Srebrenica 2015. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire.

Pubblicato: luglio 13, 2015 in Uncategorized

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Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole (Qo 3,1)

Che la tensione in occasione della commemorazione del ventennale dell’eccidio di Srebrenica fosse alta lo si era capito quando, tre giorni prima dell’11 Luglio, la Russia ha posto il veto alla bozza di risoluzione proposta dai britannici al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si afferma “acceptance of the tragic events at Srebrenica as genocide is a prerequisite for reconciliation”. In particolare l’ambasciatore russo Vitaly ha dichiarato a motivo del veto che la bozza “non era costruttiva, ma provocatoria e motivata politicamente”.

Questo avveniva 3 giorni dopo che il domenicale britannico Observer pubblicava un reportage basato su ricerche e documenti segreti declassificati in cui emerge una responsabilità documentata dei governi occidentali (in particolare Francia, USA, Gran Bretagna) consapevoli che per metter fine alla guerra in Bosnia Erzegovina l’unica era sacrificare le zone protette create nel 1993 dall’Onu stessa (risoluzione 819), supportando in un certo senso la “direttiva 7” firmata dal presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić. Questa direttiva in sintesi ordinava la “rimozione permanente” dei musulmani bosniaci dalle aree sicure protette dall’Onu.

Le tensioni non erano mancate nemmeno nel periodo precedente, quandoTomislav Nikolić, il Presidente della Serbia, aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione se il Presidente bosniaco-musulmano Bakir Izetbegović (figlio di Alija, primo presidente dell’indipendente Bosnia Erzegovina nel 1992) non avesse a sua volta commemorato i caduti serbi della regione.

La presenza della Serbia verrà però garantita dal Primo Ministro, Aleksandar Vučić, che – solo dopo che la Russia pone il veto alla risoluzione – si dichiara pronto a recarsi alla commemorazione per rendere omaggio alle vittime della violenza (la parola genocidio, però no, non si usa). Quel Vučić che chiede la “benedizione” per la sua presenza al Sindaco di Srebrenica e alle madri di Srebrenica. La stessa persona che in un suo discorso al parlamento serbo il 20 luglio del 1995 disse: “Voi uccidete un serbo e noi uccideremo cento musulmani”.

A far capire che di Srebrenica e delle vittime si sarebbe parlato molto poco in questi giorni, e che invece largo spazio si sarebbe dato alle polemiche e alle accuse, era stato ancora prima l’arresto a Berna di Naser Orić, ex comandante della difesa di Srebrenica durante la guerra 1992–95.

Orić, eroe nazionale per i bosgnacchi e criminale di guerra per i serbi, era stato fermato per via di un mandato di cattura internazionale richiesto nel febbraio 2014 da Belgrado ed eseguito a Berna durante una visita ufficiale dell’ex comandante. La Svizzera ha estradato Orić in Bosnia Erzegovina il 26 giugno, ma la richiesta ancora in vigore della Serbia è quella di sottoporlo a processo per i crimini commessi nei confronti di civili serbi nel villaggio di Zalazje.

La leggerezza di una costola

In questo clima politicamente teso, l’organizzazione della commemorazione è andata comunque avanti secondo lo schema classico che si segue dal 2003, anno in cui è stato inaugurato ufficialmente da Bill Clinton il complesso Memoriale di Srebrenica-Potočari.

Ogni anno da allora, mano a mano che vengono aperte le fosse comuni, riesumati i resti (parziali), identificate le vittime attraverso gli esami del DNA, le famiglie si riuniscono al cimitero l’11 luglio, per seppellire ciò che resta dei loro cari.

La leggerezza con cui passano sopra le teste dei partecipanti i tabut, le bare in cui sono seppelliti i caduti del genocidio di Srebrenica, rende evidente che all’interno di queste casse di legno ricoperte da un telo verde, non ci siano altro che poche ossa asciugate dal tempo. Mi raccontava Ado che di suo zio avrebbero sepolto solamente una costola quest’anno, ma che almeno avrebbero avuto finalmente un luogo su cui pregare e un nome scolpito su una lapide individuale, non più solo l’iscrizione nella lista dei caduti e dispersi del Genocidio.

