e poi il silenzio

Pubblicato: gennaio 15, 2018 in Campi profughi, Migranti, Western Balkan Route
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I più bravi sanno quasi urlare il mio nome giusto, uno strano Slvia con poche vocali tra la Esse e la Elle. Sliviaaaaaa, quasi a chiamarmi col nome di una delle grappacce tipiche della jugo.
La maggior parte di loro però, mi chiama Serbiaaaaaaaaaa. Non ho mai capito se è perchè confondono Silvia con Serbia, o se perchè urlano a caso il nome delle persone che lavorano nel campo e che per logica provengono dalla Serbia. Ovviamente senza aver capito che io sono italiana.
Alcuni mi chiamano (e con me i miei colleghi) Caritaaaaaas.
A quest’urlo beduino di solito segue una richiesta a scelta tra: give me balon (palloncino) – give me ball (qua sono i più grandicelli) – give me shoes (adulti).
Per arrivare dalla portiera dell’auto all’entrata del campo, salire mezzo piano di scale e chiudermi a chiave nella Caritas room dove la mattina facciamo attività coi bambini under 3 (che poi alla fine vengono anche i più grandi) mi ci vuole un tempo medio di 10 minuti quando sono fortunata, venti minuti in media. Ogni passo è un saluto: dobar dan, good morning, selam, halo, ciao! E ogni saluto è una persona. Se sono bambini cerco di liquidarli in fretta, di solito basta un: after 11, l’ora in cui si comincia a giocare. Con gli adulti dipende dalla richiesta che hanno o dal loro umore, glielo leggi in faccia se stanno bene, se sono tristi, assonnati, preoccupati. In base a questo, mi intrattengo più o meno tempo, stringendo mani e facendo sorrisi. Se le richieste sono particolari, la mattina tendo sempre a dire: after. Ne parliamo dopo che metto giù lo zaino e la giacca e tendenzialmente mi libero di qualche scatolone o sacchetto che inevitabilmente trasportiamo su e giù da Valjevo.

Il campo è quella cosa lì, in una parola è rumore costante, come una cascata, come in un alveare: non c’è mai silenzio, sono voci e suoni, palline da ping-pong, palle da basket (proibitissimo giocare in corridoio), sciacquoni del gabinetto, la macchina da cucire, i videogiochi dei bambini e le macchine telecomandate (Caritaaaas I need 6 botteri – cosa hai detto Sael? I need 6 botteri. Botteri? ahhhh batteries!), liti e tirate di capelli tra le donne, ma a volte (ultimamente spesso) anche risse tra gli uomini, raramente risate. Rimbomba il vociare dei bambini e i loro schiamazzi. Risuonano gli ordini secchi della security: room control!!! Il fruscio che fanno le donne delle pulizie che passano la scopa e trascinano i sacchi neri. Sono i volontari di Terre e Libertà con i loro ban e le canzoni cantate nel corridoio. E’ la musica del mondo tutta insieme: afghana, cubana, italiana,  africana… Da una parte all’altra delle scale ci chiamiamo tra noi: Andrea riportami la chiave! Nevena, ascolta cosa vuole Tizio! Milica prendi quel bambino prima che voli dalle scale! Silvia hai tu le chiavi del Social cafè?

E ogni tanto il richiamo: Sliviaaaa Serbiaaaa Caritaaaaaas!!! E io che urlo: what do you want Nazir? What’s up Shaker!? Hi Roman, how do you do? Hei Farid sta ima?

Quando finiamo le attività, verso le 5, ci mettiamo la rituale ventina di minuti a rifare il percorso al contrario. E così, ogni giorno, tutti i giorni.

Sono rientrata a Milano la mattina presto dell’11 gennaio, con il solito volo di Air Serbia da Belgrado. Da adesso in poi starò venti giorni in Italia e dieci in Serbia.
Non mi ero mai accorta di quanto fosse silenziosa questa città.

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