dovete chiedere un permesso e rientrare prima delle 21, dovete camminare per qualche chilometro (e consumare le vostre già malridotte scarpe) oppure prendere un taxi (e spendere i pochi soldi che avete) e poi spendere altri soldi nel solito e unico villaggio che c’è nelle vicinanze per mangiare cibo che non vi piace perchè il gusto è totalmente diverso dal vostro e vi manca il sapore del cibo di casa o per comprare qualche vestito o qualche cosa che potrebbe vagamente piacervi.

Non avete libri, e se ne avete li avete già letti e riletti. La connessione internet c’è, ma è lenta e la dovete dividere con altre centinaia di persone. Nonostante questo, come dei lobotomizzati, vi attaccate a internet, a facebook, a youtube per passare il tempo.
Non avete un vostro bagno e tantomeno non avete la vostra privacy, ma avete lo stesso imparato a fare l’amore in una camerata o in una stanza da 8 persone (se siete fortunati) senza farvi sentire troppo. Alcune donne restano incinte e nasce una nuova vita in questo limbo, una novità nella monotonia di tutti i giorni. Nascono coppie nuove anche di diverse nazionalità, del resto la scelta è limitata alle solite persone che vivono con voi. E del resto l’amore non fa differenze.

Infine, quando finalmente si spengono le luci, non riuscirete ad addormentarvi. Avrete pochi ricordi della solita giornata che è appena trascorsa e dei soliti discorsi che avete fatto e delle persone che avete visto, perchè sono sempre le stesse cose. Forse avrete dei ricordi delle bombe che cadevano, della traversata nel mare sul gommone con l’acqua che entra dal fondo e le urla dei bambini nelle orecchie. Vi chiederete dove siano i vostri figli, i vostri fratelli e sorelle, madri e padri, mariti e mogli. Qualcuno attorno a voi sta russando, qualcuno piangendo. Non c’è silenzio e non c’è nemmeno buio perchè ci sono le luci di sicurezza accese.

Non riuscirete a dormire sino a quando la stanchezza non vi sopraffarà o sino a che le gocce che avete preso non vi faranno crollare, sino alla solita sveglia, nel solito posto, con le solite persone.

Rompere

Ecco, a chi mi chiede cosa faccio io oggi in Serbia (ma potrei essere in Grecia, come in Libano o chissà dove altro nel mondo) con la mia ONG, rispondo che giochiamo a pallavolo, a calcio e anche a rugby, che facciamo disegnare i bambini, che chiacchieriamo con le persone del più e del meno, che facciamo corsi di inglese e serbo, balliamo, cantiamo …

Noi, semplicemente, rompiamo.

La monotonia, la solitudine, la noia. Rompiamo le sbarre invisibili delle gabbie.

O almeno, ci proviamo.

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