Dare dignità ai propri morti, dovrebbe essere la parola che contraddistingue queste giornate. Dostojanstvo. Ripetuta per tutta la giornata dell’11. Dignità. Quella dignità violata nell’omicidio brutale di 8372 maschi. Adulti, giovani, anziani. Torturati, malmenati, giustiziati e sepolti, dissepolti con i bulldozer, di nuovo sepolti a pezzi in massa e infine, ma ancora non tutti, dissepolti e inumati insieme ad altre centinaia nel cimitero di Potočari.

Sono poche le persone che decidono di dare sepoltura ai propri caduti in altri luoghi, è come se questo processo sia di massa in tutto il suo svolgimento. Assedio di una massa di persone, 30.000, che vivono nella zona protetta cittadina bombardata e affamata per quasi 3 anni. Una massa di persone che sotto le bombe e i colpi dei fucili scappa per cercare protezione nella base delle Nazioni Unite o che tenta la via della salvezza attraverso i boschi. Una massa di uomini che viene separata dalle proprie madri, mogli, sorelle, figlie e portata sotto gli occhi dei loro protettori nei camion, da cui scenderanno per essere fucilati in massa. Per finire in una fossa comune. E infine, ottenere un funerale di massa. Collettivo.

Il rito dell’11 Luglio prevede una parte iniziale di discorsi dei politici che ogni anno prendono parte alla commemorazione. Sono anni che si ascoltano le stesse parole. Alcuni parlano in inglese, altri in bosniaco, ma alle decine di migliaia di persone che partecipano queste cose non interessano. La massa che è arrivata da tutta la Bosnia e da tutto il mondo si muove, dal centro di Potočari – dove lungo la strada aprono baracchini provvisori che vendono bibite, ćevapčići e janjetina – al Dutchbat compound, avanti e indietro.

Quando finiscono le dichiarazioni dei politici, quando questi depongono i fiori e prendono posto in tribuna, allora il fiume di persone rientra nel cimitero e guidato dalle voci del Reis-ul-Ulema, il leader spirituale della comunità islamica in Bosnia Erzegovina, si inchina e si rialza secondo i ritmi dettati dalla preghiera, invocando la pace per i propri morti e la pietà di Allah.

Gli unici che restano in piedi sono i fotografi e gli stranieri presenti.

Terminata l’orazione (dženaza-namaz) a cui in via del tutto eccezionalepartecipano le donne (per la religione islamica la loro presenza durante il rito funebre è vietata) vengono letti i nomi delle vittime che verranno seppellite (quest’anno saranno 136: il più giovane aveva 15 anni, il più anziano 75) per trovare posto insieme alla altre 6.241 che già riposano nel cimitero.

tabut passano velocemente sopra le teste dei partecipanti e soltanto allora i parenti possono avere un momento (relativamente) privato con i loro cari, occupandosi della copertura con la terra delle bare nelle fosse già scavate, pronte da giorni ad accogliere questi miseri resti.

Le vanghe stanno ancora colpendo il terreno che il fiume di persone che si era fermato è già in movimento, finita la preghiera alcuni tornano a mangiare e a bere, ma molti si dirigono ai parcheggi, verso i bus, le auto e cercano di far ritorno a casa, bloccandosi per ore in una colonna che nemmeno sull’Autosole il primo week end di agosto potrebbe essere più soffocante. Due ore di media per fare meno di 12 chilometri, fino al semaforo di Bratunac. Con la polizia serba che non muove un dito per facilitare le manovre degli autisti.

La spettacolarizzazione del dolore

Quello che mi chiedo è se non avrebbe più senso per queste persone e per le loro vittime avere una cerimonia privata, una funzione religiosa e un momento in cui da soli possano stare con i loro morti senza i flash dei fotografi o la presenza di politici pronti a rubare la scena.

Ma già dal giorno prima (e da quanto seguito nei giornali locali in precedenza) capisco che il gioco della parti prevede tutto questo.

La Marš Mira, marcia della pace, è il contraltare della Marć Smrti del 1995, la marcia della morte che oltre 10.000 uomini in fuga da Srebrenica fecero sotto i colpi dell’esercito serbo-bosniaco che dava loro la caccia attraverso cento chilometri tra boschi e campi minati, nel tentativo di raggiungere il territorio di Tuzla, in mano dell’Armija BiH.

