La quiete prima della tempesta

Pubblicato: luglio 8, 2012 in Uncategorized
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Alto e basso. Prospettive verticali e orizzontali.

Mi trovavo ieri e oggi a Srebrenica, in visita a una persona molto cara.

E ho colto l’occasione per far visitare il memoriale di Potočari e il capannone a una mia collega che è venuta con me da Bihać, per la prima volta nella Bosnia Orientale. Affascinata da Tuzla e dal fiume Drina, è ammutolita mano a mano che da Bratunac ci inoltravamo verso Srebrenica.

Fa caldo, caldissimo, in Bosnia in questi giorni, e Srebrenica non fa eccezione.

Entriamo nel capannone della fabbrica di batterie verso le 10 di mattina e già il sole è a picco, e le ombre sono lunghe.

Mentre giro nella fabbrica, si disegnano sull’asfalto queste strisce proiettate dal sole, che riprendono in un gioco di simmetrie lo spettrale disegno dell’architettura industriale.

In questo posto, un amante dell’archeologia industriale, potrebbe passare le ore, tra macchinari abbandonati, vecchi archivi. Ma non è l’unica traccia umana tra queste pareti bucherellate dai proiettili e dalla ruggine che ha lasciato un segno. Ci sono i graffiti degli olandesi, poi quelli dei serbi e infine le scritte di chi in questi anni è passato da queste parti.

Nero e bianco si mescolano sul pavimento, le ombre e la luce.

Nero e bianco delle teche in cui, nella stanza del ricordo, sono raccolti alcuni oggetti personali delle vittime sparite nelle fosse comuni. Anziani, giovani, ragazzi. Tabacchiere, quaderni scolastici, amuleti e braccialetti. Una fede nuziale. La foto e la storia del proprietario.

Tutto tace.

Di fronte a noi un capannone vuoto. Ci sono parcheggiate due auto.

Tra due giorni questo capannone oggi silenzioso e fresco sarà riempito con 520 tabut, piccole casse in legno che raccolgono i resti di chi troverà forse riposo dopo tutti questi anni, alcune delle oltre 8.000 vittime uccise nel luglio del 1995, non lontano da questo stesso capannone. La zona protetta dalle Nazioni Unite.
La trovata del Generale Morillon, che diede Srebrenica in mano a uno sparuto esercito di giovani uomini, prima canadesi e poi olandesi. Che non avranno (e adesso? che cosa sanno oggi, chi sono questi uomini, questi soldati di pace?) capito nemmeno dov’erano. Viaggiatori per professione, una volta nel freddo balcanico, una volta nel deserto a difendere… ideali? Stipendi? Per loro veramente ciò che è stato si riduce ad aver capito che le donne bosniache hanno i baffi, sono senza denti, e puzzano come la merda (così scrisse uno di loro, in uno di quei graffiti nel capannone, poi ripreso da una giovane artista sarajevese in un celebre poster)? Per loro il grado di insofferenza verso quella missione era arrivato al punto tale da vedere con sollievo che tutto stava finendo quell’11 luglio? Che si trattava solo di aspettare che le donne salissero sugli autobus e gli uomini…. Dove andavano quegli uomini? Quei ragazzi, quei vecchi? Perché erano separati dalle donne? Beh, in guerra, si sa. Ci sono i prigionieri, così avranno voluto credere quei biondi caschi blu. Per poi finalmente vedere anche loro la fine di questo assedio nel quale loro stessi erano finiti, senza più cibo e con una gran voglia di tornare a casa. Un debriefing a Zagreb e poi via nella loro terra dalle mogli e dalle fidanzate senza baffi, con i denti e un buon profumo di pulito.
Avranno fatto tacere le loro coscienze, ascoltando le rassicurazioni del loro comandante, Karremans, che alla prese con Mladić nel pieno del suo delirio di onnipotenza (ecco la vendetta, ecco che dopo il 1389 finalmente viene sconfitto l’esercito turco, ecco che oggi viene regalata Srebrenica al popolo serbo in questo giorno di festa) non seppe fermare il massacro annunciato, ma ripetè come un disco rotto a sé e ai suoi uomini che gli uomini venivano portati via per essere interrogati.

Prospettive verticali e orizzontali. Nelle ombre del capannone, nelle geometrie precise dell’architettura, nelle linee di comando degli eserciti, le gerarchie ordinate e rassicuranti dei militari. Eseguivo gli ordini. Echi di frasi già sentite.
Prospettive come colonne, linee precise tracciate. Linee come quelle del fronte. Linee formate dagli uomini in marcia tra i boschi, centro chilometri sotto gli spari, nella speranza di raggiungere i territori liberi, senza cibo né acqua.
Una colonna di uomini tra i boschi che si è riformata puntuale anche quest’anno. Settemila presenze oggi in partenza da Nezuk per rifare la strada al contrario. La marcia della pace. La marcia della vita. Per ricordare e portare omaggio. Gente comune da tutta la Bosnia si unisce in questa marcia tra i boschi insieme a chi quella marcia nel 1995 la fece al contrario. Con il terrore di essere preso e ucciso.
Incrociamo la marcia ieri, vicino a Tuzla. Gli autobus che girano dopo Kalesija e vanno al punto di partenza a Nezuk. Oggi quando torniamo indietro superiamo i poliziotti che fermano le auto dietro di noi, da un sentiero spuntano le prime bandiere, il percorso  attraversa le strade asfaltate per rituffarsi nei boschi.

E poi, Potočari e l’area delle sepolture. Di nuovo, queste prospettive verticali. Le lapidi degli šehidi, i martiri, uno di fianco all’altro nella zona di sepoltura, proprio di fronte al capannone di Potočari. Bianche lapidi come quelle dei soldati americani (non a caso il memoriale è stato fortemente voluto da Bill Clinton) che si spingono verso il cielo. E prospettive verticali al contrario, verso il basso.

Fosse.

Tante fosse.

Fresche.

Vuote.

Si scava da giorni per creare 520 nuove fosse dove deporre ciò che resta di questi uomini, bambini, massacrati, seppelliti, disseppelliti, riseppelliti, così tante volte. Fosse primarie, secondarie, terziarie. Qui un braccio, lì il teschio, forse un piede.

Ecco cosa si seppellisce oggi dopo 17 anni. Ossa. Brandelli. Riconosciuti dal Dna, dai pochi rimasugli di vestiti o altri oggetti ritrovati. Ecco il padre che si riunisce al figlio dopo anni nella terra o nei sacchi nel centro di riconoscimento di Tuzla.

Orizzontale, come le linee che fanno i nomi di 8372 persone scomparse incise sulle pietre.
Orizzontale, come la posizione di un corpo in una bara.
Come un piccone appoggiato sulla terra quando si smette di lavorare.

Qui dove oggi c’è silenzio, tra tre giorni ci saranno pianti, lacrime, urla, preghiere. Un mare di persone si unirà ai morti che da qualche anno giacciono nella terra, su cui ora crescono i fiori, e accompagneranno le nuove sepolture.

La politica vorra là sua fetta – prospettiva verticale.

La gente piangerà i suoi morti – prospettiva orizzontale.

La quiete, oggi, prima della tempesta.

E di colpo, il tuono.

E poi, di nuovo il silenzio.

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