Una manifestazione iniziata nel 2005, con 300 partecipanti, che quest’anno ha visto la presenza di quasi diecimila persone.

I partecipanti sono arrivati in silenzio a Potočari il 10 luglio alle 17, dando il via alla due giorni di commemorazioni. Ad aprire la colonna i sopravvissuti all’eccidio. Dietro di loro, un fiume di persone stravolte dal caldo e dalla fatica, chi con le bandiere delle Bosnia, chi con le magliette del proprio luogo di provenienza, quasi tutti con appuntata la spilla del fiore di Srebrenica, simbolo del genocidio, ricamato in bianco e verde.

Ad aspettare l’arrivo dei marciatori sono sopratutto giornalisti, fotografi, televisioni.  Il silenzio dei marciatori veniva rotto dagli scatti in serie dei reporter.

Pochi minuti dopo l’arrivo della marcia, una delegazione internazionale si è recata in uno degli hangar dell’ex fabbrica di batterie, sede dell’Unprofor durante la guerra, dove si trovavano le bare delle 136 persone in attesa della sepoltura.

È qui che i fotografi e i giornalisti hanno consumato il loro primo pasto di sangue, non appena un partecipante alla commemorazione si fermava a pregare sulla bara di qualcuno o a deporre un fiore, partivano le raffiche delle macchine fotografiche, piazzate a pochi centimetri dalle facce lacrimanti di chi salutava le sue vittime. Al tempo stesso non riesco però a scacciare la sensazione che ci fossero persone, tra i partecipanti, che erano lì solo per finire sui giornali.

Non sazi delle loro prime fotografie i reporter seguono le bare che vengono accompagnate al cimitero e attendono l’11 Luglio, quando dopo la preghiera, i parenti seppelliranno le vittime. Sin dalla mattina si possono vedere stranieri che armati di zainetto e macchine professionali prendono posizione presso le fosse vuote, in attesa della fine della preghiera.

È allora che partono nuovamente le raffiche. Un amico slovacco che è venuto a Srebrenica per portare rispetto, ma anche per documentare le giornate con un reportage, litiga con uno di questi reporter, chiedendo che abbiano rispetto per i parenti e che la smettano di fotografare a scatto in faccia alle persone. “Fuck off I’m here to work” è la risposta che si sente dare.

E mi chiedo: il mondo ha ancora bisogno di queste immagini per capire cosa è successo?

Il veto alla parola “genocidio” della Russia ci rende così ciechi da non vedere il mare di tombe che costella queste colline?

I video delle uccisioni dei prigionieri che chiedono “Cosa ne farete di noi?”, per sentirsi rispondere “Quattro li ammazziamo e i due più bravi li liberiamo” efinire tutti fucilati non è sufficiente, insieme alle fosse comuni, alle decine di pagine di testimonianze, alle fotografie, per avere ancora bisogno di vedere anno dopo anno tutto questo?

Dobbiamo ancora, venti anni dopo, sentire parlare svogliati governi occidentali (ma anche Iran, Turchia e Arabia Saudita, nuovi amici del governo musulmano bosniaco) di giustizia, verità e riconciliazione, quando in questo Paese nulla è mai stato fatto per consegnare i colpevoli alla giustizia e superare i traumi psicologici del conflitto?

Dobbiamo tutti gli anni stare a sentire la risposta dei serbi che dicono: anche noi abbiamo avuto più di 3.000 morti per mano musulmana in quelle zone, facendo a gara a quali morti “valgano” di più?

Dobbiamo ancora, nel 2015, prestarci al negazionismo nazionalista di chi cerca di sollevarsi dalle colpe dei suoi governanti?

Di chi è la colpa?

Nel film girato dal regista bosniaco Denis Tanović “No man’s land”, vincitore di un premio Oscar, c’è uno scambio tra i due protagonisti in cui l’uno chiede all’altro: “Chi ha cominciato la guerra?“. La risposta è sempre condizionata da chi dei due tiene in mano un fucile e minaccia l’altro. Quando è il bosniaco a tenere l’arma, il serbo si autoaccusa dicendo: “Noi abbiamo cominciato la guerra”. Ma quando in un gioco di inversione dei ruoli il fucile ce l’ha il serbo, è il musulmano che deve dichiarare: “Noi abbiamo cominciato la guerra”.

Ma perché la risposta è così importante? Perché purtroppo, in questo contesto storico-geografico, ma soprattutto culturale, sono secoli che si va avanti a cercare di addossare le colpe gli uni agli altri.

Fenomeno senza un inizio e senza una fine, ma che vede compiersi nel mezzo i peggiori massacri, nel nome della giustizia, che in questo luogo significavendetta.

Il generale delle truppe serbo-bosniache, Ratko Mladić, si fa riprendere a Srebrenica e dichiara: “Eccoci qui, 11 luglio 1995 nella serba Srebrenica, per regalare al popolo serbo questa città ed è finalmente venuto il momento in cui, dopo le rivolte contro i turchi, ci possiamo vendicare dei musulmani”, riferendosi chiaramente al dominio dell’Impero ottomano in queste regioni nei secoli passati.

E in questo gioco di addossare le colpe entrano nella centrifuga di questa storia violentata anche i governi occidentali e le truppe olandesi di stanza a Potočari. Nello specifico si trattava di circa 400 soldati, di giovane età, stanziati in questa stretta valle che finisce tra le montagne, a far da “protezione” a una cittadina abitata da circa 30.000 persone e assediata dalle truppe dell’esercito serbo. La missione dell’UNPROFOR era quella di garantire, solo con pochi mezzi blindati e armi leggere, la protezione della popolazione civile della “zona sicura”. Le regole di ingaggio permettevano ai soldati di usare la forza solo per l’autodifesa, contando sul supporto aereo della NATO da chiamare in caso di bisogno. E così fecero.

Il comandante Karremans richiese l’appoggio dei bombardieri quando era evidente che Srebrenica stava per cadere. Le forze dell’esercito serbo avevano già preso diversi OP (Observation Post) a partire dal 6 luglio 1995 e catturato 30 soldati Onu, rubando loro divise e armi che avrebbero poi usato per ingannare i bosniaci. Ma l’aiuto aereo non arrivò mai. Per problemi di trasmissione nella richiesta, ufficialmente. Per motivi politici ben evidenziati anche dall’Observer, non ufficialmente. Era l’estate del 1995 e la guerra in Bosnia doveva finire. Srebrenica avrebbe pagato il prezzo, era la vittima sacrificale designata dai governi occidentali, in cambio di una pace fragile.

Ma la domanda è: fino a che punto possiamo dare la colpa agli olandesi? Queste 400 persone avrebbero potuto impedire l’eccidio di più di 8.000 persone? Una sentenza del 2014 del tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia ha riconosciuto civilmente colpevole il governo olandese per aver consegnato all’esercito serbo bosniaco 300 uomini e ragazzi rifugiatisi nel compound di Potočari. Sarebbero stati tutti uccisi poco dopo.

È sufficiente questo risultato a poter dire che giustizia è fatta?

A mio parere la colpa non è delle Nazioni Unite, ma di chi ha perpetrato il genocidio. Di chi ha pianificato e organizzato questo crimine, in primis, pensandolo a tavolino. E dunque i leader dei paesi in guerra, in particolare il presidente della Serbia Slobodan Milošević e il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić.

A scendere la responsabilità ce l’hanno gli esecutori materiali del genocidio, i soldati, i paramilitari che hanno premuto i grilletti, sgozzato, stuprato, decapitato. E in primis il loro comandante, il generale dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić.

Sono colpevoli quelli che hanno guidato i camion e i bus e hanno portato le persone sul luogo della morte.

Sono colpevoli quelli che hanno dato i loro campi e la loro terra per scavare le fosse comuni, testimoni di quello che accadeva.

Sono colpevoli quelli che sapevano e non hanno fatto nulla. E quindi, sono colpevoli anche i soldati olandesi che vedevano, ma non denunciarono.

E non si tratta solo di quei 400 olandesi su cui si cerca di scaricare il grosso delle colpe. Ma anche qui a cascata in ordine inverso di gerarchia.

Colpevoli i comandi Nato che non hanno accettato la richiesta di inviare i caccia quando sono stati richiesti.

Colpevole il generale Morillon che creò le aree protette per poi non mettere in condizione di sicurezza queste zone.

Colpevoli i governi che si sono giocati il destino di queste persone e di tutte le altre vittime di questa (e di tutte le guerre) senza fare altri conti che non i proprio interessi, pur sapendo quel che accadeva.

Una strage in diretta

A Potočari in quei giorni non c’erano solo le vittime e i loro parenti che sarebbero poi stati i testimoni ai processi.

Non c’erano solo i criminali.

Non c’erano solo le Nazioni Unite.

C’erano anche altri osservatori che però non denunciarono subito i fatti drammatici e il caos di quei giorni e il panico. Da una parte non si riusciva comprendere la portata del massacro, dall’altra parte si rischiava la propria vita con la presenza in questi luoghi

E sì: pare un quesito più etico, che altro. Testimoni o conniventi? È questo il dilemma che ancora non è stato sciolto e su cui ancora ci si interroga.

Gli operatori dell’Organizzazione Medici Senza Frontiere, presente a Srebrenica dal 1993 si trovavano anche a loro a Potočari e nel rapporto di allora, che hanno pubblicato in questi giorni insieme a un’ampia raccolta di documenti e materiale legato a quel periodo e al successivo, dichiarano di aver assistito il 12 luglio alla separazione degli uomini, di come questi vengano portati in un capannone e di sentire colpi di fucile provenire da lì. O ancora, di come un uomo bosniaco in lacrime porti a un’operatrice un bambino di un anno, e che “si allontani poi con un soldato serbo bosniaco perché è stato selezionato per…?”. O ancora di come gli operatori vengano chiamati a vedere i corpi delle persone uccise. MSF per la posizione neutrale in conflitto che ha sempre mantenuto in ogni conflitto non può opporsi a quello che sta capitando in quel momento, ma gli operatori man mano che passano le ore sono sempre più consapevoli di quel che succede. Il responsabile della missione si rivolge a Mladic che risponde bruscamente: “Voi fate il vostro lavoro, io faccio il mio”. L’unica cosa che, al contrario degli olandesi, riusciranno a fare sarà quella di far evacuare i feriti del loro ospedale da campo, senza che finiscano nelle mani delle forze armate serbe.

Testimoni o conniventi?

Potevano quei 400 caschi blu olandesi opporsi a quello che stava capitando?

4 operatori di MSF potevano cambiare il destino di quelle 8372 persone?

Tutti sapevano cosa stava succedendo, in tempo reale. I satelliti riprendevano le immagini di quel che accadeva, dal vivo. Spostamenti di popolazione, la colonna nei boschi che si arrendeva ai soldati, le evacuazioni ai bordi dei campi di calcio, le ruspe in azione, gli scavi e sepolture.

Ma al momento la giustizia internazionale è ferma alla sentenza 2014 del TPI (Tribunale Penale Internazionale) che ha confermato le sentenza di ergastolo per Vojadin Popović e Ljubiša Beara, tenente colonnello e colonnello dei Drina Corps, un corpo speciale delle milizie serbo-bosniache, coinvolto nel massacro. La sentenza riconosce in toto le responsabilità dei due alti ufficiali nell’aver deliberatamente individuato e annientato gruppi di persone scelte sulla base della loro appartenenza religiosa, decretando nero su bianco che si trattò di genocidio.

E tutti gli altri? Venti persone sono state processate all’Aia per i crimini commessi a Srebrenica nel luglio del 1995. I processi di Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Zdravko Tolimir, Jovica Stanišić e Franko Simatović sono ancora in corso.

Dalla sua istituzione, il Tribunale ha imputato 161 persone per violazioni dei diritti umani, nei territori dell’ex-Jugoslavia tra il 1991 e il 2001. I processi di 146 persone sono stati conclusi, mentre 15 imputati stanno ancora aspettando la sentenza definitiva.

Tutti gli altri camminano come uomini liberi, nella cittadina di Srebrenica come nel resto dei Balcani.

Vittime e carnefici di nuovo insieme, in un gioco delle parti più grande di loro.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Questo 11 Luglio, terminata la lettura dei propri discorsi, la delegazione internazionale (tra cui Clinton, la Boldrini, Valentin Inzko, alto rappresentante in BiH, il rappresentante del tribunale internazionale dell’Aja, rappresentanti di diversi governi tra cui quello olandese) si è incamminata verso la tribuna, passando in mezzo alla folla.

È stato allora, verso le 13, che si sono alzati fischi, a cui si sono aggiunte urla e grida come “Allah è grande”. Mentre il serpentone della delegazione passava tra le transenne, hanno cominciato a volare bottiglie, scarpe e pietre. Tutte rivolte ad Aleksandar Vučić, il primo ministro serbo. In cima alla collina uno striscione si è aperto ed era scritta la frase che Vučić proclamò in parlamento nel 1995: per ogni serbo ucciso, 100 musulmani. La folla ha cominciato ad agitarsi, la tensione si è alzata, dal mezzo delle tombe dove ci si trovava, alcuni hanno cominciato a correre in direzione della delegazione. È stato tutto veloce. Sino a che il Reis-ul-Ulema al microfono ha invitato i suoi fratelli e sorelle a girarsi e a pregare: “Non lasciate che chi ha causato il nostro dolore prenda la nostra dignità. Si tratta di un obbligo verso i nostri martiri e la nostra fede. Per favore, fratelli e sorelle, è tempo per la preghiera”.

Poche ore dopo, i giornali e le tv serbe parlavano di un attentato e un tentativo di uccisione del premier. Vučić ha rilasciato delle dichiarazioni da una parte cercando di smorzare le tensioni accumulate e dichiarando che sa che non sono state le donne e le vittime di Srebrenica a compiere questo gesto, dall’altra chiedendo fermamente che si trovino in fretta i responsabili. L’associazione delle madri di Srebrenica insieme al Sindaco di Srebrenica, hanno chiesto pubblicamente scusa, condannando questo gesto. In queste ore, grazie alle immagini, si stanno cercando i volti e i nomi dei responsabili, soltanto dopo si potrà capire se siano state delle azioni organizzate o se si sia trattato del gesto di alcune persone che ha infiammato gli animi già surriscaldati della folla presente, nel contesto di tensione crescente che ha preceduto le giornate della commemorazione.

L’unico dato certo è che invece di prestare attenzione al dolore dei sopravvissuti, in lutto per i loro morti, si è dato spazio nuovamente alla politica e alla propaganda, che da oltre vent’anni tengono in scacco questa parte del mondo.

Riconciliazione?

Ci sarà mai pace in questo luogo? Oltre al silenzio che regna tra le tombe di Potočari e nella piccola cittadina di Srebrenica, abitata da fantasmi e da poche centinaia di persone, ci sarà mai un reale tentativo di dialogo, di assunzione delle colpe, di vittoria della giustizia e infine di perdono?

Cosa è stato mai fatto in questi vent’anni qui, e nei Balcani in generale, per tentare di spegnere le braci ancora calde alimentate da violenza e nazionalismo?

Di certo non sono i rappresentanti politici al potere a supportare un processo di giustizia e verità in questi luoghi, così come non sono i media locali, foraggiati e foraggiatori dei suddetti politici a smorzare i toni.

Non è l’assetto politico disegnato nel 1995 in Bosnia dalle forze di pace riunite a tavolino a concedere respiro, la tripartizione non fa che aumentare le distanze.

Non ci sono ONG e non ci sono organizzazioni internazionali che siano mai state in grado di lavorare sui traumi e sul superamento delle violenze.

Non è la giustizia che sta dando ragione.

Abbiamo ragazzi nati pochi anni dopo il 1995 che indossano magliette con scritto “8372 motivi per odiarvi”, riferendosi alle vittime di Srebrenica e ai loro uccisori.

La stessa cosa dall’altra parte: i poster con la faccia di Putin, colui che ha messo il veto alla parola genocidio, che il 10 luglio vengono appesi su case e pali nella strada che va verso Bratunac e verso Potočari.

Testi scolastici che raccontano versioni diverse degli stessi orrori.

Eroi nazionali che sono criminali di guerra.

Se vent’anni vi sembran tanti, ricordate, nei Balcani ci si sta ora vendicando di ciò che è accaduto nel 1389.

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commenti
  1. Paolo ha detto:

    Grazie cara Silvia, un abbraccio da Rijeka.

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